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STORIA
DELLA
LETTERATURA ITALIANA
ADOLFO BARTOLI
Tomo Quarto
IN FIRENZE
G. C. SANSONI, EDITORE
1881
LA
NUOVA LIRICA TOSCANA
ir«.
IN FIRENZE
G. C. SAJISONI, EDITORE
1881
Jòò
V,H
Firenze, Tip. e Lit. Carnesecchi, Piazza d'Arno
AL
Dottore Enrico Bartoli
Tu non sa solamente il mìo caro fratello , ma sei
ancora il più antico ed il migliore dei miei amici. Ac-
cetta dunque questo libro ^ come ricordo di quel sacro
affetto che ci unì per tutta la vita.
Il tuo Adolfo
FKrenzBj 1 novembre ISSI.
CAPITOLO I
LAPO GIANNI E DINO FRESGOBALDI
La lirica amorosa italiana si affermò per la
prima volta nel Guinicelli, tentando con lui di
uscire dalle nebulosità provenzali, tentando di
emanciparsi dalla frase convenzionale, provan-
dosi a nuovi concetti, e ripulendosi insieme delle
ruvidità di forma e di contenuto plebeo. Conti-
nuatori della riforma poetica del Bolognese fu-
rono i Toscani del dolce sili nuovo , continua-
tori ed ampliatori, s'intende, che pur derivando
la loro arte dal massimo Guido, l'oltrepassarono
tanto da farlo quasi dimenticare.
I poeti principali della nuova scuola lirica
furono Lapo Gianni, Dino Frescobaldi, Guido
Orlandi, Gianni Alfani, Gino da Pistoia, Guido
Cavalcanti e Dante Alighieri.
È necessario per noi lo studiarli uno per uno.
Di Lapo Gianni conosciamo dodici ballate,
due canzoni e un' altra poesia che crediamo un
sonetto doppio o rinterzato.
Babtoli. — St. della Lettera!. Ital. — Voi IV,
2 CAPITOLO I
Le ballate sono queste: Io sono Amor che
per mia libertade^ - Gentil donna cortese e di-
honaire'- - Dolce è il pensier che mi nutrica il
core'^ - Amore, io non san degno ricordare'^ -
Angelica figura, nuovamente'' - Amor, io prego
la tua nohilfate^ - Angioletta iti sembianza'' -
Novelle grazie alla novella gioia^ - Ballala, poi
che ti compose Amore'^ - Nel vostro viso ange-
lico aiìioroso^'^ - Questa rosa novella^^- Siccome
i Magi a guida della stella.^ -
Le due canzoni sono: Donna, se il prego
della mente mia^^ - Amor nuova ed antica va-
nitale.
Del sonetto doppio parleremo più innanzi.
Non poche di queste poesie di Lapo appar-
tengono alla vecchia maniera della lirica siculo-
provenzale. L' amore e la donna vi sono rappre-
sentati come là, in quella forma stereotipa che
1 Codd. Magliabech. Palat. 204; Riccard. 2846; Chig. L, viii, 305;
Marc. IX, 292; Màgliab. VII, 7, 1208.
2 Vatic. 3214; Palat. 204; RiccarJ. 2846; Chig. L,viii,305; Marc.
IX, 292.
3 Vatic. 3214; Riccard. 2S46; Palat. 204; Marc. IX, 292; Magliai).
VII, 7, 1208.
* Vatic. 3214; Riccard. 2846; Magliab. VII, 7, 1208.
5 Vatic. 3214; Riccard. 2846.
'^ Vatic. 3214; Riccard. 2846; Magliab. VII, 7, 1208.
7 Vatic. 3214; Riccard. 2846.
8 Vatic. 3214; Riccard. 2846.
•' Vatic. 3214; Riccard. 2846.
)0 Vatic. 3214; Riccard. 2846; Chig. cit.; Magi. VII, 8, 112.
1' Vatic. 3214; Riccard. 2846.
12 Vatic. 3214.
•■3 Riccard. 2846.
LAPO GIANNI E DINO FRESCOBALDI 3
noi ben conosciamo, senza affetto e senza calore.
È r eterno motivo del chieder ^nercede a ima
madonna cortese', è il ripetersi continuo di frasi
tutte uguali, che dicono sempre la cosa medesima.
Chi leor^re i versi:
^DD'
Io sono Amor, che per mia liberiate
Venuto sono a voi, donna piacente,
Che al mio leal servente
Sue greve pene deggiate alleggiare.
Madonna, e' non mi manda, questo è. certo,
Ma io, veggendo il suo greve penare,
E l'angosciar, che '1 tene in malenanza,
Mi mossi, con pietanza a voi vegnendo. . . .
si ricorderà facilmente di tutta una scuola che
fece consistere in sitfatte freddure la propria
arte, senza uscir mai dal giro della piìi mono-
tona e stucchevole ripetizione. Lo stesso potrebbe
dirsi delle ballate, Gentil Donna cortese e diho-
naìre — 2\ovelle grazie alla novella gioia, e di
alcune altre.
Però, anche dove Lapo si mostra della vec-
chia scuola, qualche cosa di nuovo in lui appa-
risce. Neir esprimere concetti già mille volte messi
in rima, egli ha un vigore di linguaggio che
farebbe quasi credere a un sentimento vero e
profondo. Che cosa di più comune della donna
senza pietà, spietosa, come Lapo la chiama? Che
cosa di più. rancido della disperazione a freddo
del poeta, dinanzi alla crudeltà della dea? Ma
4 CAPITOLO I
questi versi, pur vecchissimi per quello che vo-
gliono dire, hanno un che ci' insolito :
Odi la nimistà mortai, che regna
Tra lo suo cor e 'I mio novellamente,
Amor, ch'esser solevamo una cosa.
Con sì fieri' sembianti mi disdegna,
Che par che '1 mondo e me aggia a niente,
E se mi vede, fugge e sta nascosa;
Onde non spero ch'io mai aggia posa,
Mentre che in lei sarà tanta fierezza
Vestita d' un'asprezza
Che par che sia nemica di pietade.
E più insolita ancora è questa immagine, colla
quale comincia una Canzone, che seguita poi e
finisce affatto provenzalescamente:
Donna, se il prego della mento mia,
Come bagnato di lagrime e pianti,
yer\isse a voi incarnato davanti
A guisa d' una figura pietosa ....
Qui il poeta sembra che senta ciò che scrive:
questa preghiera fatta persona e bagnata di la-
crime è cosa nuova.
Non nuovo, ma degno di attenzione è pure un
altro gruppo delle poesie di Lapo, qAiello, cioè,
dov' egli introduce nella sua poesia concetti filo-
sofici. Abbiamo, per esempio, nella ballata An-
gelica figura nuovamente questi versi :
Dentro al tuo cor si mosse un spiritello
Che uscì per gli occhi, e vennemi a ferire,
LAPO GIANNI E DINO FRESCOBALDI
Quando guardai ]o tuo viso amoroso;
E fé' '1 cammin pe' miei si fiero e snello
Che '1 core e V alma fece via partire
In altra ballata egli scrive:
Nel vostro viso angelico amoroso
Vidi i begli occhi, e la luce brunetta,
Che 'n vece di saetta
Mise pe' miei lo spirito vezzoso.
Tanto venne in suo abito gentile
Quel nuovo spiritel nella mia mente,
Che '1 cor s'allegra della sua veduta.
Dispose qui l' aspetto signorile,
Parlando a' sensi tanto umileraente,
Ch' ogni mio spirito allora il saluta.
Or hanno le mie membra conosciuta
Di quel Signore la sua gran dolcezza,
E il cor con allegrezza
L' abbraccia poi che '1 fece virtuoso.
Molti di questi spiritelli ci si presenteranno
nel seguito dei nostri studi sui poeti del nuovo
siile. Qui intanto avvertiamo come questo lin-
guaggio erotico e metafisico a un tempo si ricol-
lega col genere del Guinicelli, ma riceve ampio
sviluppo nell'arte di questi lirici, che stiamo esa-
minando. Ed in Lapo Gianni è curioso che la
smania dialettica si mostra perfino in una forma
affatto esteriore. In una sua canzone contro
l'Amore, Amor^ nuova ed antica vanitate, egli
dice di provare piò che asserisce, e 'A provo ciò.,
6 CAPITOLO I
jprovol, si ripete in ogni stanza, come in que-
sta prima:
Amor, nuova ed antica vanitale
Tu fosti sempre, e sei 'gnudo coni' ombra;
Dunque vestir non puoi, se non di guai.
Deh chi ti dona tanta podestate,
Ch' umanamente il tuo podere ingombra,
E ciaschedun di senno ignudo fai?
Provo ciò\ che sovente ti portai
Nella mia mente, e da te fui diviso
Di savere e di bene in poco giorno:
Venendo teco, mi mirava intorno,
E s'io vedea Madonna, eh' ha '1 bel riso,
Le sue bellezze fiso immaginava;
E poi fuor della vista tormentava.
Se noi potessimo essere sicuri ^ che apparte-
nesse a Lapo Gianni il sonetto doppio r Amor,
eo chero mia dolina in domino, per esso ve-
dremmo ricongiungersi il poeta al gajo Folgore di
San Gimignano.^ Ma né questa, ad ogni modo,
né le altre, di cui abbiamo parlato, sono le poesie
di maggiore importanza che ci abbia lasciate
Lapo. Noi abbiamo di lui una ballata che attrae
in modo speciale la nostra attenzione. E di questa
parleremo tra poco, quando potremo metterla in
relazione con un altro componimento dello stesso
1 Diciamo cosi, perchè non abbiamo trovata questa poesia che nel
solo codice Barberiniano XLV, 47.
2 Ci pare un sonetto doppio, con due versi di coda.
3 Cfr. Carducci, Intorno ad alcune Rime ecc., pag. 44.
LAPO GIANNI E DINO FRESCOBALDI 7
genere, appartenente ad un poeta che ha col
Gianni stretti vincoli intellettuali.
Il nome di Dino Frescobaldi si trova con-
giunto a quello di Dante, per ciò che di lui rac-
conta il Boccaccio, cioè che « alcuno . . . cercando
fra le cose di Dante in certi forzieri .... trovò
li sette canti stati da Dante composti .... e li
portò ad uno de' nostri cittadini, il cui nome fu
Dino di messer Lambertuccio Frescobaldi, in
quelli tempi famosissimo dicitore per rima in
Firenze».^ A noi non importa ora di ricercare
se sia vero o no il racconto del Boccaccio. Per
il momento quello che in esso dobbiamo notare
specialmente si è che vi sia ricordato il Fresco-
baldi, e detto famosissimo dicitore per rima. Le
poesie del Frescobaldi che ci rimangono sono :
Le canzoni : Un sol pensier, che mi vien nella
mente^- - Poscia che dir coìivieynmi ciò ch'io sen-
io "^ - Voi che piangete nello stato amaro ^ - Morte
avversaria^ poi ch'io son contento^ - Tanta nel
meo lamentar sento doglia^ - Per gir verso la
spera la Fenice"' - Donna da gli occhi tuoi par
die si mova. ^
1 Vita di Dante, Accidenti occorsi intorno alla Divina Comme-
dia, pag. 70.
2 Palat. 204; Chig. L, vm, 305; Laur. 90, inf. 37.
3 Palat. 204; Cbig. cit; Laur. 90, inf. 37.
* Palat. 204; Chig. cit.: Laur. 90, inf. .37.
5 Strozz. 1040.
6 Vatic. 3214.
" Palat. 204; Chig. cit ; Laur. 90, inf. 37.
s Palat. 204: Chig. cit.; Laur. 90, inf. 37.
8 CAPITOLO I
I sonetti: Amor se tu se' vago di costei^ - Tania
è V angoscia che nel cor mi trovo^ - Una siella
con sì nuova bellezza'^ - Questa è la giovinetta
eh' Amor guida ^ - Per tanio "pianger che i miei
occhi fanno^ - Non spero di trovar giammai
pietate^ - In quella parte ove luce la stella"' -
Poscia eli io veggio l'anima partita ^ - Giovane,
che cosi leggiadramente^ - Quest' altissima stella
che si vede ^° - La foga di quelVarco che s'aperse ^^
- Deh, giovanetia, de' begli occhi tuoi^' - Al vo-
stro dir che d'Amor mi favella}'^
II sonetto doppio : L' alma mia trista segui-
tando 'l core, ^^
La nota fondamentale delle poesie del Fro-
scobakli è il dolore e il desiderio della morte.
Egli scrive in un luogo :
Un sol pensier, che mi vien nella mente
Mi dà con suo parlar tanta paura,
Che '1 cor non si assicura
» Palat. 204; Chig. L, viii, 305; Laur. 90, inf. 37.
2 Paiat. 204; Laur. 90, inf. 37.
3 Palat. 204; Chig. cit.; Laur. 90, inf. 37.
* Palat. 204; Chig. cit.; Laur. 90, inf. 37.
5 Palat. 204; Chig. cit.; Laur. 90, inf. 37.
6 Palat. 204; Chig. cit.; Laur. 90, inf. .37.
■? Laur. 90, inf. 37.
8 Palat. 204; Chig. cit.; Vatic. 3214; Laur. 90, inf. 37.
9 Palat. 204; Chig. cit.; Laur. 90, inf. 37.
10 Palat. 204; Chig. cit.; Laur. 90, inf. 37.
" Palat. 204; Chig. cit.; Laur. 90, inf. 37.
12 Palat. 204; Chig. cit.; Laur. 90, inf. 37.
13 Palat. 204; Chig. cit.; Laur. 90, inf. 37.
" Vatic. 3214.
LAPO GIANNI E DINO FRESCOBALDI 9
Di volere ascoltar quanto ei ragiona.
Perchè mi move, parlando, sovente
Una battaglia forte e aspra e dura; ....
e chiama sé stesso:
colui
Che la morte aspettando
Vede la fine de' martiri sui.
Una sua canzone comincia così:
Morte avversaria, poi eh' io son contento
Di tua venuta, vieni,
E non m'aver, perch'io ti prieghi , a sdegno,
Né tanto a vii, perch'io sia doloroso...
Nella canzone stessa ci sono questi versi, che
paiono scrìtti sotto l'impressione di un dolore
profondo :
La mente mia trafitta e derubata
Da' ladri miei pensieri.
Che ra' han promesso il tempo e non atteso,
Veggendosi così distratta, piange. . . .
Ed un sonetto comincia con questa vigorosa
quartina :
Tanta è l'angoscia, che nel cor mi trovo,
Donde la mente tremando sospira.
Che spesse volte in tal pensier mi tira,
Nel qual pensando assai lagrime piovo.
Non c'è alcun dubbio che questo dolore, così
intensamente espresso, non sia cosa nuova nella
10 CAPITOLO I
lirica italiana. C'è una gran differenza fra iso-
spiri piagnucolati dai vecchi poeti, e questa ^oiog-
gia dì lagrime del cupo Fiorentino, che bacia in
bocca il pensiero della morte.
Ed ora se va abbraccia
Da tua parte il pensier, il bascio in bocca:
e che ha l' anima involta d' angoscia.
Dell' antica maniera sicula nel Frescobaldi
resta poco. A quella compassata e gelata smania
amorosa, a quel frasario, a quel catalogo di
concetti piccini, si è sostituito in lui un fare tutto
diverso : un giro di pensieri grandioso, ma oscuro;
un bisogno di tuffarsi quanto piiì gli sia possibile
nelle astruserie metafisiche; un desiderio del
difficile., che pur troppo ricorda qualche volta
Guittone. Non dico già che ci sieno le strambe-
rie del poeta Aretino; dico solo che anche il
Frescobaldi, sp'ecialmente nelle Canzoni ., sembra
affaticarsi a dire le cose meno chiaramente ch'ei
possa. Leggiamo questa strofa:
Il consolar che fa la vostra vista,
E che per mezzo il fianco m'apre e fende,
E quivi tanto attende,
Che '1 cor convien che rimanga scoperto,
Poi si dilunga, che valore acquista,
Gridando forte, un suo durar contende,
E la saetta prende,
Tal che uccidermi ei crede esser certo,
Ed apre verso questo fianco aperto,
Dicendo, fuggi all'anima che sai,
LAPO GIANNI E DINO FRESCOBALDI 11
Che campar noi porrai.
Ma ella attende il suo crudel fedire,
E fascia il cuor nel punto che saetta,
Di quel forte disire
Che non uccide colpo di saetta.
Qualche volta è certo che V oscurità deriva
dall'avere introdotto nella lirica qualche cosa di
simbolico, di allegorico, che noi non riesciamo
bene ad intendere, come nella canzone: Voi che
jjiange/e nello stalo amaro. Sarebbe molto difficile
il raccapezzare il senso di quei versi; e quando
anche si giungesse a raccapezzarlo; quando dopo
lunghe riflessioni, dopo pazienti curo si potesse
dire: mi pare di averlo trovato, resterebbe sem-
pre indubitabile che quei versi rappresentano
una mariiera, che si è sostituita alle maniere pre-
cedenti. Anche nel Frescobaldi predomina la ten-
denza a quel genere erotico-filosofico, che co-
minciò il Guinicelli, che abbiamo notato in Lapo
Gianni e che ritroveremo negli altri poeti di que-
sta scuola. Anche queir arzigogolare sugli spiriti
della vita, si ripete in lui. Eccovi, per esempio,
un sonetto, che comincia, direi, maestosamente:
Donna, dagli occhi tuoi par che si mova
I"n lume, che mi passa entro la mente;
E quando egli è con lei par che sovente
Si metta nel desio, che in lei si trova.
Ma nella seconda terzina escon fuori gli spiriti
a guastare quel poco di buono che si poteva
esser notato avanti :
12 CAPITOLO I
Gli spirti che noi posson sofferere,
Ciascun si tien d'aver maggior virtute:
Qual può dinanzi a lei partirsi via.
Alto, veramente, è il principio di quest'altro so-
netto, dove noi ritroviamo il dolore che ange
il Frescobaldi, e che è, come ci sembra, la sua
più bella e più spiccata caratteristica :
Per tanto pianger che i miei occhi fanno,
Lasso, faranno l'altra gente accorta
Dell' aspra pena che lo mio cor porta
Delli rei colpi, che ferito l'hanno.
Se egli seguitasse la pittura del suo dolore! Ma
no : ecco tosto gli spiriti: ecco, cioè, un concetto
filosofico che ci guasta la poesia:
Che i miei dolenti spiriti, che vanno
Pietà caendo, che per loro è morta,
Fuor della labbia sbigottita e smorta
Partirsi vinti, e ritornar non sanno.
Peggio accade nel sonetto: Poscia ch'io veggio
V anima partita] dove la «donna di gaia giovi-
nezza» mi pon, dice il Frescobaldi:
.... con le sue man nel core
Un gentiletto spirito soave
Che piglia poi la signoria d'amore.
Questi ha d'ogni mio spirito la chiave,
Accompagnato di tanto valore,
Ch' esser non può con lui spirito grave.
I
LAPO GIANNI E DINO FRESCOBALDI 13
Io non dico già che tutto questo non si possa
spiegare; non dico che colle dottrine platoniche,
aristoteliche, tomistiche, non si possano analiz-
zare questi spiriti e questi s^nritelli, e intendere
quello che sieno e quello che valgano per il
poeta. Ma dico, bensì, che poesia vera, espan-
sione forte di sentimento, o anche riflessione
sincera del cuore, è difficile che si accordi con
questo fraseggiare astruso, con questo sottiliz--
zare acuto, con questa, insomma, indebita inva-
sione della tilosofìa nel campo dell'arte. Tanto
vero è questo, che dove le astruserie non ci
sono, 0 dove ce ne son meno, Farle è un poco
più vicina alla verità, come in questo sonetto :
Non spero di trovar giammai pietate
Negli occhi di costei ; tanto è leggiadra.
Questa si fé per me sì sottil ladra,
Che il cor mi tolse in sua giovine etate.
Trasse Amor poi di sua nuova beltate
Fere saette in disdegnosa quadra;
Dice la mente, che non è bugiadra,
Che per mezzo del fianco son passate.
Io non ritrovo lor, ma il colpo aperto,
Con una voce, che sovente grida,
Mercè, donna crudel, giovene e bella.
Amor mi dice che per lei favella,
Nuovo tormento convien che ti uccida,
Poi non se" morto per quel eh' hai sofferto.
ì
Ho detto, badate, che qui l'arte è un poco,
solamente un poco^ ^m vicina alla verità, perchè
14 CAPITOLO I
infatti quella mente che si accorge delle saette
passate per il fianco; quel poeta amante, che
non ritrova le saette, ma il colpo aperto, sono
sottigliezze, niente altro che sottigliezze.
Ma dunque, potrebbe dirsi, come, perchè an-
che il Frescobaldi appartiene al dolce stil nuovoì
Che cosa è in lui che lo diparta dalla schiera
numerosa dei poeti precedenti? Al dolce stil nuovo,
rispondo, appartiene il Frescobaldi appunto per
tutte quelle qualità che siamo andati fin qui
notando in lui: per avere introdotto nel campo
della poesia erotica un elemento filosofico, astruso,
difficile; per avere spesso sentita la sua poesia;
per averla anzi qualche volta sentita fortemente,
come là dove invoca la morte e canta il proprio
dolore. È questo un primo saggio di poesia psi-
cologica, che vedremo in un altro poeta di questa
scuola svolgersi largamente.
Ma e' è poi qualche altra cosa da notare.
Leggiamo questa ballata di Lapo Gianni:
Dolce è il pensier, che mi nutrica il core
D'una giovane donna, eh' e' desia,
Per cui si fé' gentil l'anima mia,
Poi che sposata la congiunse Amore.
Io non posso leggieramente trare
Il nuovo esemplo, eli ed ella somiglia.
Quest'Angela, che par dal ciel venuta,
D'Amor sorella mi sembra al parlare,
Ed ogni suo atterello è maraviglia.
Beata l'alma, che questa saluta!
In colei si può dir che sia piovuta
LAPO GIANNI E DINO FRESCOBALDI 15
Allegrezza, speranza, e gio' compita,
Ed ogni rama di virtù fiorita,
La qual procede dal suo gran valore.
Il nobile intelletto, ched io porto
Per questa giovin donna eh' è apparita,
Mi fa spregiar viltade e villania.
11 dolce ragionar mi dù. conforto,
Ch' io fei con lei dell' amorosa vita ;
Essendo già in sua nuova signoria
Ella mi fé' tanto di cortesia,
Che non sdegnò mio soave parlare:
Ond' io voglio Amor dolce ringraziare.
Che mi fé' degno di cotanto onore.
Com'io son scritto nel libro d'Amore
Conterai, Ballatetta, in cortesia.
Quando tu vederai la donna mia.
Poi che di lei fui fatto servidore.
Ed ora vediamo se non esista una parentela,
stretta, intima parentela, tra questa ballata e il
sonetto del Frescobaldi :
Questa è la giovinetta, ch'Amor guida,
Ch' entra per gli occhi a ciascun che la vede.
Questa è la donna piena di mercede.
In cui ogni virtù bella si fida.
Yienle dinanzi Amor, che par che rida
Mostrando il gran valor, dov'olia siede;
E quando giunge ove umiltà la chiede,
Par che per lei ogni vizio s' uccida.
E quando a salutare Amor la induce,
Onestamente gli occhi move alquanto.
Che danno quel disio, che ci favella.
Sol dov'è nobiltà gira sua luce,
11 suo contrario fuggendo altrettanto,
Questa pietosa giovinetta bella.
16 CAPITOLO I
Noi abbiamo qui una contemplazione della donna
che io direi affatto nuova. Non è più certo la
dama sbiadita delle poesie cortigiane; non è anzi
una donna; notatelo bene; è la giovinetta, la
pietosa giovinetta bella. Dino Frescobaldi prefe-
risce la fanciulla alla donna: lo dice egli stesso
espressamente, in un sonetto che è un documento
importante non solo per il modo di sentire del
nostro poeta, quanto per le questioni che si pro-
ponevano allora scambievolmente i poeti. Noi ab-
biamo questo sonetto che un poeta di nome Ver-
zellino rivolge a Dino :
Una piacente donna conta e bella
Un valletto riguarda tanto fiso,
Che gli ha lo cor per lo mezzo diviso:
E similmente il guarda una pulzella.
Ciascuna per amore a sé l'appella;
La donna il mira tuttor senza riso;
E la pulcella s'allegra nel viso,
Quand'ella il vede, e tutta rinovella.
Onde il valletto dice, che lo core
Donar vorria alla più amorosa
E sol di lei vuol esser servidore.
Veder non sa cui più distringe Amore,
Ne qual di lui si sia più disiosa.
Dunque sentenzia chi ha più valore.
Ed ecco la curiosa risposta del Frescobaldi:
Al vostro dir, che d'Amor mi favella.
Risponderò perchè io ne son priso.
Dico, che se '1 valletto è saggio e intiso
Lasci la donna, e prenda la pulcella.
LAPO GIANNI E DINO FRESCOBALDI 17
Che s'ella è gaia, giovinetta, e bella.
Dee il core aver più caldamente acciso;
E se la donna l'ama, e mira fiso,
Essef può vaga, ma non siccora'ella.
Però che la pulcella, che ha il suo core
Mosso ad amare è fatta disiosa,
E non chiede altro che '1 disio d'amore:
Non può esser così donna, eh' è sposa:
Questo mi mostra il dolce mio Signore,
Che andar mi fa con la mente pensosa.
Lo sentite bene: V Angela, la sorella d' Amore
di Lapo è la stessa cosa àelÌB. giovinetta di Dino,
di questa giovinetta che fa andare il poeta con
la mente pensosa. Dicevo che mi par nuova questa
contemplazione della donna. Nuovo è certo che
ci sparisca davanti la dama, a cui i legami del
matrimonio non impedivano, secondo il codice
della poesia cavalleresca, T amore; e che sparisca
per dar luogo ad un essere piìi puro, più soave,
più casto, a cui il poeta si potrà avvicinare più
sereno, più tranquillo, più vero, senza sentirsi
impacciato dalle teorie del provenzalismo, senza
esser costretto a rinvoltarsi nel suo frasario di
convenzionale galanteria.
Qui siamo ugualmente lontani dallo imbellet-
tato fantasma della canzone trovadorica, come
dalla femmina troppo nuda del canto popolare, dal-
l'idealità affatto anemica degli uni, come dal ple-
torico realismo degli altri. Qui abbiamo qualche
cosa che sorge ora, un essere non visto prima.
Analizziamo le due poesie di Lapo e di Dino.
Bartoli. — St della LeKerat. Hai. — Voi IV. 2
18 CAPITOLO I
Lapo ci dice che per la sua giovane donna la
sua anima si fece gentile; dice che essa è un
angiolo che par venuto dal cielo; che è sorella
di Amore; che ogni suo atto è meraviglia; dice
che chi è salutato da lei può dirsi beato :
Beata l'alma che questa saluta.
Dice che per essa egli spregiò viltà e villania.
Quasi identica, se bene osservate, è la pit-
tura del Frescobaldi: anche la sua giovinetta è
ricetto di ogni virtìi: e Amore sorridente la pre-
cede, e per lei ogni vizio si uccide. Anch' essa
saluta, con un lento muovere d'occhi, e non
volge gli occhi, se non dove è nobiltà.
Questo essere che contemplano i due poeti è un
essere umano ? È un essere reale ? La domanda
è molto ardua, direi anzi che è molto pericolosa.
Né per ora mi sarebbe possibile rispondere in
modo compiuto. Qui mi basterà di notare che,
pure ammettendo, pure riconoscendo che Lapo
e Dino possano avere amata una donna di carne
e d'ossa, a me pare difficile il poter credere che
a questa donna si rivolgano le loro poesie ama-
torie. La carne e le ossa qui sono compiutamente
sparite: non resta che una parvenza di donna,
qualche cosa d'idealizzato, di angelicato, uno
spirito, un alito, un soffio; due occhi che salu-
tano, due occhi, ai quali non fa contorno un
corpo, ma dietro ai quali spuntano le ali del-
l'angelo, in un cielo a oro e ad azzurro. La
LAPO GIANNI E DINO FRESCOBALDI 19
donna è proprio ridotta alla sua minima espres-
sione, è un essere seniiio, ma sentito affatto
spiritualmente; non desiderato, non anelato, non
amato, ma solamente contemplato in un'estasi
celeste.
Può essere, io lo ripeto, che una figura di
donna reale lampeggiasse agli occhi del poeta;
ma quella forma terrena si assottigliava in una
idealità, vaniva in un essere astratto, a cui non
restava quasi nulla dell'umano. Il sensibile e
r intelligibile si fondevano per guisa in quelle
menti q in quei cuori, che noi oggi non sap-
piamo più bene dove finisca l'uno e dove co-
minci r altro.
L'amore s'idealizzava compiutamente, come
la donna s' indiava. L' amore non era passione
dei sensi, ma contemplazione dello spirito; non
era desiderio, ma preghiera; e la calma preghiera
dell' amante saliva come profumo d' incenso al
trono della nuova dea, che beatificava di un
saluto, e di nuli' altro che di un saluto, il suo
devoto : questo asceta delF amore che viveva di
sospiri e di lacrime, inginocchiato davanti al-
l'immagine dell'
.... Angela, che par dal ciel venuta.
Tutto ciò è molto importante a notarsi fin d'ora,
perchè ci aiuterà ad intendere quella lirica di
Dante, che è cosi vicina a questa del Gianni e
del Frescobaldi; e ci aiuterà a decifrare quella
20 CAPITOLO I
Beatrice misteriosa, intorno alla quale si sono
così contradittoriamente affaticati tanti ingegni,
senza forse vedere che quel mistero che la cir-
conda è il mistero stesso, nel quale si agitava
faticoso e sofferente lo spirito del poeta, anzi lo
spirito di tutta quella scuola della casistica amo-
rosa ^ e dell' amore ideale. È per questo che io
credo assurdo cercare là dentro la realtà. Ma di
ciò verrà il momento che potremo ampiamente
discorrere. Il farlo ora sarebbe prematuro.
1 Cosi, e molto bene, la chiama il prof. Del Lungo nel Dino
Compagni e la sua Cronaca.
21
CAPITOLO II
GUIDO ORLANDI E GIANNI ALFANI
Le poesie di Guido Orlandi, che ci restano,
sono :
I sonetti : Troppo servir iien danno ispessa-
uiente ^ - Per troppa sottiglianza il fil si rom^pe -
- Amico, saccio beti che sai limare ^ - A suon
di trombe innanzi che di corno ^ - Onde si muove
e donde 7iasce amore "" - Al motto diredan pvnma
ragione ^ - Ahi conoscenza quanto mal mi fai ~ -
Amor, s' i parlo 'l cor si parte e dole^ - La
luna e 7 sole son pianeti boni ^ - Piit eh' arixi-
state in terra nulla vale^^ - Nel libro del re, di
1 Chig. L, vili, 305; Rice. 2846 ; Vatic. 3793.
2 Vatic. 3214.
3 Vatic. 3214.
•» Chig. L, vili, 305; Vatic. 3214; Pucc. 2S4G.
5 Chig. L, vili, 305; Rice. 2846; Magliab. VII, 7, 1208.
6 Sonetti e Canzoni: Giunti, 1527.
7 Vatic. 3214.
8 Chig. L, vili, 305; Rice. 2846.
9 Vatic. 3214. - Pub. nella Riv. di FU. Rom. 1 , 2.
10 Ibid., Ibid.
22 CAPITOLO II
Imi si favola^ - Poi che traesti infìno al ferro
V arco ~ - Le grandi bellezze caudo in voi con-
tare ^ - Chi no7i sapesse che la gelosia •^ - Color
di cener fatti son li bianchi. ^
I sonetti doppi : ^ Se avessi dello, amico, di M.a-
ria '' - Ragionando d' amore. ^
E le ballate : Come sono francato ^ - Partire^
amor, nonn oso ^'^ - Lo gran piacer h' i porto
immaginato. ^^
Si hanno poi alcune poesie variamente attri-
buite. Così il sonetto Poi eh' aggio udito dir
dell' uom selvaggio , che nel Cbig. L, viii, 305
e nel Rice. 2846 è dato airOriandi, è invece
1 Vatìc. 3214. - Pubbl. nella Riv. di Filol. Rom., I, 2.
2 Ibid., Ibid.
3 Vatic. 3793.
4 Vatic. 3214.
•'i Ibid.
'' Sulla forma ritmica del sonetto doppio ved. Minturno, Arte
Poetica, III, pag:. 24G.
' Vatic. 3214.
8 Rice. 2846; Vatic. 3214.
» Vatic. 3214.
10 Ibid. — Il signor Manzoni sembra credere ( Riv. FU. Rom
I, 2, pag. 85, nota) che ogni stanza di questa ballata sia un compo
nimento separato. Ma è evidente il contrario, osservando che i vers
di ogni stanza rimano con quelli della stanza seguente. Cosi: sone
raggio con maggio, 'ntera con vera, foglia con doglia, cera con spc
va ecc. E anche la prima stanza rima con la seconda, se divisa bene
cioè cosi :
Partir talora fue
Mi credea da amare
Per vero intendimento preso novo ,
Ma ciò non porla fare
Ke per un ciento e piùe
Doblato lo dixio ke mi trovo
» Vatic. 3214.
GUIDO ORLANDI E GIANNI ALFANI 23
dato a Guido Cavalcanti nel Vatic. 3214. Nello
stesso Vatic. 3214 sono dell' Orlandi i sonetti del
Cavalcanti: Io vengo il giorno a te infinite volte -
Perkè non furo a me gli occhi dispcnti. Nel cod.
Rice. 2846 sembrano attribuiti all' Orlandi i so-
netti: Dante, un sospiro messagger del cuore; -
Ciascuna fresca et dolce fontanella. ^
Guido Orlandi è un rimatore assai meno ge-
niale del Gianni e del Frescobaldi. Le qualità che
lo congiungono alla nuova scuola dei lirici non
sono certamente né un forte e profondo senti-
mento, ne la contemplazione alta e serena della
donna, divenuta al poeta come cosa celeste. Tut-
t' altro. Non c'è un solo verso di lui che accenni
a queste doti. Parrebbe anzi che egli fosse molto
vicino ai rimatori di maniera provenzale; e basta
a provarlo questo povero e stentato sonetto dop-
pio, alla cui lettura noi sentiamo l'eco di altre
rime già passate di moda:
Ragionando d'amore,
Mi conven laudare
Vostro gentil impero,
Donna di gran valore.
Voi sete la fior, pare,
Di bene amare intero.
Degna d'avere d'onore.
Chi ben vuol contemplare
Senza menzogna il vero;
' Nel cod. Vatic. 3793 è attrib. a Guido Orlandi il son. Chi se
medesimo inganna per neghienza, che le Rime Ant. danno all'Ui-
biciani, e il Valeriaui a Lapo Saltarello.
24 CAPITOLO ir
Poi d' amoroso core
In un sol loco amare
Vi fa l'amor sincero.
Dunque sol siete quella,
In cui l'amor si vesta,
E fiore in fronda cresce,
Che buon frutto conserva.
A gioire m'appella,
Membrando come presta
Virtute in voi seguisce
Confortando eh' io serva. ^
Però noi sappiamo anche che questi lirici
ebbero un'altra caratteristica, introdussero un
altro elemento nelle loro rime, quello che più
degli altri li riconnette col loro predecessore e
maestro : la dialettica amorosa, il sottilizzare e
il disputare sulle qualità dell'amore. Ed in ciò
appunto si distingue (e si distingue forse troppo!)
Guido Orlandi. In lui sembra che fosse una. na-
tura portata al contendere, al disputare, al con-
traddire. Contende, infatti, di astrologia con un
frate Guglielmo, dicendogli, a proposito di pianeti r
Non mi par ben diritta sua sentenza.^
Curiosa è la risposta ch'egli fece, come dice il
cod. Vaticano -3214, «ad uno sonetto ke li
' V. anche la ballata (pub. dal Trucchi, Poes. ital. ined., I, 215):
Come servo francato
Sono servo à' amore ;
2 Son. La Luna e 'l sole son pianeti boni: nella Riv. di FiL
Hom., I, II, 88.
GUIDO ORLANDI E GIANNI ALFANI 25
mandò Dante Alighieri».^ Di mezzo all' oscurità
indecifrabile dei suoi versi, quel solo che si può
raccogliere è che V Orlandi parla a Dante con
tuono di superiorità, come maestro a scolare:
volentier ti parco,
egli dice; e sebbene noi non riusciamo ad in-
tendere quel ch'ei si degnasse di perdonare, pure
la frase ci colpisce e ci scopre il suo carattere
altero e quasi diremmo un po' dispettoso. Forse
r Orlandi rimprovera a Dante di aver trattato un
tema troppo arduo di casistica d' amore ; ed atteg-
giandosi a benevolo compatitore di lui, gli dice:
E s'io t'insegno passar questo varco
Sì che '1 soverchio non vi ti discovra,
Non povramente guadagnar ne voglio.
Anzi ke prima più se ne riscriva;
E dico a te che lasci star l'orgoglio',
E t'assomigli all'occhio de 1' uliva, ^
E guarditi di non ferire a scoglio:
Colla tua nave in salvo porto arriva.
Un mal celato dispetto io sento in questi ultimi
versi: quell'accenno all'orgoglio, quel quasi pa-
terno consiglio di guardarsi dagli scogli, mi fanno
balenare davanti agli occhi la figura del rima-
1 Son. Poi che traesti in fino al ferro V arcg. Ivi, 88-89.
2 TiéVC uliva come simbolo d'umiltà dice T Orlandi nella ballata
Coinè servo francato :
Volto mi trovo umil come 1' uliva . . .
26 CAPITOLO II
tore neiratto ch'egli legge una poesia dell'Ali-
ghieri, e sorridendo di stizzosa compassione di-
nanzi a qualche ardimento di lui, afferra la penna
e risponde: risponde questo sonetto turgido di
vanità. Né ciò, del resto, farà meraviglia a chi
conosca altri due sonetti dell'Orlandi diretti a
Guido Cavalcanti. Nel piìi volte citato codice
Vaticano 3214 si legge: «Questo si è "uno re-
specto, il quale fece Guido Orlandi a Guido Ca-
valcanti, perchè disse k' el farebbe piangere
Amore». Anche qui è chiaro: l'Orlandi, letti
certi versi, ne' quali il Cavalcanti aveva detto
che « farebbe piangere amore » , ^ senti ribollire
il suo sdegno e volle dare una lezione, una dura
lezione, al troppo sottile poeta:
Per troppa sottiglianza il lìl si rompe
ei gli dice, senza sentire che quel verso a se
stesso più che agli altri si adattava; e seguita
poi insegnandogli che
. . . Amor sincero non piange né ride;
e lo rimanda a leggere Ovidio :
Ovidio leggi : più di te ne vide ; .
e alla fine gli scaraventa addosso un verso che
1 Nella ballata^ Poi che di doglia cuor conven eh' i' porti il
Cavalcanti scrisse:
Farène di j)ietà piangere Amore.
GUIDO ORLANDI E GIANNI ALFANI 27
Terrebbe essere una minaccia terribile e che non
riesce oggi che a farci ridere :
Dal mio balestro guarda ed aggi tema.
Il Cavalcanti rispose, e da par suo, in un so-
netto, d'onde trapela il disprezzo del gentiluomo
per il mercante, l'orgoglio dell'artista per il
mediocre verseggiatore, che aveva osato muover-
gli censura. « Il povero Orlandi, come dice il
Del Lungo, ^ è nel sonetto del provocato avver-
sario una specie di villan rifatto, che per avere
alla meglio imparato gii esercizi de' nobili uomini
e un poco di lettere stoltamente si dà a credere
di potere con le sue orecchie plebee ascoltare i
sottili e jpiani insegnamenti d' Amofe, e degna-
mente riferirne». Non sarà inutile che riferiamo
questo sonetto del Cavalcanti : -
Di vii matera mi conven parlare,
Perder rime, silabe e sonetto,
Sì, eh' a me stesso giuro et imprometto
A tal voler per modo leggio dare.
Perchè sacciate balestra legare
E coglier con isquadra archile in tetto,
E cierte fiate aggiate Ovidio letto,
E trar quadrelli e false rime usare;
1 Dino Compagni ecc., I, 360. Non sappiamo con lui convenire,
quando egli dice che l'Orlandi ha col Cavalcanti «non poca somi-
glianza morale e di stile». Neppure ci pare ch'ei possa esser chia-
mato: «buon trovatore e sonettieri e di forti rime». Il Del Lungo
guarda, ci pare, l'Orlandi con occhio troppo benevolo. Buonissime
però sono molte sue osservazioni.
2 Cod. Vatic. 32U; pub. nella Riv. di FU. Rom., I, ii, 88.
28 CAPITOLO II
Non po' venire per la vostra mente
Là dove insegna Amor soctile e piano
Di sua manera dire e di su' stato.
Già non è cosa che si porti in mano;
Qual che voi siate, egli è d' un' altra gente,
Sol al parlar si vede chi v" è stato.
Già non vi toccò '1 sonetto primo.
Amore à- fabricato ciò eh' io limo.
Ma alle orgogliose rime del Cavalcanti non si
acquietò il bizzarro spirito dell' Orlandi. Ci vo-
leva ben altro per lui! E rispose alla risposta
con un altro sonetto, dove prima butta giiì pa-
role e frasi ironiche, poi torna sulla questione
dell'aver fatto piangere Amore, e finalmente
sembra con una frase alludere agli amori car-
nali del Cavalcanti:
Amico, saccio ben che sai limare
Con punta lata maglia di coretto,
Di palo in frasca come uccel volare,
Con gi^ande ingegno gir per loco stretto,
E largamente preiftlere e donare,
Salvar lo guadagnato, ciò m*è detto.
Accoglier gente, terra guadagnare;
In te non trovo ma che uno difetto.
Che vai dicendo intra la savia gente.
Faresti Amore piangere in tuo stato:
Non credo, poi non vede; e quest'è piano.
E ben dì '1 ver, che non si porta in mano,
Anzi per passion punge la mente
Dell'uomo ch'ama, e non si trova amato.
Io per lung' uso disusai lo primo
Amor carnale, e non tangio nel limo.
GUIDO ORLANDI E GIANNI ALFANI 29
C'era del battagliero in questo rimatore bi-
lioso e sottile, a cui non poteva andar giù non
tanto, forse, la frase, dellMmor^ che piange^
quanto tutta quell'arte del Cavalcanti cosi su-
periore alla sua, cosi diversamente intonata. Ma
egli era poi tanto infelice nelle sue risposte! Il
Cavalcanti aveva scritto il sonetto Una figura
della donna mia,^ dov'è chiaro il concetto satì-
rico non solo contro i Frati Minori, ma contro i
pretesi miracoli della Madonna di San Michele in
Orto. Anche a questo il povero Orlandi risponde
con un sonetto doppio. Comincia dal dirgli come
egli avrebbe dovuto chiamare Maria:
Se avessi detto, amico, di INIaria,
Grazia piena e pia,
Rosa vermiglia sei piantata in orto,
Avresti scritto dritta similìa.
Seguita poi con un elogio della Madonna:
Del nostro fine fu magione e porto
E di nostra salute quella Dia,
Che prese sua contia,
E l'angelo le porse il suo conforto.
Fin qui può dirsi che i versi dell'Orlandi sono
molto brutti: ecco tutto. Ma il buono vien ora.
Egli sa le voci che corrono sulla miscredenza del
Cavalcanti. Questo stesso suo sonetto non ne è
1 Ant. Rime Toscane^ I, 174.
30 CAPITOLO II
forse una prova? Dunque bisognerà ricacciar nella
gola all'empio poeta le sue parole; bisognerà
dirgli : piangi i tuoi peccati e non quelli degli
altri, impara dal Pubblicano a pentirti:
Ah qual oonforto ti darà che plori
Con Dio li tuoi fallori,
E non l'altrui! Le tue parti diclina,
E prendine dottrina
Dal Pubblican, che dolse i suoi dolori.
Che cosa vieni tu a mettere in canzone i Frati
Minori? Essi, o sciagurato, e non essi soli, ma
anche i Frati di San Domenico, sono i santi di-
fensori della fede : le loro parole sono il farmaco
delle anime nostre:
Li Fra Minori sanno la divina
Iscrittura latina;
E della fede son difenditori
Li buon Predicatori :
Lor predicanza è nostra medicina.
Questo zelo religioso era sincero nell'Orlandi? Io
credo, veramente, di si; ma credo anche che egli
prendesse volentieri 1' occasione di assalire il Ca-
valcanti con questi versi. Sincero lo credo, perchè
anche altrove esso apparisce, e perchè poi, in
sostanza, tutta questa scuola lirica ha il senti-
mento della religiosità e confonde l'amore ter-
reno coir amore celeste. Qualche cosa di ciò è
anche nel sonetto dell' Orlandi A siwn di tromba
GUIDO ORLANDI E GIANNI ALFANI 31
ìiinanzi che di corno^ per quanto almeno si può
ricavare da quei versi oscuri.
Abbiamo già detto che il gruppo delie poesie
di Guido Orlandi, per noi piìi importante, è
quello dove egli pone o scioglie questioni d'amore,
essendo queste le poesie che ce lo fanno anno-
verare tra i poeti della nuova scuola lirica. Ed
in quel gruppo ci si presenta ora un suo sonetto,
innanzi al quale, nel cod. Vaticano 3214, sta
scritto così: « Questa si è la difenxione ke ffa
Guido Orlandi di Firenze d' una canzone ke fece
di gelosìa in cierta parte dove Dino Compagni
lo riprese » .- Il sonetto è questo :
Chi non sapesse che la gelosia
Si parte in terzo, ora infenda comò.
Lo saggio amante quando prende '1 pomo,
Geloso l'assavora e lo dixia;
E '1 folle siegue amor per altra via,
Mai non riposa in sicui'a domo.
Nel terzo grado non fa vita d' omo
Che porti 'n sé ragion, ma fantasia,
Adunque, amico, guarda ke rispondi;
Kè ben ài senno, ardimento e modo
Di saggio parlador, forse e' offendi.
Di gelosia d'amore feci un nodo.
Che duro a scioglier t'è, se non intendi
Lo meo sermone ornato, tondo e sodo.
È facile nelle due quartine del sonetto leggere
tutta una teoria sulla gelosia, divisa in tre specie:
' Ant. Rime Toscane, lì, 363.
- Riv. di FU. Rom., I. e.
32 CAPITOLO II
la gelosia savia, la folle e la fantastica.^ Ma
nelle terzine noi ritroviamo poi V Orlandi attac-
cabrighe; r Orlandi che dopo un complimento,
dice, in sostanza, al Compagni: tu non sei ca-
pace di sciogliere il nodo ch'io feci, perchè non
intendi il mio parlare «ornato, tondo e sodo».
Recentemente è stato detto che la canzone
di gelosia possa essere un componimento conte-
nuto nel Vaticano 3214, ^ e che sarebbe una specie
di contrasto tra l'amante e la donna: un con-
trasto in forma di ballata.^ Noi, veramente, in-
tendiamo cesi poco di quel componimento, che
non sapremmo deciderci né ad affermare né a
negare che esso sia quella canzone, a cui si ri-
ferisce il sonetto citato. Né ciò, del resto, ha
grande importanza.
Tra le poesie dell'Orlandi, che danno regole
intorno all'amore, abbiamo questo sonetto:
Troppo servir tien danno ispessamente,
Ed amar fuor misura è gran follore,
E non de'l'uom gradire un convenente
Tanto, che se ne penta nel suo core.
' Cfr. Del Lungo, op. cit., I, i, pagg. 364-65.
- Del Lungo, 1. e.
3 Quella che comincia:
Partire, amor, non oso
D' amar si mi dileota,
Voi, donna, ke distrecta
Tenete la mia mente a cor trioioso
{Riv. di FU. Roni., 1. e.)
GUIDO ORLANDI E GIANNI ALFANI 33
Ma sempre de' servir nella sua mente
Di non laudar lo frutto per lo fiore;
Che visto abbiam che può esser fallente
Per freddo, che sormonti, o per calore.
Avvegna eh* io non saccia perchè 'n fallo
Mi sia tornato il fior, ch'io adorai
Conforto n' averla s'io lo avesse.
In greve tresca m'è tornato il ballo,
E centra *1 ben mi darà pena assai,
Po' non mi son tenute le 'mpromesse.
Più caratteristico, sempre nello stesso genere,
è un altro sonetto che 1" Orlandi mandò « a Ser
Bonagiunta monaco della Badia di Firenze» , ^
proponendogli, come pare, a risolvere la que-
stione, qual sia il piìi forte amore, se il co-
wMne, il carnale o il naturale:
Più ch'araistate intera nulla vale,
E tre sono gli amori, ond'è menzione.
Primeramente apparve lo comune,
E po' congiunse seco lo charnale,
E nacquene d' amburi il naturale.
Per sé ciascuno siegue sua ragione.
Qual' è '1 più forte in vostra oppinione ?
Saver lo voglio se '1 primo v'assale,
Come dixio, per farne gioia e festa
Con voi, meo sire. Fat' esto latino,
Usandoci rectorica correcta
Il colmo del genere è finalmente quello tra
i sonetti dell'Orlandi che è più coiTosciuto, e che
1 Riv. di FU. Rom., 1. e.
Babtou. — St. della Lelteral. Ital. — Voi IV. 3
34 CAPITOLO II
si crede abbia dato luogo alla celebre canzone
del Cavalcanti: Donna mi prega ^ perdi io voglio
dire. È il sonetto sulla natura d'Amore:
Onde si muove, e donde nasce Amore?
Qual è suo proprio luogo, ov' ei dimora?
È e' sustanzia, accidente, o memora?
È cagion d' occhi, o è voler di cuore ?
Da che procede suo stato o furore?
Come fuoco si sente, che divora?
- Di che si nutre? domand'io ancora.
Come e quando e di cui si fa signore?
Che cosa è, dico, Amore? ha e' figura?
Ha per se forma? o pur somiglia altrui?
È vita questo Amore, o vero è morte?
Chi '1 serve, dee saver di sua natura.
Io ne dimando voi, Guido, di lui;
Perch' odo molto usate in la sua corte. ^
La casistica amorosa è qui giunta al suo termine
estremo. Non si poteva, certo, sottilizzare di più;
non potevasi essere più acuti, o, da un altro
punto di vista, più insulsi. E qui pure, in questo
sonetto, dove ogni domanda implica in sé un
ampio trattato di metafisica amorosa, l'Orlandi'
ha voluto sull'ultimo essere aggressivo, ha vo-
luto scagliare una- freccia contro il Cavalcanti.
Mi par chiaro. Quel verso:
Perch'odo molto usate in la sua corte,
1 Non so perchè il signor Gaetano Capasso in un suo recente
scritto (Le Rime di Guido Cavalcanti, Pisa, 1879) sembri mettere
in dubbio che questo sonetto sia dell' Orlandi. I manoscritti ci pare
che risolvano la questione.
GUIDO ORLANDI E GIANNI ALFANI 35
vuol dire tante cose, che ognuno intende, e non
è certo un elogio a Guido. È un frizzo, un'ironia,
forse un' impertinenza. C era propriamente nel-
r Orlandi una spiccata tendenza alla mordacità.
Mordace, fiero, aspro di concetto e di suono è
il suo sonetto più bello : un sonetto che non ha
che fare colla liìHca nuova, e nel quale il poeta
si è dimenticate le sue teorie astruse sulla ge-
losia e sull'amore, per non ricordarsi che dei
fieri odii di parte, per imprecare ai Bianchi^
odiati e vinti. Questo sonetto, dicevo, non ha
attinenza nessuna colla lirica dottrinale e amo-
rosa, di cui parliamo; anzi se ne stacca com-
piutamente, e ricongiunge piuttosto l'Orlandi a
quei satirici toscani, di cui altrove parlammo. -
Ad ogni modo, ci sia lecito qui riferirlo, per
mostrare quanto il nostro rimatore fosse più
sciolto e più franco nell'arte sua, allorché non
lo impacciavano le sue teorie, le sue metafìsiche-
rie, allorché non pretendeva di speculare sulla
natura di amore, ma lasciava libero sfogo al-
l'anima appassionata dalle sventure della patria:
Color di cener fatti son li Bianchi,
E vanno seguitando la natura
Degli animali che si noman granchi,
Che pur di notte prendon lor pastura.
1 Ved. D'Ancona, La politica nella poesia del secolo XIII e
XIV { Nuova AntoL, 1876), e cfr. Del Lungo, op. cit., I, ii, pag.
527, nota 2.
2 Tomo III , cap. xi.
36 CAPITOLO II
Di giorno stanno ascosi e non son franchi,
E senopre della morte hanno paura,
Dello leon per tema non li abbranchi,
Che non perdano ornai la forfattura:
Che furon Guelfi ed or son Ghibellini.
Da ora innanti sian detti ribelli,
Nemici del Comun come gli liberti.
Così il nome de' Bianchi si declini.
Per tal sentenza che non vi si appelli,
Salvo che a San Giovanni sieno offerti.^
Passiamo ora ad un altro rimatore della nuova
scuola., a Gianni Alfani. Di lui ci rimangono sei
ballate e un sonetto. Le ballate sono queste:
Della mia donna vo' cantar con voi ^ - Donna ,
la donna mia ha d'un disdegno ^ - Guato una
donna dov'io la scontrai^ - Ballaietta dolente^ -
Quanto più mi disdegni piic mi piaci ^ - Se
quella donna ched io legno a mente '^ - Il sonetto :
Guido, quel Gianni che a te fu V altr' ieri.^
Le rime dell' Alfani sono molto diverse da
quelle dell'Orlandi, e lo riavvicinano piuttosto al
Gianni e al Frescobaldi. Noi ritroviamo qui quella
poesia del saluto che tiene sì larga parte nel
1 Trucchi op. cit., I, 244.
2 Codd. Rice. 2846; Chig. L, Vili, 305.
3 Id.
4 Id.
5 Id.
« Id.
7 Id.
8 Id.
GUIDO ORLANDI E GIANNI ALFANI 37
concepimento artistico di quei lirici. Dice l'Alfani
che la sua donna:
con gli occhi mi tolse
II cor, quando si volse
Per salutarmi, e non mei rendè mai.
E ritorna poi sul saluto, sul bel saluto della sua
donna,
Lo quale sbigottì sì gli occhi miei
Ch' egli incerchiò di stridi '
L'anima mia che li pingea di fuori.
Questo sbigottimento davanti alla donna amata,
e il cambiar di colore al suo cospetto, e tutti
i segni, direi, del terrore amoroso, sono espressi
fortemente dalFAlfani, e sono, ripetiamolo an-
cora, una delle caratteristiche di questa scuola:
La prima volta ched io la guardai
Volsemi gli occhi sui
Sì pien d'amor, che mi preser nel core
L'anima sbigottita sì che mai
Non ragionò d' altrui ,
Come legger si può nel mio colore.
La donna anche per l'Alfani è dea che spande
raggi di luce:
Amor vi vien colà dov' io lo miro
Ammantato di gioia
Nelli raggi del lume eh' ella spande.
Questo lirico ha, come il Frescobaldi, parole di
38 CAPITOLO II
forte dolore. In un luogo, rivolto alla propria
ballata, le dice:
Ballatetta dolente,
Ya mostrando il mio pianto,
Che di dolor mi cuopre tutto quanto.
Altrove egli dice:
Una parola nel cor mi discende
Che dentro un pianto di morte v'accende;
ed ancora
Però, parole nate di sospiri,
Ch' escon del pianto che mi fende '1 core,
Sappiate ben cantar de' miei martiri
La chiave, che vi serra ogni dolore
A quelle donne e' hanno '1 cor gentile
Due componimenti dell' Alfani e' importano
in modo speciale, in quanto si riferiscono a Guido
Cavalcanti. Ricordiamoci che V Orlandi con chiara
allusione gli aveva già detto :
Io per lung'uso disusai lo primo
Amor carnale e non tangio nel limo;
ed in altro luogo :
Perch'odo molto usate in la sua corte,
cioè alla corte d'Amore.
Presso a poco lo stesso dice del Cavalcanti
l'Alfani, scrivendo di lui :
Perch' egli è sol colui che vede Amore,
GUIDO ORLANDI E GIANNI ALFANI 39
e dirigendogli questo sonetto :
Guido, quel Gianni, eh' a te fu raltr'ieri,
Salute quanto piace alle tue risa
Da parte della giovane da Pisa,
Che fier d' amor me' che tu dì trasfieri. ^
Ella mi domandò come tu eri
Acconcio di servir chi T hae uccisa,
S'ella con lui a te venisse in guisa,
Che no '1 sapesse altri eh' egli e Gualtieri,
Sì che i suoi parenti da far macco
Non potesser giammai lor più far danno
Che dir men da te 2 dalla lunge iscacco.
Io le risposi, che tu senza inganno
Portavi pien di tai saette un sacco,
Che gli trarresti di briga e d' affanno.
In mezzo alle molte oscurità di questo so-
netto, mi par chiaro che la « giovane da Pisa »
richiedesse d' amore il Cavalcanti ; e le parole
deirAlfani:
Io le risposi, che tu senza inganno
Portavi pien di tai saette un sacco . . .
.vogliono certamente dire che messer Guido era
sempre pronto alF amore, portava con sé un sacco
di saette per tutte le belle donne; e confermano
le sue inclinazioni, quali, satiricamente, gli rim-
proverava r Orlandi.
1 Chig. tra fieri.
2 Chisr. date.
41
CAPITOLO III
GINO DA PISTOIA
QUALCHE APPUNTO BIBLIOGRAFICO SUL TESTO
DELLE SUE RIME
Il testo delle rime di Gino, come quello, di-
sgraziatamente, di quasi tutti i nostri scrittori,
non è ancora fatto, secondo le regole più ele-
mentari della critica. Non solamente noi non posse-
diamo una lezione sicura di quelle rime; ma non
sappiamo neppure con certezza quali tra esse sieno
le autentiche e quali le apocrife. Né qui sarebbe il
luogo di esaminare ex-professo la non facile que-
stione. Ciò spetta a chi prenderà a trattare l' ar-
gomento in un lavoro speciale. Però , siccome non
possiamo accettare alla cieca né alla cieca riget-
tare 0 tutte 0 parte delle poesie del Pistoiese,
cosi dobbiamo prima d' ogni altra cosa fare uno
studio che ci ponga in grado di vedere almeno
quali di quelle poesie possano da noi essere rite-
nute per autentiche indubbiamente.
Il più antico libro a stampa che contenga rime
di Gino é quello intitolato : Canzoni di Dante ,
Madrigali del detto. Madrigali di messer Gino
42 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
€ di messer Gir ardo Novello. In Ve/ietia, jper
Guglielmo de Monferrato, mdxviii.^
In esso si trovano le due ballate:
1. Madonna, la spieiate;
2. Doìina, 'l beato punto che in' avvenne.
La prima di queste due ballate si legge nei codd. Ma-
gliab, VII, 1041 e 371, e nel Riccard. 1118. La seconda
non mi ò venuto fatto di trovarla in nessuno dei mano-
scritti da me veduti.
Una più ampia raccolta delle rime di Gino
sta nel libro intitolato: Sonetti e Canzoni di di-
versi antichi autori toscani in dieci libri raccolte.
In Firenze j per li eredi di Filippo di Giunta, 1527.
Eccone la nota, colle respettive indicazioni dei
codici.
3. Son. Deh com' sarebbe dolce compagnia ,
Vatic. 3213, 3214; Chig. L, Vili, 308; Barber. XLV, 47;
Magliab. Palat. 204. Nel Parmig. 1081 è adesp.
4. Son. Se non si rnuor non troverà mai j^osa,
Vatic. 3213, 3214; Magliab. Palat. 204; Cliig. L, Vili, 305:
Rologn. Univ. 1289.
5. Son. Lo core mio che negli occhi si mise,
Chig. L, Vili, 305.
1 Questo raro libretto, che il comm. Zambrini dice di non aver
potuto vedere {Le Opere rolg. a stampa, Bologna, 1878, col. 218-19),
esiste nella Nazionale di Firenze, segnato M. 1271. 8. Le prime 78
pagine contengono Rime di Dante. Le Rirne di Gino stanno alle
pagine 78, 79, 80. Da pag. 80 a 84 si contengono Rime di Girardo
Novello. A pag. 84-85 di M. Betrico da Reggio. Da pag. 85 a 95, che
è l'ultima, di M. Ruccio Piacente da Siena.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 43
6. Son. Ahi DÌO come s' accorse in forte 'punto.
Non ho trovato questo sonetto in nessuno dei codici da me
visti, salvo che nel Chig. cit., il quale però l'attribuisce
a Maestro Rinuccino. i
7. Son. Signore , io son colui che vidi Amore ,
Vatic. 3213, 3214; Chig. L, Vili, 305; Barber. XLV, 47;
Magliab. Palat. 204; Laurenz. XC inf. 37.
8. Son. Lo intelletto d' Am.or che solo porto,
Yatic. 3213 e 3214; Chig. L, YIII, 305; Magliab. VII, 7,
1208 e 991; Magliab. Palat. 204; Laurenz. XC inf. 37:
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
9. Son. Tu che sei voce che lo cor conforta,
Vatic. 3212 e 3214; Chig. L, Vili, 305; Magliab. Palat.
204; Laurenz. XC inf. 37; Bologn. 1289.
10. Son. Lo dolor grande che mi corre sovra,
in nessuno dei codici da me visti.
11. Son. Ciò ch'io veggio di qua m' è mortai
duolo , Vatic. 3213 e 3214; Chig. L, Vili, 305; Magliab.
Palat. 204; Laurenz. XC inf. 37; Bologn. 1289.
12. Son. La bella donna che 'n virtù d' Amore,
Vatic. 3213 e 3214; Chig. L, Vili, 305; Barber. XLV,
47; Magliab. Palat. 204; Laurenz. XC inf. 37; Casanat. d.
V. 5; Bologn. 1289.
13. Son. Guarda, crudel , giudizio che fa.
Amore, in nessun codice, salvo che nel Chig. cit., che lo
attribuisce a Maestro Rinuccino. ^
1 Ediz. Molteni, Monaci, pag. 149.
- Ed. cit., pag. 221.
44 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
14. Son. Donna, io vi miro e non è chi vi
guidi, Vatic. 3213 e 3214; Chig. L, Vili, 305; Ma-
gliab. Palat. 204; Laurenz. XC inf. 37; Bologn. 1289.
15. Son. 0 voi che siete ver me sì giudei,
Vatic. 3213 e 3214; Chig. L, YIII, 305; Magliab. Palat.
204; Laurenz. XC iiif. 37.
16. Son. L'anima mia che va sì ^pellegrina ,
Chig. L, Vili, 305; Magliab. VII, 7, 1208; Magliab. Pa-
lat. 204; Laurenz. XC inf. 37; Casanat. d. V. 5.
17. Son. Avvegnaché crudel lancia intraversi,
Vatic. 3213; Chig. L, VIII, 305; Magliab. Palat. 204;
Laurenz. XC inf. 37.
18. Son. Ben è sì forte cosa il dolce sguardo,
Vatic. 3214; Chig. L, Vili, 305; Magliab. Palat. 204;
Laurenz. XC inf. 37; Bologn. 1289.
19. Son. Amore è uno spirito eh' ancide ,.
Vatic. 3213 e 3214; Chig. L, Vili, 305; Barber. XLV,
47; Magliab. Palat. 204; Laurenz. XC inf. 37; Casanat.
d. V. 5.
20. Son. Moviti, pietate, e va incarnata,
Chig. L, Vili, 305.
21. Son. Uomo, lo cui nome per effetto,
Chig. L, Vili, 305.
22. Son. Udite la cagion de' miei sospiri,
in nessun codice.
23. Son. Pietà e mercè "ini raccomande a vui,
in nessun codice.
24. Son. Gentil donne valenti, or m'aitate,
in nessun codice.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 45
25. Son. Io trovo il cor fendo nella 'mente ,
in nessun codice.
26. Son. Quella donna gentil, die Bemj)re mai,
Vatic. 3214; Parmig. 1081.
27. Son. Ora se n'esce lo sospiro mio, Chig.
L, Vili, 305; Magliah. Palai. 204; Laurenz. XC inf. 37.
28. Son. Se gli occhi vostri vedesser colui ,
Vatic. 3213 e 3214; Chig. L, Vili, 305; Magliab. Palai.
204; Laurenz. XC inf. 37.
29. Son. Se voi udiste la voce dolente, Vaile
3214. Nel Chig. cit. è anonimo.
30. Son. Gli aiti vostri, li sguardi e il bel
diporto, Vaiic. 3213; Chig. L, Vili, 305; Magliab. Palai.
204; Laurenz. XC inf. 37. — Nel cod. Riccard. 1118 è
attrib. a Guido Cavalcanii.
31. Son. Poscia ch'io vidi gli occhi di costei ,
Vatic. 3213 e 3214; Chig. L, Vili, 305; Magliab. Palai,
204; Magliab. VII, 1208 e 991; Laurenz. XC inf. 37; Ca-
sanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
32. Son. Madonna, la beltà vostra infollìo ,
Vatic. 3213; Palai. 204; Laurenz. XC inf 37; Chig.
L, Vili, 305; Casanat. d. V. 5; Marciano IX, CXCL
33. Son. Una donna ini passa per la mente,
Vatic. 3214; Palai. 204; Laurenz. XC inf. 37; Chig. L,
Vili, 305.
34. Son. Egli è tanto gentile ed alta cosa,
in nessun cod. — Nel Chig. è adesp.
35. Son. Ahimè ch'io veggio per entro un
pensiero, Magliab. VII, 7, 991, 1208; Vatic 3214; Chig.
46 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
L, Vili, 305; Casanat. d.V.5; Riccard. 1118; Palai. 204;
Lanrenz. XC inf. 37.
36. Son. Questa leggiadra donna che io sento ,
Barber. XLV, 47. — Nel Chig. è attrib. a M. Rinuccino.
37. Son. Ogni allegro jpensier ch'alberga meco,
Vatic. 2213; Palat. 204; Chig. L, Vili, 305; Laurenz. XC
inf. 37.
38. Son. 0 giorno di tristizia epien di danno ,
Vatic. 3213; Chig. L, Vili, 305; Parmig. 1081.
39. Son. Non cinedo che 'n madonna sia venuto,
Vatic. 3213 e 3214; Chig. L, Vili, 305; Palat. 204; Lau-
renz. XC inf. 37; Chig. L, IV, 131.
40. Son. Veduto han gli occhi miei sì bella .
cosa, Vatic. 3213; Chig: L» Vili, 305; Palat. 204; Lau-
renz, XC inf 37; Chig. L, IV, 131.
41. Son. Ahimè ch'io veggio ch'una donna
viene , in un Trivulziano citato dal Ciampi.
42. Son. Senza tormento di sospir non vissi ,
Vatic. 3213; Palat. 204; Laurenz. XC inf. 37; Chig. L,
Vili, 305; Magliab. VII, 1208; Casanat. d. V. 5.
43. Son. Bella e gentile amica di pietate,
Vatic. 3213 e 3214; Palat. 204; Laurenz. XC inf. 37;
Chig. L, Vili, 305; Bologn. 1289.
44. Ball. Madonna, lapietate , nei codici già in-
dietro citati. (Ved. num. 1).
45. Ball. Quanto più fiso miro , in nessun codice.
46. Ball. Deh ascoltate come il ìnio sospiro,
in nessun cod.
47. Ball. Donna, 7 beato punto che m'avenne^
in nessun cod.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 47
48. Son. Deh piacciavi dona?^e al mio cuor
vita, in nessun cod.
49. Son. Io priego^ donna 7nia, in nessun cod.
50. Canz. La dolce vista e V ì?el guardo soavCy
Chig. L, Vili, 305; Palat. 204; Laurenz. XC inf. 37; Ca-
sanat. d. V. 5.
Dopo la raccolta Giuntina del 27 segue quella
fatta da Niccolò Pilli col seguente titolo: Rime
di M. Cino da Pistoja, jureconsulto e poeta ce-
lebratissimo , novellamente poste in luce, s. d,, ma
Roma, Biado, 1559. In questa edizione si trovano
tutte le rime già pubblicate nella Giuntina, e di
più le seguenti :
51. Son. Qual dura sorte mia, donna, ac-
consente. In nessuno dei codici da me visti. Nel Laur. XL,
50 è stato aggiunto alle rime di Cino, di mano del se-
colo XVIII.
52. Son. In sin che gli occhi miei non chiude
wior/^^ Chig. L, Vili, 305; Palat. 204; Vatic. 3213; Chig.
L, IV, 131. Il Magliab. VII, 991 Tattrib. a Dante.
53. Son. Io son sì vago della bella luce. A. Gino
lo attrib. il cod. Bologn. 1289, il Magliab. VII, 371 e il
Barberin. XLV, 130. Nel Riccard. 1103 è adesp. I Lau-
renz. XL, 49; XC, 37 e 135; un Trivulz. e l'ediz. Giun-
tina del 27 lo danno a Dante.
54. Son. Il zaffir che del vostro viso raggia,
Chig. L, Vili, 305; Laurenz. XL, 50; Vatic. 3213; Bo-
logn. 2448; Chig. L, IV, 131.
48 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
55. Son. Sapeì" vorrei s' Amor che venne ac-
ceso, Chig. L, Vili, 305; Laur. XL, 50; Palat. 204; Va-
tic. 3213.
56. Son. Questa doìina di andar mi fa pen-
soso, Chig. L, AHI, 805; Laur. XC inf. 37; Yatic. 3214;
Casanat. d. V. 5; Palat. 204; un Trivulz.; Bologn. 1289.
La Giuntina del 27 a Dante.
57. Son. Sia nel piacer della mia donna
amorfe, Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Laui-enz. XC
inf. 37; Palat. 204; Chig. L, IV, 131.
58. Canz. Quando Amor gli occhi rilucenti
e belli, in nessun cod.
59. Ball. Amor, la doglia mia non ha con-
forto, Riccard. 1118; Magliab. VII, 1187; Bologn. 1289.
60. Son, Se 'l vostro cor del forte nome sente ,
Chig. L, VIII, 305, Vatic. 3213; Laurenz. XL, 50; Pa-
lat. 204.
61. Son. Occhi miei, deh fuggite ogni persona.
Palat. 204 ; Vatic. 3213. Nel Chig. L, Vili, 305 è adesp.
62. Son. ho fin piacer di quello adorno viso ,
Chig. L, Vili, 305; Laurenz. XC inf. 37; Vatic. 3213
e 3214; Palat. 204; Casanat. d. V. 5; due Trivulz.; Bo-
logn. 1289. La Giunt. del 27 a Dante.
63. Son. Voi che per nova vista di f erezza,
Chig. L, Vili, 305; Laurenz. XL, 50; Vatic. 3213 e 3214;
Palat. 204; Riccard. 1118; Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
64. Son. Gli occhi vostri gentili e pien d'amore,
Chig. L, Vili, 305; Laurenz. XL, 50; Vatic. 3213; Palat.
204; Riccard. 1113; Casanat. d. V. 5; Bologn. 2448.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 49
65. Son. Tutto mi salva il dolce salutare j,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Chig. L,
IV, 131.
QQ. Son. Se mi riputo di niente alquanto,
Vatic. 3213; Palat. 204.
67. Ball. Io non domando . Amore , in nessuno
dei codd. da me visti. Il Ciampi dice che è attrib. a Gino
in « molti manoscritti ». Ma quali sono? L' attrib. a Gino
il Trissino nella Poetica; a Dante la Giiint. del 27.
68. Son. Una gentil piacevol giovenella, Chig.
L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Laurenz. XL, 50.
69. Son. Madonne mie, vedeste voi V altrieri ,
in due codd, Trivulziani , dice il Fraticelli. La Giunt. del 27
a Dante.
70. Son. Vedete, donne, bella creatura, Ghig.
L, Vili, 305; Vatic. 3213; Laurenz. XL, 50; Palat. 204;
Magliab. VII, 1208.
71. Son. In disnor e "n vergogna solamente,
Ghig. L, Vili, 305; Vatic 3213; Laurenz. XL, 50; Palat.
204; Riccard. 1118; Gasanat, d. V. 5.
72. Ball. Com'in quegli occhi gentili e 'n quel
viso , Cliig. L, Vili, 305; Riccard. 1118; Gasanat. d. V. 5.
Nel Vatic. 3214 è adesp.
73. Terzine. ^ Io non so dimostrar chi ha il
cor mio, in nessun cod.
74. Ball. Angel di Dio simiglia in ciascun atto,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3214; Laurenz. XL,50; Ric-
1 II Pilli, e tutti gli altri dietro di lui, intit. questo componi-
mento: Capitolo.
BiRTOLi. — Stor. della Letterat. Ital — Voi IV. 4
50 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
card. 1118; Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289; Chig. L, IV,
131. Il Ciampi cita un cod. Ricasoli.
75. Son. Se meì^cè non m aita il cor si more,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3214; Palai 204; Laurenz.
XL, 50; Magliab. VII, 1208; Casanat. d. V. 5. Nel cod.
Parmense 1081 è adesp.
76. Son. Lasso di io piv. non veggio il chiaro
sole, Chig. L, Vili, 305; Riccard. 2846; Bologn. 2448.
77. Son. Se 'l viso mio a la terra s'itichina,
Vatic. 3214; Bologn. 1289. Nei codd. Riccard. 1118 e Bar-
berin. XLV, 47 è attrib. a Dante. Anche nell' Allacci è
sotto il nome di Dante.
78. Son. L'anima mia vilmente è sbigottita,
Nel Riccard. 1118 in fronte a questo sonetto (e. 163 u)
è scritto: « dì non so cui ». Si trova attrib. a Cino nella
Poetica del Trissino.
79. Son. La grave udienza de gli orecchi miei,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204.
80. Canz. Degno son' io ch'i' mora, Chig. L,
Vili, 305; Riccard 1118; Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289;
Chig. L, Vili, 301.
81. Son. Oimè lasso or sonv io tanto a noia,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Riccard.
1118; Casanat. d. V. 5; Laurenz. XL, 50.
82. Canz. Quand' io pur veggio che sen vola' l
sole. Nel Riccard. 2846 è tra le rime d'incerti.
83. Canz. Perchè nel tempo rio, Chig, L, Vili,
305; Vatic. 3213; Palat. 204; Magliab. VII, 993; Casanat.
d. V. 5; Laurenz. XC,37. Il Fraticelli cita anche il cod.
Eossi, il cod. Bembo, il cod. Medici. Nel Riccard. 2846 è
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 51
tra le rime d' incerti. A incerto \ attrib. la Giuntina del 27.
A Dante l' attrib. Tediz. di Venezia 1518, e l'altra di
Venezia 1731.
84. Son. lo sento 'pianger V anima nel core,
Vatic. 3214; Bologn. 1289.
85. Canz. U uom che conosce e degno di aggia
ardire, Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3214 ; Casanat. d. V. 5.
L'ediz. di Venezia del 18 F attrib. a Dante; la Giuntina
del 27 a incerto; la'Venez. del 1731 a Dante.
^Q. Canz. Io non posso celare il mio dolore ,
Chig. L, Vili, 306; Vatic. 3214; Magliab. VII, 1208;
Casanat. d. V. 5. Il Laurenz. XC inf. 37 l' attrib. a Dante;
Tediz. Giuntina del 27 a incerto.
87. Canz. La bella stella che 'l tempo misura.
Nel Bologn. 1289 è attrib. a Gino; nel Vatic. 4823, a Guido
Guinicelli. Nel Casanat. d. V. 5. (e. 136) è sotto il nome
di « Selvaggio »; ma questo nome è stato poi cancellato,
e di mano più moderna gli fu sostituito « Gino ». Nel-
r ediz, Ven. del 18 è attrib a Dante; nella Giuntina del 27
a incerto; nella Venet. del 1731 a Dante.
88. Canz. Da che ti piace, Amore ch'io ritorni.,
in nessun cod. da me visto. Neil' ediz. Venet. del 18 è attrib.
a Dante; nella Giuntina del 27 a incerto.
89. Son. Ahimè eli io veggio per entro un
pensiero, Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3214; Magliab. VII,
1208; Riccard. 1118; Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289;
Magliab. VII, 991; Palat. 204.
90. Canz. Non che 'n presenza della vista
umana, Parmig. 1081; Casanat. d. V. 5; Bologn, 1289.
91. Canz. U alta speranza che mi reca amore,
Chig. L, Vili, .305; Vatic. 3214; Magliab. VII, 1208;
52 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
Riccard. 1118; Casanat. d. V. 5; Chig. L, Vili, 301 ; Chig.
L, IV, 131. L'ediz. Venet. del 18 T attrib. a Dante; la
Giunt. del 27 a incerio. 11 Corbinelli la dà a Gino.
92. Sestina, Mille volte richiamo il dì mercede.
In forma di sestina, come la stampa il Pilli, non la trovo
in nessun cod. In forma di canzone, come la stampa il
Tasso, vedremo in seguito (n. 141).
93. Son. Onde ne vieni, Amor, così soave,
in nessun cod. da me visto.
94. Son. 0 tu, Amor, che mi hai fatto morire,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat.204; Laurenz. XL,50.
95. Son. Con gravosi sospir traendo guai,
Chig. L, Vili, 3U5; Magliab. VII, 1208.
96. Son. Vinta e lassa era già l'anima mia,
Chig. L, VIII, .305; Magliab. VII, 1208; Riccard. 2846,
Vatic. 3213; Palat. 204; Laurenz. XL, 50; Bologn. 1289.
97. Ball. Amor, la dolce vista di pietaie,
Riccard. 1118.
98. Canz. Quando potrò io dir: dolce mio Dio ,
Laurenz. XL, 50; iSIagliab. VII, 1076; Casanat. d. V. 5;
Barber. XLV, 47; Bologn. 1289.
• 99. Canz. Di nuovo g li occhi miei, per accidente,
in nessuno dei codd. da me visti.
100. Son. Sì è incarnato Amor del suo piacere,
in nessun dei codd. da me visti.
101. Son. // sottil ladro che negli occhi porti,
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
102. Son. Amor sì come credo ha signoria,
Vatic. 3214; Bologn. 1289. L'attrib. a Maestro Rinuccino,
i codd. Chig. L, VIII, 305; Vatic. 3793; Magliab. VII, 1208.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 53
103. Son. Già trapassato oggi è V undecim'
an?iÒ, in nessun cod. da me visto. Nel Laurenz. XL, 50
è aggiunto in fondo alle rime di Gino da mano del sec. xviii.
104. Son. Mille dubbi in un dì, mille querele,
in nessun cod. da me visto.
105. Son. Io fui 'n su Fallo e 'n sul beato
monte, Casanat. d. V, 5; Bologn. 1289.
106. Canz. Oimè, lasso , quelle treccie bionde,
Barber. XLV, 47. Nel Riccard. 2846 è attrib. a incerto',
e cosi nella Giunt. del 27. Nella ediz. Yenet. del 18 è
data a Dante.
107. Son. Ciò che procede di cosa mortale,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat 204; Laur. XL, 50.
108. Son. Amalo Gherarduccio , quand' io
scrivo, Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
109. Son. Dante, io ho preso V abito di doglia,
Chig. L, Vili, 305; Palat. 204; Vatic. 3213; Chig L,IV,131.
110. Son. Signor, e' non passò mai peregrino,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Laurenz.
XL, 50.
111. Canz. Da poi che la natura ha (ine posto,
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
112. Son. Quando ben penso al picciolino
spazio, Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
113. Son. Druso , se nel partir vostro in pe-
riglio, in nessun cod. da me visto.
114. Son. Se tra noi piiote un naturai consi-
glio, in nessun cod. da me visto.
54 CAPITOLO III — CIXO DA PISTOIA
115. Son. Lasso , pensando alla distrutta valle,
Casanat. d. V. 5; Bologa. 1289.
116. Son. Cecco, io ti prego per virtù di quella,
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
117. Son. Non credo die ^n Madonna sia
venuto, Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213 e 3214; Palat.
204; Bologn. 1289.
118. Son. Poich'io fui. Dante, dalmionatal
sito, Bologn. 1289; Vatic. 3213; Palat. 204; Riccard. 1156,
1103; Magliab. VII, 1010, 991, 1041; II, II, 40.
119. Son. Naturalmente cliere ogni amadore,
Chig. L, VIII, 305; Vatic. 3213; Palat. 204.
120. Son. Messer, lo mal che nella mente
siede, Chig. L, Vili, 305; Vatic. .3213; Palat. 204:
Magliab. VII, 1187.
121. Son. Anzi che Amore nella mente guidi ,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Casanat. d.
V. 5; Bologn. 1289.
122. Son. Se mai leggesti gli scritti d' Ovidi,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Casanat. d.
V. 5; Bologn. 1289.
123. Son. Deh, Gherarduccio , com' campasti
tue, Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3214.
124. Canz. Deh quando rivedrò 'l dolce paese,
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
125. Canz. Sì in' ha conquiso la selvaggia
gente, in nessun cod. da me visto.
126. Son. Cercando di trovar lumera in oro ,
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 55
Laurenz. Red. 151; Casanat. d, V. 5; Bologn. 1289; Chig.
L, IV, 131. Il cod. Riccard. 1103 lo attrib. a Dante.
127. Son. A che, Roma superba, tante leggi,
in nessun cod, da me visto. Lo trovo aggiunto in fondo alle
rime di Gino, di mano del sec. xviii, nel cod. Laurenz.
XL, 50.
Alla raccolta del Pilli tenne dietro quella di
Faustino Tasso : Delle Rime Toscane dell' Eccel-
lentissimo Giureconsulto et antichissimo poeta il
sig. Gino Sigibaldi da Pisfoja raccolte da diversi
luoghi e date in luce dal R. P. Faustino Tasso
de' Minori Osservanti, In Venetia , presso Gio. Do-
menico Imherti, mdlxxxik.
Questo libro contiene le poesie già pubblicate
nella ediz. del 18, nella Giuntina e nel Pilli, se-
gnate da noi coi numeri 1, 2, 4, 9, 10, 11, 12,
13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 21, 22, 53, 24, 27,
28, 29, 31, 33, 34, 35, 36, 37, 38, 41, 42, 43,
45, 46, 50, 51, 58, 95, 98, 101, 105, 108, 111,
112, 115, 117, 118, 119, 124, 126, 127; cioè
contiene le due poesie della ediz. del 18; tren-
tadue della Giuntina ; sedici del Pilli. Di più con-
tiene le seguenti : nel Libro primo :
128. Son. Sarebbe rara e dolce compagnia,
in nessun cod.
129. Son. È si forte e possente il dolce sguardo,
in nessun cod.
130. Son. Oda ogni uom la cagion de' miei
sospiri, in nessun cod.
56 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
131. Son. Atti cortesi, sguardo e bel diporto,
in nessun cod.
132. Son. No7i v' accorgete, donna, d'un che
muore, Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Laurenz. XC
inf. 37; Palat. 204; un Trivulz. L'attrib. a Dante il cod.
Laurenz. Red. 151 e la ediz. Giuntina del 27.
133. Son. Io maledico el dì eli io veddi prima,
Riccard. 1103. II Cod, Laurenz. XL, 49, lo attrib. a Dante.
134. Son. Nelle man vostre, o dolce donna
mia, Magliab. VII, ?91.
135. Son. Se vedi gli occhi miei di pianger
vaghi, Magliab. VII, 1010.
136. Son. Pianta Selvaggia a me sommo diletto,
in nessun cod.
137. Son. Ben dico cerio che non fu riparo,
nel Chig. L, VIII, 305 è adesp. , ma tra rime di Gino.
La Giuntina del 27 lo dà a Dante.
138. Son. Donna, vostra beltà tien in follie,
in nessun cod.
139. Son. È si gentile e nobile e alta cosa,
in nessun cod.
140. Son. Tanf è V angoscia eh' aggio dentro
al core, in nessun cod.
141. Canz. Mille volte ne chiamo el dì mercede,
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
142. Son. Tutto ciò eh' altrui piace a me di-
sgrada, Chig. L, VIII, 305; Casanat. d. V. 5; Parmig.
1081; Bologn. 1289.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 57
143. Son. Un' alta ricca rocca et monte manto,
Casanat. d. V. 5;- Riccard. 1118; Bologn. 1289.
144. Son. Come li saggi di Neron crudele,
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
145. Son. Quando misero avvien eh' io spesso
miro, in nessun cod.
146. Son. Amor che vien per le pili dolci
poìHe, Chig. L, YIII, 305; Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
147. Son. Dante, io non odo in quale albergo
suoni, Rice. 1103, 1306, 2846; Vatic. 3214; Bologn. 1289.
148. Son. Perchè voi state forse ancor pensivo,
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
149. Son. Quai son le cose vostre eh' io vi
tolgo?, Chig. L, Vili, 305; Barber. XLV, 47; Rice. 1118;
Casanat. d. V. 5; Vatic. 3214.
150. Son. Messer Bozzon, il vostro Mannello,
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
151. Son. In verità questo lihel di Dante,
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
152. Son. L' alta viriìt che si ritrasse al cielo,
Barber XLV, 47; Riccard. 1118; Casanat. d. V. 5. L'ediz.
Venet. del 18 l'attrib. a Dante.
153. Son. A la battaglia, ove Madonna abbatte,
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
154. Son. Caro mio Gherarduccio , io non ho
veggia, Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
155. Son. Ahi lasso ch'io credea trovar pietate,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213 e 3214; Palat. 204; Lau-
58 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
renz. XC inf. 37; Magliab. VII, 1010; Riccard. 2846.
L' ediz. Giuntina del 27 lo attrib. a Dante.
156. Son. Maraviglia non è talor s' io movo,
in nessun cod. da me visto,
157. Son. Amor che viene armato a doppio
dardo, Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
158. Son. In fra gli altri difetti del libello,
Casanat. d. V. 5; Bologn. 1289.
159. Ball. Poiché saziar non fiosso gli occhi
miei, Magliab. VII, 1187; Bologn. 1289. La Giunt. del 27
r attrib. a Dante.
L' edizione di Faustino Tasso è divisa in due
libri. Nel libro secondo si contengono le seguenti
poesie da noi non ritrovate in nessun codice:
160. Son. Fenice unica in terra, in cui fortuna
161. Son. Boschi, selve, giardin' , bennati fiori
162. Son. Posta di lauro amor fra l'aureo crine
163. Son. Cieco stato foss'io quando Amor per la
164. Son. Piangete, occhi m,iei lassi , che per vostro
165. Son. S'io il dissi mai, ch'io sia legato e cinto
166. Madr. Quanto piv. amor la strada '^n' assicura
167. Son. Già mi fu dolce amore, ora è si amaro
168. Son. Filtrato, Signor mio, son nel terz'anno
169. Son. Giunta vera onestà, chiara bellezza
170. Son. Fondata in selva spene, ove s' annoda
171. Son. Nel tempo che ha roca Cloto implica
172. Son. Dico talor a me stesso: che pensi?
173. Son. Egli è pur ver ch'io sento dentro al petto
174. Son. Io cerco pur né so di chi dolermi
APPUNTI BIBLIOGRÀFICI 59
175. Son. In disusata, anzi in novella pratica
176. Son. Siato foss' io quel dì che con tanf arte
177. Son. Benedetto sia il dì primo eh' io apersi
178. Son. Diana scesa dagli eterni regni
179. Son. & al camin lungo, ove Amor vuol eh' io
vada
180. Son, Amor, che senti e vedi, intendi e odi
181. Son. S'io potessi impetrar un giorno pace
182. Son. Caste ripulse e piene di dolcezza
183. Son. Selva gentil, che nebbia o nembo il verno
184. Son. Se può dolce sputar chi ha fele in bocca
185. Son. Radice ben fondata in terren saldo
186. Son. Come luce da luce luce p)rende
187. Madr.^ Molte con gli occhi guardo
188. Madr.^ Pietosa, onesta e bella
189. Son. Potess' io indovinar, pìerchè sì raro
190. Son. Quando s' atterra il misero naufrago
191. Son. Questa fiera selvaggia indomif orsa
192. Son. Due lumi, due begli occhi, anzi due stelle
193. Son. Questa chi è mai che con parole accorte
194. Son. Sdegni leggiadri che i bei occhi onesti
195. Son. Io vo, tu ' l vedi Amor, pur come soglio
196. Son. Mentre eh' a noverar mi pongo gli anni
197. Son. Uomo non crederia che con un sguaì^do
198. Canz. Fra verdi fronde e rose fresche a Vaura
199. Son. 0 bennato Giacob che de' tuo' affanni
200. Son. Non ha tanf onde il mar, quand' Eolo
il meìia
' Cosi nel Tasso. Ma è una ballata.
2 e. s.
60 CAPITOLa III — CINO DA PISTOIA
201. Son. Se senno j, se valor j, se gentilezza
202. Son. Treccie conformi al più chiaro metallo
203. Maclr. Donna, se i lumi ardenti.
Nella raccolta delF Allacci, Poeti antichi rac-
colti da codici Mss. della Biblioteca Vaticana e
Barberina da monsignor Leone Allacci, in Na-
poli, per Sebastiano d'Alecci, i661, oltre le
poesie da noi segnate coi numeri 98, 152, 149,
si trovano le seguenti :
204. Canz. 0 morte della vita privatrice,
Barber. XLV, 47; Magliab. VII, 1076 Nel Vatic. 3214;
nel Magliab. VII, 8, 113, e in un Pucciano è atti'ib. a
Lapo Gianni.
205. Son. Se conceduto me fosse da Zove,
Barber. XLV, 47.
206. Son. A vano sguardo e falsi sembianti ^
Barber. XLV, 47.
207. Son. Vui che per semiglianza amai' i
cani, Barber. XLV, 47.
208. Son. Homo smarrito che pensoso vai ,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213 e 3214; Palai. 204;
Laurenz. XL, 50; Magliab. VII, 991; Riccard. 2846; Bo-
logn. 1289; Barber. XLV, 47.
209. Son. Se c[uesta gentil donna vi saluta,
Barber. XLV, 47.
210. Son. Disio pur di vederla e s' eo m' a-
23resso , Barber. XLV, 47.
21 1. Son. Se non si move d' onni parie amore,
Barber. XLV, 47.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI GÌ
212. Son. Chi a falsi semhlmiii il cor arisclia,
Barber. XLA^ 47.
Nel 1813 si pubblicò l'opera seguente: Vita
e Poesie di messer Cino da Pistoia, novella edi-
zione rivista ed accresciuta dall' autore abate Se-
bastiano Ciampi, Pisa, Capurro , mdcccxiii.
L'edizione del Ciampi è divisa in sei parti. Le
prime /r^^ar^/ riproducono tale e quale l'edizione
del Pilli. La parte quarta contiene Rime tratte
dalla prima parte dell'edizione procurata da
Faustino Tasso; cioè quelle segnate da noi coi
numeri: 132, 133, 134, 135, 148, 159, 156,
140, 142, 147, 158, 149, 150, 151, 153, 136,
137, 141, 146, 152, 154, 157, 155, 159-20 \
La parte quinta comprende molte Rime che si
credono inedite; cioè le seguenti :
213. Canz. Su per la costa, Amor , de l' alto
monte , in nessun cod. da me visto.
214. Son. Sì m' hai di forza e di valor di-
strutto, Chig. L, Vili, 205; Riccard. 2846; Palat 204:
Yatic. 3213; Magliab. VII, 991 e 1208; Bologn. 2448.
215. Son. Deh non mi domandar, perch'io
sospiri, Chig. L, Vili, 3('5; Riccard. 2846; Laurenz.
XL, 50; Vatic. 3213; Palat 204; Bologn. 2448.
. 216. Son. Poi ched e' t'è piaciuto, Amor,
ch'io sia, Chig. L, Vili, 305: Vatic. 7213 e 3214; Palat.
204; Laurenz. XL, 50; Magliab. VII, 991.
' Il Ciampi ha alterato l'ordine delle rime, come sta nel Tasso.
I nostri numeri indicano questa alterazione.
62 CAPITOLO IH — GINO DA PISTOIA
217. Canz. Lo gran disio che mi siringe co-
tanto, Chig. L, Vili, 305; Riccard 2846; Bologn. 2448.
218. Canz. S' io smagato sono et infralito ,
Chig. L, Vili, 305; Riccard 2846; Bologn. 2448.
219. Son. Lo fino Amor cortese ch'ammae-
stra, Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Ric-
card. 2846; Bologn. 2448.
220. Son. Giusto dolore a la morte ^m' invita ,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Riccard.
2846; Bologn. 2448.
221. Canz. Sì mi disiringe Ainore , Chig. L,
Vili, 305; Riccard. 2846; Bologn. 2448.
222. Canz. Cuori gentili e serventi d' Amore y
Chig. L, Vili, 305; Palat. 204; Vatic. 3213; Riccard.
3846; Bologn. 2448. Nel Vatic. 3214 è adesp.
223. Son. Tutte le 'pene eh' io sento d'Amore,
Chig. L, Vili, 305; Riccard. 2846; Bologn. 2448.
224. Son. Guardando voi 'n parlare et in
sembianti, Chig. L, Vili, 305; Riccard. 2846; Bo-
logn. 2448.
225. Son. Come non è con voi a questa festa,
Chig. L, Vili, 305; Riccard. 2846; Bologn. 2448.
226. Son. Or dov'è, donne, quella in cui
s' avvista, Chig. L, Vili, 305; Bologn. 2448.
227. Canzonetta:'^ La vostra disdegnosa gen-
tilezza, Vatic. 3214; Riccard. 2846; Bologn. 1289.
1 Nella metrica del secolo xni non si conoscevano, che io sappia,
le Canzonette. È probabilmente la stanza di una canzone.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 63
228. Madr. ^ Io guardo jper li prati ogni fior
bianco, Riccard. 2846; Bologn. 1289. In quest'ultimo è
ripetuta tre volte, a carte 130 è/s, 149, 178.
229. Madr. - Io mi son tutto dato a tragger oro^
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213 ; Palat. 204; Bologn. 2448.
Nel Vatic. 3213 è scritto: « Attribuita da alcuni a Guido
Guiuizzelli ».
230. Canz. Non spero che già mai per mia sa-
lute, Chig. L, Vili, 305; Laurenz. XL, 50; Riccard. 1118;
Bologn. 2448, Casanat. d. V. 5. Nel Riccard. 2846 si legge:
« Il testo del Be. (Bembo) ba questa canzone per di ser Noffo
d'Oltrarno ». Nel Bologn. 2448: « Questa canzone secondo
il texto di mons. Bembo è di ser Noffo Notaio d'Oltrarno ».
Sotto il nome di ser Noffo fu stampata nella Eaccolta di
Rime ani. Toscane, Palermo, 1817, voi. I, pag, 288.
231. Ball. Amor che ha messo 'n gioia lo
mio core , Chig. L , VIII , 305 ; Riccard. 2846 ; Magliab.
VII, 1208; Bologn. 2448.
232. Ball. La dolce innamoranza,'^ Chig. L^
VIII; 305; Riccard. 2846; Vatic. 3213; Palat. 204.
233. Ball. Li piìi begli occhi che lucesser 'mai,
Riccard. 1118.
234. Son. Novellamente Amor mi giura e dice,
Riccard 1050.
235. Son. 0 voi, che siete voce nel deserto,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3214; Bologn. 1289.
1 È una Ballata.
2 È una Ballata.
3 La seconda stanza di questa ballata fu stampata a parte, come
un Madrigale di Mad. Selvaggia, da varii editori delle Rime di Gino.
Questa seconda stanza comincia: Gentil mio Sire, il parlare amoroso.
64 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
236. Son. Io era tutto fuor di stare amaro ,
Chig. L, YIII, 305; Vatic. 3213 e 3214; Palat. 204;
Riccard. 2846; Magliab. YII, 991; Bologn. 1289.
237. Son. Dante j quando j^er caso s' abban-
dona, Magliab. VII, 143; Brera C. 35 sup.
238. Son. Fa' della mente tua specchio so-
vente, Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Lau-
renz. XL, 50, Riccard. 2846; Bologn. 2448.
239. Son. Per una merla che d'intorno al
volto, Chig L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Ric-
card. 2846; BologD. 2448.
240. Son. Novelle non di veritate ignude,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213 e 3214; Palat. 204; Ric-
card. 2846; Bologn. 1289.
241. Son. Amico, se egualmente mi ricang e,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Bologn 2448.
242. Son. Graziosa giovana , 07iora e eleggi ,
Chig. L, Vili, 305; Vatic. 3213; Palat. 204; Riccard.
2846; Bologn. 2448.
243. Son. Picciol dagli atti rispondi al picciolo,
Chig. L, Vili, 305; Bologn. 2448.
244. Son. Chi ha un buon amico e noi tien
caro, in nessuno dei codd. da me visti.
245. Son. Mercè di quel signor eh' è dentro
a meve , Chig. L, Vili, 305, Vatic. 3213; Palat 204;
Laurenz. XL, 50; Riccard. 2846; Bologn. 2448.
246. Son. Sì doloroso non potria dir quanto,
Vatic. 3213; Palat. 204 ; Laurenz. XL, 50; Riccard. 2846;
Bologn. 2448.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 65
247. Son. Io son colui die spesso m' ing {noc-
chi o , Chig. L, Vili, 305; Yatic. 3213; Palai 204; Bo-
logn. 2448; Chig. L, lY, 131.
248. Ball. Lasso, che amando la mia vita
more , Chig. L, YIII, 305; Riccard. 1118; Magliab. VII,
1208; Casanat. d. Y. 5; Bologn. 1289; Chig. L, YIII, 305;
Chig. L, lY, 131.
249. Canz. Tanta paura 'ìn' è giunta cV amore,
Yatic. 3214; Riccard. 2845; Casanat. d. Y. 5; Chig. L.
lY, 131. Nel Chig. L, YIII, 305 è adesp.
250. Son. Fior di virtìt si è gentil coraggio,
il Laurenz. Gadd. XC, 47 e Bologn. 1289 l'attrib. a Cino; il
Laurenz. Red. 151; Riccard. 1100 e 1103 a Dante; Barberin.
XLY, 47 a Folgore da San Gimignano; Laurenz, Leopold.
118 a Simone Forestani da Siena; nel Laurenz. SS. An-
nunz. 122; Yatic. 4823; Magliab. YII, 1009 e 1060; II, 40;
nel Borgiano M , YII , 23 è adesp.
251. Canz. 0 Dio , po' m'ìiai degnato , Riccard.
2846; Yatic. 3214. In marg. a quest* ultimo è scritto: « Non
par di M. Cino ».
Altre rime si trovano nella Parte sesta ,
« estratte dalla Raccolta dell'Allacci »; cioè quelle
segnate da noi coi numeri 204, 205, 206, 207,
208, 209, 210, 211, 212. Vengono quindi rime
« contenute in varii Mss. ».
252. Madr. Guardate, amanti , io mi rivolgo
a vili, in nessun codice da me visto, ma cfr. Ciampi,
Suppl. , 16.
253. Ball. Se tu, martoriata mia soffrenza.
In un cod. Trivulziano, dice il Ciampi.
Baktoli. — St. della Letterat. Ual. — Voi IV. 5
66 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
254. Canz. Amor, il veggo ben che tua virtute,
in un cod. Bossi, dice il Ciampi.
255. Canz. Nel temjjo de la mia novella etade,
in un Trivulz. , dice il Ciampi. Nel Laurenz. Red. 151 è
attrib. a Dante. ^
256. Soli. Treccie conformi al più raro me-
tallo. Tolto, dice il Ciampi, « dalle Vite mss. de' poeti
antichi del Zilioli ».
257. Son. Pippo, se fossi buon mastro in
gramatica , che il Ciampi dice d'aver tratto dal codice
Laurenz. 1687.
Un altro volume contenente le Rime di Gino
è il seguente: Le Rime di messer Cino da Pi-
stoja ridotte a miglior lezione da Enrico Bindi
e Pietro Fanfani, Pistoja, Tip. Niccolai, 1878.
Questo volume riproduce esattamente Tediz.
Ciampi per le prime 409 pagine. Seguono poi
alcune « Rime trovate in varii codici sotto il
nome di messer Cino da Pistoja e non pubbli-
cate dal Ciampi ». -
258. Son. Lasso! eh' io feci una vesta da
amante, Riccard. 1118.
259. Son. Chi sei tu che pietosamente cheri ,
Hiccard. 1118.
^ Dopo questo segue il son. Deh moviti pielate e vai 'ricamata.
Il Ciampi s'era scordato d'averlo già pubblicato a pag. 51.
- Il primo sonetto qui dato per inedito è quello che comincia:
Una rica roca et forte tanto, già pubblicato dal Tasso, pag. 71.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 67
260. Son. Sovra ogni altra vaghezza vago sono,
Riccard. 1103;
261. Son. Omè! ch'io sono aW amoroso nodo,
Parmig. 1081.
262. Canz. Avvenga m abbia piìi volte per
tempo, Vatic. 3213; Riccard. 1118 e 1156; nel Barber.
XLV, 47 e neir Allacci è attrib. al Guinicelli.
263. Canz. Naturalmente ogni ayvimale ha
vita, Magliab. XXI, 675; XXI, 85; Casanat. d. V. 5;
Bologn. 1289.
264. Canz. La somma virtit d' Amore , a cui
piacque, Magliab. VII, 1187. Nel Riccard. 1118 è attrib.
ad incerto.
265. Son. Prego il vostro saver che tanto,
monta, in un cod. Scappucci, dice il signor Fanfani.
266. Son. Gentili donne e donzelle amorose ,
in un cod. Scappucci , dice il signor Fanfani.
267. Son. Non è bontà né virtit né valore,
in un cod. Scappucci, dice il signor Fanfani.
268. Son. Solo per lenir vostra amistia.
269. Son. Di quella cosa che nasce e dimora ,
in un cod. Scappucci, dice il signor Fanfani.
270. Son. Angelica figura e dilectosa,^ Chig.
L, Vili, 305.
271. Son. Un anel corredato d'un rubino,
Chig. L, Vili, 305.
1 Dopo questo il signor F. pubblica il son. 0 lasso ch'io credea
trovar pietate, scordandosi che lo aveva già pub. avanti, a pag. 24.5.
68 CAPITOLO III — CIXO DA PISTOIA
272. Son. Appm'vemi Amor suhitmnente, Chig.
L, Vili, 305.
Due sonetti pubblicò Carlo Witte in Anzeìge-
Blatt fùr Wissenschaft und clieKunste, voi. XLII : ^
273. E'tn'ha sì punto crudehnente male.
274. Avvegna che mestier non mi sia mai.
Due altri sonetti furono pubblicati per le nozze
T onti- Franchi ni , Pistoia, 1829:
275. S'io avessi creduto che si caro.
276. Dite soli, or fino, ebano raro.
Una ballata si trova nel Trucchi [Poes. ital.
di dugento autori ecc., I, 288):
277. Giovine bella, luce del mio core.
A Gino è attribuita da alcuni (Fraticelli, Canz.
dìD. A.,?,m) la ballata:
278. lo son chiamata nuova ballaiella.
Di questi 278 componimenti molti è assai in-
certo che appartengano a Gino da Pistoia. Della
ballata 2, sebbene non trovata da me in mano-
scritti, pure non saprei dubitare, essendo essa
nelle tre edizioni del 1518, del 1527 e del Pilli,
fatte sicuramente su codici.
^ Furono ristampati nelle Dante-Forschungeyt, I, 454, Ueber die
Ungedruckten Gedichte des D. A.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 69
Credo invece essere da rigettare il sonetto 6,
il quale è bensì nel cod. Chigiano L, Vili, 305,
ma attribuito a maestro Rinuccino.
Finché non sia, per l'esplorazione di nuovi
manoscritti, trovato che appartiene a Gino il so-
netto 10, dovremo intorno ad esso sospendere
ogni giudizio.
Nelle stesse condizioni del sonetto 6 è il so-
netto 13, che si legge nel solo Chigiano, e sotto
il nome di maestro Rinuccino.
Non avendo trovato in nessun codice i com-
ponimenti 22, 23, 24, 25, 45, 46, 47, 48, 49,
51, 58, 67, 73, 78, 82, 88, 93, 99, 100, 103,
104, 113, 114, 125, 127, dell'autenticità di tutti
si può ragionevolmente dubitare. E questi dubbi
sono ralforzati per i sonetti 113 e 114 dall'auto-
revole giudizio del Carducci.^
In quanto al sonetto 104 è notabile il riscontro
che vi si trova col Petrarca, nella canzone Quel-
r antiquo mio dolce empio signorie. Uguale il con-
cetto generale; e quasi uguali certi versi:
SoN. ATTRiB. A Gino Canzone del Petrarca
Dandoti una a cui 'n terra egual E da colei che fu nel mondo sola
non era
Convien più tempo a dar sentenza Ma più tempo bisogna a tanta
vera lite
Dico, e provai già di tuo dolce 0 poco mei molto aloè con fele.
il fele.
1 Rime di Cino, Disc, prelim., 80. Il Chiappelii crederebbe il
primo del poeta pistoiese, e il secondo d'altro rimatore, fatto in ri-
sposta all'altro (Op. cit., 52 n.).
70 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
È noto che fu creduto da alcuni avere il Pe-
trarca imitato Gino; «ma credalo chi '1 vuole,
scrive il Muratori/ ch'io per ora non mi sento
inspirato a stimarne autore Gino da Pistoia, pa-
rendomi di veder qui una certa attillatura e de-
licatezza continuata che sì di leggieri non si
truova in chi poetò prima di Francesco Petrar-
ca». E ci pare che il grande storico anche in
ciò abbia ragione. Come poteva aggiungere es-
sere poco probabile che il Petrarca si fosse fatto
così umile imitatore. Noi quindi propendiamo a
credere il sonetto opera di un qualche petrar-
chista. ^
Non abbiamo maggior ragione di credere al-
l'autenticità del sonetto 34, il quale è bensì nel
Ghigiano L, Vili, 305, ma senza nome d'autore.
In maggiore incertezza restiamo davanti al
sonetto 36, essendo esso dato da un codice a
Gino, da un altro a Rinuccino; sebbene ci sem-
bri superiore assai per autorità il cod. Ghigiano
al Gasanatense.
Neppure rispetto al sonetto 53 possiamo dire
con sicurezza se appartenga a Gino o a Dante.
Non ci appagano le ragioni del Fraticelli che lo
vuole . dell' Alighieri ; ^ né quelle del Giuliani che
1 Della perfetta poesia italiana, lib. iv, pag. 246.
2 Che ne sia autore, come suppone il Muratori, Gandolfo Por-
rino, poeta modenese morto nel 1552, non ci sono ragioni che lo
provino.
3 II Canzoniere di D. A., pag. 114.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 71
glie lo nega. ^ Il Witte dice che non sa dare un
giudizio certo. ^ E questa incertezza pare a noi,
nello stato attuale della conoscenza dei codici,
la cosa più ragionevole.
L'autorità del cod. Vaticano 3214 ci farebbe
ritenere autentico il sonetto 77; se quest'autorità
non venisse in parte infirmata dal sonetto 102,
che, dato a Gino dallo stesso Vaticano 3214, è
poi da altri manoscritti di molto valore attribuito
a maestro Rinuccino.
Non possiamo che essere incerti sull'attribu-
zione della canzone 87. Ci pare da escludere che
essa sia del Guinicelli. Ma tra Dante e Gino non
sapremmo con sicurezza risolverci.
Per la canzone 106 dobbiamo del pari rima-
nere in qualche dubbio. Non può sicuramente che
farci meraviglia la critica preistorica colla quale
il Fraticelli vuol provare che essa non è di Dante
e deve essere di Gino. Ma noi pure propende-
remmo a crederla di quest'ultimo piuttosto che
dell'Alighieri. Potrebbe poi non essere né dell'uno
né dell'altro.^
1 La Vita Nuova e il Cam., pag. 379. Il nostro illustre amico
e collega dice: «Anche il modo che sono rinterzate le rime neppur
qui si conforma a quello che apparisce in tutti i sonetti del nostro
maestro». Ciò, veramente, non ci pare esatto. Nel sonetto Jo soji sì-
vago della bella luce, lo schema delle rime delle terzine è abb — baa.
Lo stesso identico schema si trova nel sonetto E' non é legno di sì
forti nocchi, della cui autenticità certo non dubita il prof. Giuliani,
che lo stampa a pag. 233 del suo volume.
2 Dante Alighieri' s, lyrische Gedichte, I, pag. lxxii.
3 Cfr. Witte, Dante Alighieri's lyrische Gedichte, II, ly.
72 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
Delle rime pubblicate dal Tasso nella prima
parte del suo volume non ho trovato in nessun
codice i numeri 128, 129, 130, 131, 136, 138, 139,
140, 145, 156. Di tutte queste per conseguenza
io sospetto, ma non potrei provare, l'apocrifità.
Il sonetto 133, che il Fraticelli^ con i suoi
soliti argomenti peregrini vuol dare a Dante, è
invece, anche per giudizio del Witte,- dubbio che
sia di Dante; e sebbene un solo codice, a mia
notizia, lo attribuisca a Gino, pure non sembra
che ci sia ragione per dubitare che gli appar-
tenga.
La ballata 159 sembra al Witte ^ che possa
credersi di Dante; ma l'autorità dei due codici
che la danno col nome di Gino farebbero rite-
nere il contrario.
Per ciò che riguarda le rime contenute nella
seconda parte del volume del Tasso, già il Ciampi ^
opinò che fossero apocrife. E tali paiono, indi-
scutibilmente, anche a noi. Gomincia ad essere
sospetto il racconto che fa V editore del modo
col quale quelle poesie gli pervennero. Ecco le
sue parole : « Et acciò il mondo creda che siano
parti del signor Gino, dirò come e per che strada
mi siano capitate alle mani. Doppo la morte del
signor Gino sterono per molti anni insieme con
1 Op. cit., pag. 140.
2 Op. cit., pag. Lxxii.
3 Op. cit., pag. Lxv.
* Op. cit. , pag. 64.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 73
alcune altre, che furono poi date in stampa dal
signor Nicolò Pili in Roma, e queste con animo
di dar loro una compita forma furono lasciate
da parte. Laonde passarono molti anni fino al
tempo de] gran Giuliano de' Medici, il quale ne
fece dono al fratello Cardinale, che essendo as-
sento al Sommo Pontificato, le diede a Giacopo
Sadoleto, che fu poi cardinale, huomo di molte
lettere e di bellissimo e chiarissimo ingegno. Oc-
corse doppo alquanti anni che essendo il Bembo
in Roma fatto da Papa Leone decimo scrittore
dei brevi, et essendovi parimente il Sadoleto,
congiunto come di virtù cosi di singoiar amistà
e benevolenza, il Sadoleto le donò al Bembo,
che le tenne fra le cose più care tutto il tempo
che visse. Doppo la morte del Bembo con molti
altri scritti capitarono in mano del signor Carlo
Gualteruzzi, che le diede a vedere a monsignor
Carafa già Arcivescovo di Napoli, e questo Pre-
lato ultimamente l'anno 1575, doppo una pre-
dica ch'io feci nella sua chiesa, fra molti favori
e doni, mi fece questo di queste poche rime, le
quali sono state sempre appresso di me fino al
giorno d'oggi».^ È, prima di tutto, ben diffi-
cile il credere che se il Pilli avesse conosciuto
queste poesie, e le avesse credute di Cino, si
sarebbe astenuto dal pubblicarle insieme colle
1 Cosi scrive il Tasso nella lettera dedicatoria Al molto Magni-
fico et Ecceìlentissimo Sign. Tomaso Vecchia, che ha la data del
10 d'aprile 1586.
74 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
altre. Che cosa poi voglia dire quel dar loro una
compita forma non s'intende. Ancora è strano
quel passaggio a traverso di tante mani; e piìi
strano il sentire che Carlo Gualteruzzi diede a
vedere le poesie al Carafa, e che il Carafa le
regalò, come ricompensa di una bella predica,
al Francescano. Ma se il Gualteruzzi le aveva
date solamente a vedere, come poi rimasero in
possesso dell' Arcivescovo , tanto in possesso ,
ch'egli ne dispose come di cosa propria? Del
resto è già noto che nessuno di questi quaran-
taquattro componimenti si trova in manoscritti;
ed è poi facile il dimostrare che essi sono fat-
tura di qualche petrarchista, probabihnente del
secolo XVI. Il primo sonetto: Fenice unica in
ferra in cui fortuna ha le quattro rime in egna
uguali a quelle del sonetto del Petrarca: Amor,
Natura e la helV alma umile. Il primo verso del
sonetto terzo : Posta di lauro amor fra V aureo
crine ricorda subito quello del Petrarca: L'aura
che 'l verde lauro e V aureo crine. La prima
quartina del sonetto 29: Questa fiera selvaggia
indomit' orsa fa pensare alla prima quartina del
sonetto Questa umil fera un cor di tigre o d'orsa.
Il motivo COSI caratteristico di quella canzone del
Petrarca : 5' il 'l dissi mai, eh' i' venga in odio
a quella, è stato copiato nel sonetto 6° che co-
mincia: S' i' il dissi mai, eh' io sia legato e cinto,
dove il s'io il dissi mai si ripete al principio
delle quartine e delle terzine, come al principio
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 75
d'ogni stanza nella canzone. Questi esempi si
potrebbero moltiplicare; ma ci pare che bastino
per dimostrare che tutti quei componimenti non
si possono attribuire a Gino. E che essi sieno
stati fabbricati coli' intenzione di farli passare per
cosa del Pistoiese, è chiaro dal trovarvi così fre-
quentemente il nome di Selvaggia. Noi vedremo
in seguito che questo nome, nelle rime autenti-
che di lui, non ricorre che pochissime volte. Qui
invece se ne fa uno scialo, che basterebbe già
per sé solo a mettere in sospetto. Qui la Sel-
vaggia, la mia Selvaggia, la Selva, la Selva mia,
la Selva gentile ricorrono ad ogni tratto. E spesso
accanto a Selva troviamo anche laura. ^ Tutto
ciò basta a provare la non autenticità di questi
componimenti.
Tra le poesie della raccolta dell'Allacci la
canzone 204 può lasciar molto dubbio.
Nella raccolta del Ciampi propendiamo a cre-
dere apocrifo il sonetto 244; e crediamo una fal-
sificazione il sonetto 256. Del sonetto 257 non
è neppur da parlare. Ma è bensì da ammirare
la leggerezza del Ciampi, che stampa un sonetto
di Pip-po di Franco Sacchetti a M. Gino, e la
Risposta di M. Gino a Pippo, e si contenta di
dire : Forse sembrerà a taluno che questo sonetto
abbia da tenersi per apocrifo. Più ammirabile
' Ved. per es. la canzone Tra veì'di fronde e rose fresche a
l'aura, dove l'aura ripetesi ad ogni stanza.
76 CAPITOLO III — GINO DA PISTOIA
ancora è il Fanfani che ricopia dall' edizione
Ciampi il sonetto, sopprimendo quelle parole al-
meno dubitative. Che un figliuolo di Franco Sac-
chetti potesse carteggiare con Cino da Pistoia è
fatto veramente meraviglioso, sapendo che il Si-
nibuldi morì nel 1336 o ai primi del 37, e che
Franco nacque circa nel 1335. Qui, del resto, il
Cino che rispondeva a Pippo è Cino Rinuccini,
poeta del secolo xiv. Lo aveva détto fino dal-
l'anno 1858 il mio carissimo Salvatore Bongi. ^
Nel sonetto 260 ci dà qualche sospetto la frase
al desio che monta per la sua conformità con
quella del Petrarca e 'l desir monta e cresce. '
I quattro Sonetti 265, 266, 267, 268 si leggono
non in un codice, ma in alcune carte sciolte (ta-
gliate probabilmente da un codice) le quali oggi
dallo Scappucci sono passate al signor avv. Carlo
Bologna, che ha avuto la cortesia di lasciarcele
esaminare. I sonetti hanno in fronte la sigla (7;
e non si può dubitare che questa sigla non vo-
glia dir Cino, poiché si trova in fronte ad altri
sonetti già conosciuti per opera di lui. Queste
carte sono di scrittura del secolo xiv. Ma sulla
loro sola autorità non saprei accertare quei so-
netti per opera di Cino.
Nel sonetto 275 notiamo un verso: Fu peg--
gio che'l morir farmi contento, il quale somiglia
1 Veci. Rime di M. Cino Rinuccini Fiorentino , Lucca, 1858,
pag. VII, nota.
2 SoD. Mie venture al venir son tarde e pigre.
APPUNTI BIBLIOGRAFICI 77
troppo al verso del Petrarca: 0 quani' era 'l 'peg-
gior farmi contento} L'altro sonetto 276 è chia-
ramente una falsificazione conforme a quelle già
pubblicate nel secondo libro del Tasso a pagine
135 e 177.
1 Son. Come va 7 mondo ! or mi diletta e piace.
79
CAPITOLO IV
GLI AMORI DI GINO
Poiché la maggior parte delle rime di Gino
dei Sinibuldi sono di argomento amoroso , sembra
ragionevole che noi rivolgiamo la nostra atten-
zione all'amore del poeta, per indagare intorno
ad esso più e diverse cose. Tutti coloro che di lui
si sono occupati ripetono concordemente ch'egli
amò e cantò Selvaggia dei Vergiolesi, figliuola
di quel Filippo che fu a Pistoia capo dei Bianchi,
e che ebbe parte notevole nelle vicende della sua
patria. Ciò potrebbe anche esser vero, ma oc-
correrebbe prima di tutto provare che Filippo dei
Vergiolesi ebbe una figliuola che si chiamò Sel-
vaggia; e dopo questo, provare ancora che essa
appunto fu la Selvaggia di Gino. Ora, tanto per
l'uno, quanto per l'altro fatto ci mancano i do-
cumenti. Vero è che di una Selvaggia Vergiolesi
amata dal Sinibuldi parla Pandolfo Arfaruoli in
alcune notizie scritte nel 1626, e che si dicono
tratte da un manoscritto, ora perduto, del 1337.
Ma, 0 quel manoscritto del 1337 è una invenzione,
80 CAPITOLO IV
o fino dal 1337 si narravano di Gino cose non
vere. Esaminiamo lo scritto deirArfariioli.^ E pri-
ma di tutto notiamo non essere privo di qualche
stranezza che propriamente si scrivessero quelle
notizie della vita di Gino nel 37, cioè pochi mesi
dopo la sua morte, che accadde tra il 23 decem-
bre 1336 e il 28 di gennaio delFanno successivo.-
Ma passiamo pure sopra ciò. Dice dunque TAr-
faruoli che il padre di Gino mori quando questi,
giovinetto ancora, studiava a Bologna, «per la
cui morte tornò a Pistoia, e si desviò alquanto
dalli studi, essendo molto inclinato all'amore di
M.* Selvaggia diM. Filippo Vergiolesi, bellissima
di corpo, et in particolare gli occhi, quale M.
Gino nelle sue Ganzone loda tanto, nominandola
da Vergiuole, come lo manifesta il suo sonetto 24*^,
Lasso pensando alla desindia valle, sino al 2^
verso del 2P quaderno in quel verso: CK io passai
dalle piante di Vergiole\ disse da Vergiole per-
chè la famiglia de' Vergiolesi era derivata da quel
luogo, e tuttavia vi avevano beni e gran posses-
sioni». Sembra chiaro adunque che TArfaruoli, a
provare l'amore di Gino per la Vergiolesi, si fondi
sul sonetto : Lasso pensando alla distrutta valle.
Questo sonetto si legge nel codice Gasanatense d.
V. 5, f. 89 v, nel cod. della Biblioteca Univer-
sitaria di Bologna n" 1289, e. 99 v.; nell'edi-
1 Ved. in Chiappelli, Vita e Opere giuridiche di Cino da Pistoia
con molti documenti inediti, Pistoja, 1881, pag. 99 sgg.
2 Ved. Sebastiano Ciampi, Vita e Poesie di M. Cino, Pisa 1813.
GLI AMORI DI GINO 81
zione Pilli e in quella di Faustino Tasso. Dal
Pilli s'intende che passò poi nel Ciampi e negli
altri posteriori. Nel Casanatense e nel Bolognese
sta scritto così:
Lasso pensando a la distrutta valle
Spesse fiate del mio natio suole...
Questo suole, evidentemente usato per suolo, ^ di-
venta un sole nel testo del Pilli, e nel natio sole
ci comincia ad apparire Selvaggia. Ma dovè certo
sembrare strano che il poeta dicesse di pensare
alla valle distrutta della sua donna nativa, e
probabilmente venne allora fuori la correzione
che sta nel testo del Tasso :
Lasso pensando a la distrutta valle
E picciol borgo u' nacque il mio bel Sole.
Con ciò si raggiungevano due intenti: si can-
cellava quel natio sole, e si rendeva piiì chiara,
più certa, piiì immediata l'allusione alla donna.
Si faceva, anzi, anche qualche cosa di piìi: si
dava a Cino un verso che somigliava ad un verso
del Petrarca:
Ed or di picciol borgo un Sol n'ha dato."
J Cosi Dante figliuole "^er figliuolo nel sxiii del Purgatorio:
Lo più che padre mi dicea : figliuole,
Vienne oramai ecc.
Cino stesso usa figliuole nel son. Apparvemì Amor subitamente. Si
trova anche fumé, pome, ame, guerriere ecc. Veci. Nannucci, Teo-
rica dei nomi.
2 Nel son. Quel eh' in finita provvidenza ed arte.
Bartoii. — SI. della Let!er:it. Ital. — Voi IV. C
82 CAPITOLO IV
Non mi pare che si possa nemmeno discutere
r autenticità del verso del testo Tasso. Quindi co-
piatore è colui che ha rifatto il testo del sonetto
attribuito a Gino.
Seguitiamo a leggere il cod. Casanatense:
Cotanto me ne 'ncende et me ne dole
Che '1 pianto dal cor fin a gli occhi salle.
Quest'ultimo verso non è di misura. E c'è quel
salle per sale che non è bello. Nel Pilli è stato
mutato cosi:
Che '1 pianto al cor intìn da gli occhi valle.
Si capisce che siasi voluto fare sparire il salle.
Ma col salle s'è fatto sparire anche il senso co-
mune. Infatti si capisce che il poeta abbia detto :
il pianto sale dal cuore fino agli occhi; ma non
già: il pianto scende dagli occhi al cuore, perchè
il dolore non comincia dagli occhi, ma dal cuore,
e le lacrime sono un effetto del dolore. Nel Tasso
5' è aggiustata la misura del verso lasciando il salle:
Che '1 pianto del mio core agli occhi salle.
Andiamo avanti sul testo Casanatense:
Et rimembrando ne le nove talle
Ch'ivi son de le piante di Vergiole,
Più meco l'alma dimorar non vole,
Sì la speranza del tornar mi falle.
Questa quartina, che con lievi varianti si legge
nel Pilli (il quale stampa in grossi caratteri ma-
GLI AMORI DI GINO 83
iuscoli la parola Vergiole) e nel Tasso, contiene
la magica parola che ha probabilmente contri-
buito a creare una Selvaggia dei Vergiolesi, cioè
la parola Vergiole.^ Ma esaminiamo. Il poeta ha
detto nella prima quartina che pensando alla sua
valle distrutta, evidentemente, distrutta dalle fa-
zioni, egli non può trattenere le lacrime. Che cosa
possono essere, dunque, le nove talle de le piante
di Vergioleì Se anche volesse intendersi i nuovi
discendenti, i nuovi rampolli della famiglia Ver-
giolesi, ciò non avrebbe nulla che fare con una
qualunque Selvaggia; sarebbe anzi ridicolo il
dire eh' egli desidera di tornare a veder la sua
donna, rimembrando le nove talle della famiglia
di lei. Ma quando noi sappiamo che un Lippe o
Filippo dei Vergiolesi fu capo della parte Bianca,
della parte a cui appartenne Gino, non è forse
agevole, ovvio, naturale il senso di quei versi?
Pensando ai nuovi aderenti della parte capita-
nata dal Vergiolesi, pensando alle nuove gene-
razioni che crescono all'odio dei nostri nemici,
io morirei, egli dice, se non avessi speranza di
ritrovarmi in mezzo a loro. Noto qui che il cod.
Casanatense ed il cod. dell' Univ. Bologn. 1289
hanno in fronte al sonetto queste parole: « Es-
sendo a prato ribello di pistola ». È dunque la
parola dell'esule che si volge alla cara patria; è il
desiderio del povero e perseguitato ribelle che
1 Ved. Ciampi, Vila e poesie ecc., p. 25.
84 CAPITOLO rv
anela di trovarsi di nuovo in mezzo ai suoi con-
cittadini serbatisi fedeli alla parte Bianca. Non
è l'amante, ma è il patriota che scrive. E non fa
difficoltà la terzina che segue, e che è stata,
credo, la cagione di tutta l'erronea interpetra-
zione del sonetto :
Et senza haver creder lo frutto mai
Sol di veder lo fior era '1 diletto,
Che mentre ch'altro vidi non pensai.
Così ha il Casanatense. Ed è certo, almeno
il primo verso, spropositato. Ma, con tutti gli
spropositi che possono esservi, il senso è chiaro:
un senso, s'intende che stia in relazione con ciò
che precede. Dopo aver detto che morirebbe, se
non avesse la speranza di tornare, seguita il
poeta dichiarando che coli' agognare il ritorno
non crede già aver lo frutto, cioè non crede ve-
dere la vittoria della parte Bianca; ma gli basta
veder il fiore, vedere le speranze di questa vitto-
ria, quasi assistere al prepararsi di questa vittoria,
Che mentre eh' altro vidi non pensai.
Quel frutto e quel fiore hanno invece fatto
pensare alla donna amata, forse per rimembranza
del verso del Petrarca:
Che al desiato frutto era sì presso, i
1 Son. Se col cieco desir che 7 cor dìstmgge.
GLI AMORI DI GINO 85
Ma se della donna non si parla nei versi prece-
denti, se non ce n' è il più lontano accenno, come
può essa scappar fuori qui tutt' a un tratto ? Il
Ciampi annota con una invidiabile disinvoltura:
« il poeta vuol far intendere la purità della sua
amicizia con M. Selvaggia».^ Ma noi non ci acquie-
teremo davvero a queste parole, gittate là per un
preconcetto, e non giustificate in nessuna ma-
niera dal testo della terzina. La metafora del
frutto e del fiore si deve per necessità logica
riferire a quello di cui parlasi nelle quartine, e
nelle quartine non esiste parola che si riferisca
ad amore di donna, ma invece vi si parla della
patria chiarissimamente. E ciò riceve poi conferma
luminosa dall'ultima terzina, dov'è detto, secondo
la lezione Casanatense:
0, credere' per lor nel Macometto,
Dunque, parte crudel, perchè mi fai
Pena sentir d'il mal cirio non commetto?
Chi possono essere quei lor^ pei quali il poeta
rinnegherebbe la fede, si farebbe turco, crede-
rebbe in Maometto?^ ahi, se non le nove falle
1 Op. cit., p. 30.
2 E curioso a notare che il primo verso di questa terzina, bellis-
simo nel Casanatense, si muta cosi nel Pilli:
E se creder non vog-lio in Macometto ,
dicendo tutto il contrario. E il Macometto sparisce poi affatto nel-
l'edizione di Faustino Tasso che ha:
Né so d'esser tenuto anch' a sospetto,
Dunque, sorte crudel, perchè mi fai
Pena sentir del mal eh' io non commetto \
86 CAPITOLO IV
delle piante di Vergioleì Ma che cosa c'entra
dunque in tutto questo la donna? E che cosa,
poi, nel rivolgersi alla paiate crudele che gli fa
portare la pena del male che non ha commesso?
Ci pare da tutto questo di potere legittima-
mente concludere che nel sonetto in questione
non si rinviene alcun accenno a nessuna donna
amata da Gino , e tanto meno , come sostiene
l'Arfaruoli, ad una Selvaggia dei Vergiolesi.
Ma procediamo ancora. È egli, questo Arfa-
ruoli, pili veritiero nelle altre sue asserzioni? Leg-
giamo il seguito delle sue preziose rivelazioni.
Gino, secondo lui, « amò ancora un'altra donna,
non per offesa, ma per coprire e tener vivo il primo
amore, essendo già morta Mad. Selvaggia, e più
per ricreazione delli suoi studi che per lascivia;
che fu una tale donna Marchesina Malespina, il
che fa chiaro il suo sonetto 39° che comincia:
Cessando di trovar lamella in oro.
Strani questi amori di poeti che si assomi-
gliano tanto! Anche Gino, come Dante, fìnse di
amare una donna per nascondere V amore che
portava ad un'altra! E sia pure. Questa seconda
donna sarebbe una Marchesina Malaspina, come
canta il sonetto 39*^. Ed è vero. Nel testo del
Pilli ed in quello di Faustino Tasso si parla di
una marchesa Malaspina:
Cercando di trovar lumera in oro
Di quel saper, cui gentilezza inchina,
GLI AMORI DI GINO 87
M'ha punto '1 cor raarchesa Malaspina
In guisa che versando '1 sangue io moro. ^
Ma, sventuratamente per TArfaruoli, tre co-
dici contengono quel sonetto, il Laurenziano Re-
diano 151, il Riccardiano 1103 e il Casanatense
d. V. 5. Ora , questi tre codici hanno ciliarissima-
mente e concordemente non già marchesa Mala-
spina, ma sibbene marchese Malaspina; anzi il
Rediano (e. 112r) aggiunge in fronte al sonetto
queste parole: « Sonetto di messer Gino da Pi-
stoia mandò al marchese Malaspina ». Dunque?
Dunque pare che la Marchesina dell' Arfaruoli spa-
risca affatto. Che cosa dobbiamo per conseguenza
pensare del manoscritto del 1337? Che esso non
esistè mai , o che raccontava cose non vere.
Tolto di mezzo il racconto delFArfaruoli , cosa
rimane a provarci l' amore di Cino per Selvaggia
de' Vergiolesi? Rispondesi da alcuni: ci sono i
versi del Petrarca:
Ecco Dante e Beatrice ; ecco Selvaggia ,
Ecco Gin da Pistoia -
Non è, veramente, una grande scoperta che
Cino canti una donna sotto il nome di Selvaggia.
i A questo sonetto si è detto da alcuni che rispondesse Dante, a
nome di Moroello Malaspina, coir altro san. Degno favvi trovar ogni
tesoro, già pub. dal Tasso (pag. 121), e ripubbl. poi da altri. Ved.
Etritria, I, 276, e cfr. Witte, Rime in testi ant. attrib. a Dante,
nelle Dante- Forschungen, II, 561.
- Trionfo d' Amore.
88 Capitolo iv
Ma questo solo ci è detto dal Petrarca. Che poi
Selvaggia fosse il nome vero della donna, e tanto
meno che appartenesse alla famiglia dei Vergio-
lesi, non pare che il Petrarca lo dica.
Vediamo ora quali sono i luoghi delle rime
dove questo nome apparisce, e indaghiamo che
cosa si possa da essi ritrarre. Nel sonetto : U af-
fìro che del vostro viso 7''aggia/ e nelF altro: Saper
vorrei s' amor che venne acceso,- sì ha una fera
selvaggia :
Come d'una crudel fera selvaggia;
Una selvaggia fera esser pietosa.
Cosi nell'uno come nell'altro selvaggia è un ag-
gettivo, un innocente aggettivo e niente più.
Si ha un avverbio selvaggiamente nel son. 8^,
Vita n'avrò se non selvaggiamente.'^ Ancora si
ha una selvaggia gente; ^ una pianta selvaggia) ^
un' e Itera selvaggia;^ una selvaggia d'amore.''
Finqui ci può essere allusione al nome, ma il
nome non c'è. Selvaggia, come vero e proprio
1 Cod. Chig., n. 270.
" Cod. Chig., n. 255.
3 Cod. Chig., n. 254.
* Nel son. Ciò di' i' veggio di q^'a m é mortai duolo; e nella
canz. Si m'ha conquiso la selvaggia gente; se pure quest' ultinaa è
autentica.
5 Nel son. Pianta selvaggia a ine sommo diletto ; ma dubito molto
dell'autenticità di questo sonetto, specialmente a cagione dell'ultimo
verso. Esso non è in nessun cod. da me conosciuto.
fi Nel son. Se conceduto mi fosse da Giove.
' Nel son. Ben dico certo che non è riparo; il quale è adesp.
nel Chigiano, ma tra rime di Gino.
GLI AMORI DI CIXO 89
nome, in poesie della cui autenticità non sia dato
dubitare , si trova in tutto il grosso volume delle
rime, cioè in più di centocinquanta sonetti, di ven-
tisei canzoni, di ventidue ballate, in più, insomma,
di ceiitonovanta componimenti, quasi tutti amo-
rosi, si trova quattro sole volte. Nel sonetto: Io
fui "n SIC l'alto e 'a su'l beato monte, l'ultima
terzina dice:
Ma poi (!lie non m'intese il mio Signore,
Mi dipartii, pur chiamando Selvaggia:
L'Alpe passai con voce di dolore.
Nella canzone: Mille volte ne chiamo el dì mer-
cede, si ha il verso: E cerca di Selvaggia ogni
contorno. Finalmente nella canzone: Lo gran
disio che mi stringe cotanto , la parola selvaggia
*ricorre quattro volte, due come nome, due come
aggettivo. Come nome nei versi seguenti:
Ancor che quando in vostra beltà miro
Che fugge il saver nostro, quanto e come
Selvaggia v'è il bel nome,
Né fuor di sua propietà lo tiro •
E non vi sie 'n disgrato
* Se da me parte chiamando Selvaggia ^
L'anima mia eh' a voi servente vene.
Ed ora noi domandiamo: possono questi quat-
tro luoghi delle rime autorizzare a credere che
1 II Cbig. ha sei. Ma che si debba legger Selvaggia lo dice lo
schema ritmico della stanza.
90 CAPITOLO IV
una donna chiamata veramente Selvaggia fosse
amata da Gino? È propriamente un caso che
questa donna avesse un nome, il quale si pre-
stasse così bene a un altro senso, ed a quel senso
precisamente che predomina nelle poesie del No-
stro, e che gli offre occasione a tutti quegli epi-
teti di selvaggia come donna priva di pietà? È
stato da alcuni citato il verso , che è il primo
d^un sonetto:
Se '1 vostro cor del forte nome sente.
Ma che valore ha una simile citazione? Ammet-
tiamo pure che il forte nome sia un'allusione al
nome di Selvaggia; e che per ciò ? Se Selvaggia
fosse un nome immaginario, il verso ricordato
non proverebbe in contrario nulla, e non vor-
rebbe dire altro che: se il vostro cuore sente di
quel nome col quale vi chiamo, che io vi attri-
buisco; se voi, insomma, siete selvaggia di cuore
com' è selvaggio il vostro nome poetico , io non
vi chiederò mai mercede.
Di fronte a questi resultati negativi, desunti
dair esame della narrazione dell' Arfaruoli e delle
rime, abbiamo noi da porre qualche cosa di po-
sitivo? Mi pare di si. C'è un sonetto, sfuggito,
per quanto io so, a tutti coloro che hanno par-
lato di Gino , il quale ci dice nel modo più aperto-
e più luminoso che egli voleva nascondere chi
fosse la donna da lui amata, che egli la celava
GLI AMORI DI GINO 91
agli Sguardi profani in guisa che nessuno potesse
indovinarne il nome:
A vano sguardo et a ftilsi sembianti
Celo colei che nella mente ho pinta,
E covro lo desio di tale infìnta,
Ch'altri non sa di qual donna io mi canti. ^
0 supponete, dunque, se vi riesce, eli' egli
amasse la figliuola di Filippo dei Vergiolesi, ch'ei
la chiamasse col suo nome di battesimo, con un
nome che tutta Pistoia doveva conoscere, e che
poi venisse a dirci che copriva
lo disio di tale infinta,
Ch'altri non sa di qnal donna io mi canti.
Ma a me la verità par proprio questa: noi non
sappiamo di qual donna egli canti ; noi anzi ve-
diamo nelle belle poesie del Sinibuldi varie figure
di donna, che ci passano davanti agli occhi in
atteggiamenti diversi; vediamo la bionda e la
bruna, la superba e la pietosa, ed ignoriamo per
quale di esse sieno state scritte le varie poesie, le
poesie deiralta ideahtà e quelle del realismo senza
veli : ignoriamo anzi se ci sieno poesie scritte per
una donna sola, o se tutte collettivamente non
abbiano ispirato il poeta, vagheggiatore di una
bellezza unica divisa in tanti esseri amati.
^ Questo sonetto trovasi, come già è detto nell'altro capitolo, nel
cod. Barber. XLV, 47; nelle ediz. Allacci e Ciampi.
92 CAPITOLO lY
Gli amori di Gino furono molti. Come fareb-
bero i critici a distinguere quello di Selvaggia
dagli altri? Direbbero forse che l'amore di Sel-
vaggia è il più profondo, il più elevato, il più
puro? Ebbene, se lo dicessero, direbbero male.
Sapete voi quello che egli desidera di questa
ideale Selvaggia? Ei vorrebbe, se potesse, mu-
tarla in im bel faggio, e vorrebbe fare di sé Tol-
lera su quel faggio abbarbicata:
Ma se potessi far come quel Dio,
'Sta donna muterei in bella faggia,
E mi farei un' ellera d' intorno. ^
Né ci é dubbio che questa donna non sia Sel-
vaggia, perchè, nella terzina che segue, Selvaggia
è nominata:
Ed un ch'io taccio per simil disio
Muterei in uccello, che ogni giorno
Canterebbe sull' ellera selvaggia.
Bell'idealità, invero, pm^issimo sogno del pu-
dico e timoroso amante per l'angelica donna!
Né noi di questo lampo di sensualità ci dorremo;
noi anzi plaudiremo al poeta che si è pure una
volta ricordato di essere uomo. Ma al tempo
stesso non anderemo più in cerca di una Sel-
vaggia individuale, perché sentiamo che questa
ci svanisce davanti, se vogliamo guardare ad
1 Cod. Barber. XLV, 47.
GLI AMORI DI GINO 93
occhi aperti. Non intendiamo già con' ciò di ne-
gare la realtà del suo amore. Solamente ne-
ghiamo che questo amore fosse per una donna
chiamata realmente Selvaggia; e diciamo invece
che r amore vero fu per molte donne, e che si
estrinsecò poeticamente, come vedremo, secondo
quelle forme che il tempo , la scuola e V animo
stesso del poeta imponevano.
Che Gino fosse inchinevole a mutare spesso
di affetti, anche senza le rime di lui, ce lo dicono
altri. 11 legista Giulio Claro lo chiama maximus
amator; il Farinaccio dice: delieta carnis omnes
tangunt , et mihi crede etiam jurisperitos et eos
quidem excellentes, proni Cinum. ^ Gino istesso
ci ha lasciato scritto che a lui piacevano piìi i
doni dei sospiri, imo suspirium nihil valet sine
dono.- Di un'eloquenza senza pari è il sonetto che
gli manda Dante, in risposta ad uno di lui.^ Leg-
giamo questa corrispondenza curiosa. Gino scrive
a Dante:
Novellamente Amor mi giura, e dice:
D'una donna gentil si fa riguardo,
1 Chiappelli, op. cit., pag. 54-55.
2 Ivi, pag. 55.
3 II Chiappelli cita anche un sonetto del Petrarca (pag. 54); ma
è i\n errore. Quel sonetto, attribuito da alcuni al Petrarca, e il mio
dotto amico Antonio Cappelli lo dice chiaramente {Che cosa è Amore?,
Modena, 1873, pag. 8), sarebbe in risposta ad un sonetto che alcuni
codd. danno a Gino, altri ad Antonio Beccari, ed è il sonetto già edito
dal Cappelli stesso: Deh dite il fonte d' onde nasce Amore. Ma nella
supposta risposta del Petrarca non e' è rimprovero alcuno né allusione
agli amori del proponente.
94 CAPITOLO IV
Che per virtute del suo nuovo sguardo
Ella sarà del mi' cor beatrice.
Io e' ho provato poi come disdice,
Quando vede imbastito lo suo dardo,
Ciò che promette, a morte mi do tardo
Che non potrò contraffar la fenice.
S' i' levo gli occhi e del suo colpo perde
Lo cor mio quel poco, che di vita
Gli rimase d' un' altra sua ferita.
Che farò, Dante? ch'Amor pur m'invita,
E d'altra parte il tremor mi disperde,
Che peggio che l'oscur non mi sia '1 verde.
11 senso di questo sonetto può essere qua e
là dubbioso. Ma l'insieme è facile a capirsi. Gino
chiede consiglio all'amico intorno ad un suo nuovo
amore, all'amore di una donna che sarà beatrice
del suo cuore. Io credo che questa frase dispia-
cesse a Dante, il quale dovè vederci una profa-
nazione della beatrice sua. Certo è ch'ei rispose
iratamente, direi quasi con isgarbato dispetto.
Comincia dal dire che non credeva di dover ri-
cevere all'età sua questi sfoghi amorosi:
Io mi credea del tutto esser partito
Da queste vostre rime, messer Cino;
Che si conviene omai altro cammino
Alla mia nave, già lunge dal lito.
E seo^uita con un tremendo rabbuffo:
■'D'
Ma perch'i' ho di voi più volte' udito,
Che pigliar vi lasciate ad ogni uncino,
Piacemi di prestare un pocolino
A questa penna lo stancato dito.
GLI AMORI DI GINO 95
Chi s'innamora, sicconae voi fate,
E ad ogni piacer si lega e scioglie,
Mostra ch'Amor leggermente il saetti.
Se '1 vostro cor si piega in tante voglie,
Per Dio vi prego che voi '1 correggiate.
Sì che s'accordi i fatti a' dolci detti.
Non si potrebbe davvero desiderare più so-
lenne testimonianza di questa degli amori molte-
plici, delle' facili passioni del Pistoiese, che si
lasciava pigliare ad ogni uncino. Ed a noi preme
fermare V attenzione su queir ultimo verso :
Sì che s'accordi i fatti a' dolci detti,
perchè esso ci dice che tra le rime del poeta e i
suoi amori non e' era sempre accordo , cioè che
egli scriveva dolci parole e poi s'abbandonava
ad amori d' altra natura. Noi vedremo in seguito
quello che Dante dovè voler significare coi dolci
detti. Troveremo infatti tutta una larga serie
delle rime di Gino spirante appunto una soave
ed angelica dolcezza. Ma siamo avvisati : a quelle
rime non s'accordano i fatti. Tentò, è vero,
dalla fiera accusa di difendersi il Sinibuldi , pro-
testando eh' egli non s' era mosso
dalle prime dispietate braccia;
ed aggiungendo poi:
Un piacer sempre mi lega e dissolve.
Nel qual convien, eh' a simil di biltate
Con molte donne sparte mi diletti. ^
1 Son. Poi eh' io fui. Dante, dal mio natal sito.
96 CAPITOLO IV
Ma difendendosi così, egli veniva a confessare
colla propria bocca la verità dell' accusa.
E le molte donne sparte nelle rime di Gino ,
a chi guardi un po' attentamente, ci sono.
Abbiamo sentito quali fieri rimproveri gli fa-
cesse Dante. Ma Gino era, come sembra, espan-
sivo. Parlava volentieri de' propri amori agli
amici. Ed eccolo sfogarsi con Gherarduccio Ga-
risendi :
Amalo Gherarduccio, quand' i' scrivo,
che, rispondendogli, lo rimprovera di avere il
cuor vano , disciolto e lascivo (Tasso, pag. 114);
eccolo sfogarsi ancora con Guelfo Taviani d'una
bella Pisana dalla bionda treccia, che gli ha fe-
rito il cuore; ^ e finir poi col dire:
Se non ch'io porto nella mente Teccia;
cioè, fortuna ch'io sono innamorato di Teccia, se
no m'invaghirei della Pisana. - Non gli risparmia
neppure il Taviani le sue osservazioni, e gli ri-
corda, rispondendogli, Selvaggia,^ e gli dice che
1 Son. Al mio parer non è chi 'n Pisa porti. Vedi il testo Chi-
giano.
^ Che Teccia sia nome di donna è chiaro dalia risposta del Ta-
viani, nell'ediz. Tasso, pag. 117. Al son. Al mi' parer rispose il
Taviani con quello: Molto li tuoi pensier mipainn torti (Tasso, p. 116;
Chiappelli, 233). Al son. Alla battagia ove Madonna abbatte il Ta-
viani rispose con quello: Pensando cotne i tuoi sermoni adatte (Tasso,
pag. 117). Queste risposte del Taviani si leggono nel cod. Casanatense
d. V. 5, carte 98-99.
3 Si noti bene: il Taviani mette perfettamente a pari Selvaggia
GLI AMORI DI CIXO 97
egli usa false carie ad Amore. Ma non pare che
giovasse. Altre treccie bionde seguitarono ad am-
maliarlo , 0 , come egli dice , a ritenerlo stretto
come uccello nel vischio:
Omè eh' io sono all' amoroso nodo
Legato con due belle trezze bionde,
E strettamente ritenuto, a modo
D'uccel eh' è preso al vischio tra le fronde. ^
Né le bionde treccie solamente, ma anche le
col Cavaliere che è la Pisana. Anzi i suoi versi ci provano che i due
amori furono simultanei (Seguo la lez. data dal Chiappelli):
Molto li tuoi peusier mi paion torti
Per ciò che la tua mente ii' è socrinta,
Tanto in Selvaggia 'n sin hora 1' hai spinta,
Et mo' al Cavalier gitti le sorti.
Par clie ti uutrigasi lungo gli orti,
Voler jjortar di duo la cera tinta j
Contra ragion d' amor, che non ha 'ufinta
La "ntenza tua, et dratti desìi eorti.
I de^u" corte si riferiscono tanto a Selvaggia, quanto alTaltra. Osservo
ancora che il nominare una delle due donne col soprannome datole da
Cino (il Cavaliere) avvalora la supposizione che anche l'altra (Sel-
vaggia) sia designata con il soprannome usuale. Ma c'è di più. Il so-
netto 1° di Cino al Taviani dice che s'innamorerebbe del bel Cavalier,
se non avesse Teccia nella mente. Il Taviani risponde: ma come puoi
tu portare la cera tinta di due? E nomina Selvaggia e il Cavaliere.
Teccia e Selvaggia sembra dunque che sieno la stessa persona. Questo
Guelfo Taviani doveva essere un pistoiese. Il Ciampi dice che un ramo
degli Ughi-Taviani-Franchini (discendente da quegli Ughi, a cui ap-
partenne la moglie di Cino) si manteneva ancora ai suoi tempi a Pistoia.
Vita e poesie, pag. 27. Di esso Taviani, oltre i due sonetti a Cino, si
ha pure un sonetto a Cecco Angiolieri, stampato già dal Cappelli [Otto
Sonetti del secolo XIV, Modena, 1868) e ristampato dal D'Ancona
(Studi di Crit. e Star, letto:, p. 139).
1 Cod. Parmense 1081, e. 98v.
Bartoli. — St. della Lt-tterat. Udì. — Vii). IV. 7
98 CAPITOLO IV
nere gli piacquero, poiché d'una donna dalle nere
chiome mi pare evidente che parli questo sonetto :
Per una merla che d'intorno al volto
Sovra volando di sicur mi venne,
Sento ch'amore è tutto in me raccolto
Lo quale uscio de le sue nere penne,
Ch'a me medesmo m'ha furato e tolto,
Né d'altro mai poscia non mi sovenne,
E non mi vai trasmessere (?) in volto
Più che colui che '1 simile sostenne.
Io non so come ad esser mi ritorni,
Che questa merla m'ha sì fatto suo,
Che sol voler mia libertà non oso.
Amico, or metti qui '1 consiglio tuo.
Che s'egli avien pur ch'io così sogiorni,
Almen non viva tanto doloroso.
Notate, vi prego, in questo sonetto T espres-
sione di un affetto che pare profondo. Non sono
fugaci capricci , se almeno la poesia non men-
tisce, ma passioni vere quelle di Gino. Come si
può esprimerlo meglio di così?
. . . questa merla m'ha sì fatto suo.
Che sol voler mia libertà non oso.
E se la merla fosse, come pur potrebb' es-
sere, la donna istessa che altrove chiama: quella
oscura, velata in un amanto negro, ^ tanto più
avremmo ragione di credere ad un amore in-
^ Son. Amico s' egualmente mi richange.
GLI AMORI DI GINO 99
tenso/ e cagione di forte dolore al poeta. Sicu-
ramente però non da tutti i suoi amori ritrasse
egli quel dolore, che sa, come altrove vedremo,
così altamente cantare. Ci sono anche i versi del-
l'amore felice, dell'amore corrisposto. Si legga
questa terzina:
Deh, chi potria sentir d'amor ma' doglia,
Avendo 'n tanta altura su' cor messo ,
E ancor più che so eh' è ben sua voglia ? ^
E più si legga questo sonetto, dove combattono la
speranza e il timore, pur rimanendo la prima vin-
citrice :
Ora che rise lo spirito mio
Doneava il penserò entro lo core,
E con mia donna parlando d'amore
Sotto pietade si covria il disio.
Perch'olla il chiama la follia ched io
Voi seguendo e mostrone dolore,
E par eh' i' sogni e sia com' om eh' è fore
Tutto del senno , e sé stesso à "n oblio.
Per questo donear che fa '1 penserò,
Fra me medesmo vo parlando e dico
Che '1 suo sembiante non mi dice vero ,
Quando si mostra di pietà nemico,
Ch'a forza pare che lo faccia fero!
Perch'io pur di speranza mi nutrico.
i È affatto arVjitrario il dire che questo sonetto « pare scritto nell'oc-
casione che la sua donna (quale?) portava bruno per la morte di qual-
che stretto parente ». Critica peregrina ed amena!
2 Son. Tutte le pene ch'io sento d'amore.
100 CAPITOLO IV
Intanto , però , tutte queste donne chi sono ?
C è anche tra queste colei eh' egli qualche volta
chiamava col nome di Selvaggia? Non lo sap-
piamo. Né già a queste sole si arresta la dolce
schiera delle bellezze che punsero il cuore del
Pistoiese. C'è quella, da cui, fatta sposa, attende
il compenso lungamente aspettato ; ^ e' è la bella
Bolognese :
Et posso dir che mal vidi Bologna
E questa bella donna ch'io sguardai; 2
c'è un'altra che pare sia stata prima buona e
pietosa e poi 1' abbia ingannato e deriso :
Onde non chiamo già donna, ma morte
Quella che altrui per servitore accoglie
E poi gabbando e sdegnando l'uccide,
A poco a poco la vita gli toglie,
E quanto più tormenta più ne ride. ^
C'è, se il sonetto è di Cino,^ la fante 'piacente
in cera'/-" e quella che gli è cara sol di staile
1 Son. Angelica figura e dilectosa. Il signor Chiappelli nel suo
libro su Gino supporrebbe che quei versi si riferissero al matrimonio
di Selvaggia (pag. 39). Distinguiamo. Per chi crede Selvaggia la donna
ideale cantata dal Sinibuldi, quella supposizione è impossibile. Per noi
che riteniamo Selvaggia un nome convenzionale, sotto il quale possono
essersi nascoste anche più donne successivamente, quella congettura
non ha nulla d'impossibile. Ma perde però ogni valore.
2 Son. 0 lasso! ch'io credea trovar pietade.
3 Son. Chi a' falsi sembianti il cove arrisca.
^ Ne dubito molto.
2 Son. Lasso, ch'io feci ima vesta da amante.
GLI AMORI DI GINO 101
a la finestra,'^ e queW altr ci gioven donna gente,
che gli versa co' begli occhi fuoco nell'anima, e
della quale
non chieggio altro che ponerle mente ,
Poi di ritrarne rime e dolci versi. ^
In mezzo a tutte queste non è lecito nem-
meno dire che Selvaggia tenga il primo luogo.
Di essa, volendo stare rigorosamente a quello
che ci esprimono le rime , non si può dire se non
che è un nome, il quale piacque al poeta, perchè,
forse, esprimeva uno stato frequente dell'animo
suo : un fiero e selvaggio stato di dolore che egli
cantò con arte sovrana. E lo vedremo tra breve.
Intanto esaminiamo quella parte delle rime di
Gino, dov'è rappresentata la donna nella sua
più alta idealità.
^ Son. Lo fino amor cortese eh' amaestra.
2 Son. Avveììga che criidel lancia intraversi.
103
CAPITOLO V
LA DONNA ANGELIGATA
Nelle rime di Gino si trova qua e là una qual-
che traccia di quella maniera poetica che faceva
consistere il proprio pregio nelle sottigliezze me-
tafisiche e nella casistica dell' amore. Abbiamo
così la ballata: Donna, 'l heato 'punto che m av-
venne, nella quale V aer del sospir compresa trat-
tiene l'anima che si era partita dal cuore; abbiamo
una questione d'amore nel sonetto a Dante: Dante,
quando p)^^' caso s'abbandona; ed una risposta
ad ima questione d' amore nel sonetto a Ghe-
rardo da Reggio: Aìuor che viene armato a dop-
ptio dardo. '^ Abbiamo l'analisi del come nasce
l'amore e delle condizioni d'amore;- abbiamo la
visione amorosa; ^ ed abbiamo, in abbondanza,
1 II sonetto di Gherardo è nel cod. Casanat. d. V. 5, e nella edìz.
del Tasso, pag. 120. Senz'esso il sonetto di Gino riesce inintelligibile.
2 Ved. il sonetto: Ben' è si forte cosa il dolce sguardo; e, se
appartiene a Gino, come credo, la 2^ stanza della canzone: L'uom
che conosce legno eh' aggi ardire. E l'altro sonetto: Se non si move
■d' ogni parte amore.
3 Son. Vinta e lassa era già l'anima mia.
104 CAPITOLO Y — CIXO DA PISTOIA
gli spiriti e gli spiritelli ; ^ che già trovammo in
altri rimatori di questa scuola. Né mancano le
oscurità, i concetti astrusi, le frasi di conven-
zione, le smanie a freddo, i lamenti di moda.
Ma tutto ciò nel Pistoiese è, direi, cosa fu-
gace, e non costituisce in nessuna guisa il fondo
della sua arte; s'impone al poeta piìi che non
esca spontaneamente dal suo spirito. Dov' egli
invece si ferma con artistica voluttà , dove la sua
mano disegna con grazia geniale, dove sale ad.
eccelse altezze è nella pittura della donna, di
quella donna che gli sta nella mente, ch'ei va-
gheggia quasi in un sogno, in un'estasi, in un ra-
pimento.- La donna ch'egli vede ha poco dell'es-
sere umano, ma somiglia ad un angiolo di Dio:
Angel di Dio simiglia in ciascun atto
Questa giovane bella 3
1 Veci. Son.
e la Cauz.
Una donna mi passa per la mente ;
Poscia eh' io vidi gli occhi di costei ;
Poi clieJ e' s' è piaciuto ched i' sia ;
Lasso, che amando la mia vita more;
Non che 'n presenza della vista umana , ecc.
2 Nella bellissima canzone: L'alta speranza che ini reca amore^
dopo aver descritto gli effetti n:ieravigliosi che produce la vista e la
presenza della donna gentile, soggiunge :
Io mi sto sol com" uora che pur disia
D' udir le' sospirando sovente ;
Però ch'i' mi risguardo entro la mente,
E trovo eh' eir è la donna mia
3 Ballata che comincia cosi.
LA DONNA ANGELICATA 105
Iddio stesso Tha mandata dal cielo:
Questa non è terrena creatura
Dio la mandò dal ciel, tanto è novella.^
La creaiura bella è nuova figura che fa mara-
vigliar tutta la gente ;'" guardandola, egli diventa
beato, come diventano beati gli angeli nella con-
templazione di Dio :
A guisa d'angel che di sua natura
Sopra umana fattura,
Divien beato sol vedendo Dio,
Cosi essendo umana creatura
Guardando la figura
Di questa donna che tiene il cor mio
Potrìa beato divenir qui io. 3
In lei egli scuopre una bellezza sempre nuova:
Farmi veder in lei, quand'io la guardo
Tuttor nuova bellezza. ^
Il SUO riso rallegra i luoghi, pei quali ella passa:
Ridendo par ch'allegri tutto '1 loco
Per via passando angelico diporto;^
dove ella apparisce risplende il sole:
Che là si vede '1 sole ov' ella appare; ^
1 Son. Li vostri occhi gentili e pien d' amore.
2 Son. Vedete, donne, heUa creatura.
3 Ball. Poi che saziar non posso gli occhi miei.
* Ball. Quanto più fiso 'miro.
5 Son. Sta nel piacer della mia doìina amore,
^ Son. Se mi riputo di n'cente alquanto.
106 CAPITOLO V — GINO DA PISTOIA
quel sole che sembra aver meraviglia di lei ed
inchinarsele :
Tant'è la sua vertute e la valenza,
Ched ella fa meravigliar lo sole,
E per gradire a Dio 'n ciò eh' ei vole
A lei s'inchina e falle riverenza. i
Tutte le cose gentili s'innamorano di lei:
Tutto ciò eh' è gentil se n'innamora,
L' aer ne sta gaudente,
E "1 ciel piove dolcezza u'ia dimora. ^
La sua virtù opera prodigi:
Fa rinovellar la terra e 1' aere
E rallegrar lo ciel la sua virtute.
Giammai non fur ta' novità vedute,
Qua' ci face Dio per lei mostrare.
Quando va fuor adorna par che '1 mondo
Sia tutto pien di spiriti d'amore,
Si ch'ogni gentil cor deven giocondo. ^
Ogni pensiero vile fugge da chi la guarda:
Io la vidi SI bella e si gentile.
Et in vista sì umile — che per forza
Del suo piacere,
A lei veder menaron gli occhi il core ;
Partissi allora ciascun pensier vile. '^
1 Canz. L'alta speranza che mi reca amore.
2 Questa stanza manca ad alcuni code!., e, tra gli altri, al Chi-
giano. Ma non mi pare sufficiente ragione per crederla intrusa.
3 SoD. Tutto ini salva il dolce salutare.
* Canz. Non spero che giammai per mia salute.
LA DONNA ANGELICATA 107
Cosa dolcissima e terribile insieme è il suo saluto :
Se questa gentil donna vi saluta
Non risguardate dentro agli occhi sui,
Che è tal cosa al mio cor avvenuta
Che all'anima non cai di star con lui:
E dice ben che ha la morte veduta,
Ma non pertanto vuol vedere altrui,
Che vita et ogni ben per lei rifiuta,
Sì eh' io mi partirò tosto da vui.
Allor trarrete dal mio corpo il core,
E leggerete ciò che mi fa dire
Che dentro agli occhi suoi non riguardiate,
Che voi vi troverete scritto amore ^
Col nome che chiamò quando a ferire
Venne guarnito della sua beltate.
Davanti a questo essere che non ha più nulla
dell'umano, davanti alla donna angelicata, l'amore
del poeta prende qualche cosa del mistico : nel
suo spirito sembrano confondersi la creatura e il
creatore, l'essere terreno e l'essere celeste; dopo
aver detto che Dio l'elesse fra g-li angeli,
E 'n far cosa novella
Prender vi fece condicione umana, ^
egli non la vede più come donna, ma come un
segno della potenza divina: le lodi che salgono a
lei, sono lodi al creatore: essa è trasumanata:
Donna per deo pensate
Ched e' però vi fé' meravigliosa
1 Canz. Sì mi costringe amore.
108 CAPITOLO V — CIXO DA PISTOIA
Sovra piacente cosa,
Che l'uom laudasse lui nel vostro a viso;
A ciò vi die bel tate
Che voi mostraste sua somma potenca. ^
Or quale sarà in cospetto dell'angelo il senti-
mento e r atteggiamento del poeta amante? L'ap-
pressarsi della divinità induce terrore nello spi-
rito: r uomo si sente annientato: T amore diventa
spavento :
Amor eh' è piena cosa di paura -
Ella m'ha fatto tanto pauroso 3
Tanta paura m'è giunta d'amore
Che io non credo già mai spaurire,
Nò che mi torni ardire
Di parlar mai , si sono sbigottito ;
In ciascun membro mi sento un tremore.
Lo qual ogni mio senso fa smorire ^
Gli è tanto gentile et alta cosa
La donna che sentir mi face amore,
Che r anima pensando come posa
La virtù eh' escie di lei nel mio core,
Sbigottisce e diviene paurosa ,
E sempre ne dimora in tal tremore,
Che batter l'aire nessun spirit'osa.
Che dich'a lei: madonna, questi more. ^
1 Ivi.
2 Ball. Deh ascoltate come 'l mio sospiro.
3 Canz. Questa donna che andar nti fa pensoso.
* Canz. Tanta paura, ecc.
5 Son. Gli è tanto gentile, ecc.
LA DONNA ANGELICATA 109
Agli occhi del poeta amante escono dal volto della
dea raggi di luce che lo abbarbagliano :
esce uno ardente splendore
Che lolle agli occhi miei tutto valore. ^
Egli non ha coraggio di guardarla in viso, perchè
la sua bellezza oltrepassa troppo V umana natura :
Se '1 viso mio alla terra s'inchina
E di vedervi non si rassicura,
Io vi dico, madonna, che paura
Lo face, che di me si fa regina;
Perchè la beltà vostra pellegrina
Quaggiù tra noi soverchia mia natura,
Tanto che quando vien, se per ventura
Yi miro, tutta mia virtù ruina.
L'amante prega la donna, ma non sa più se
preghi un essere terreno o uno celeste: le pa-
role gli si confondono quasi sulle labbra : V invo-
cazione a Dio: in manus tiias. Domine^ com-
mendo spiritum meitm , si tramuta in una invo-
cazione d'amore, ma di un amore, da cui si è
allontanata ogni eroticità, e che si confonde con
un altro sentimento, con un vago e indistinto
desiderio delle cose celesti:
Nelle man vostre, dolce donna mia.
Raccomando lo spirito che muore;
E se ne va sì dolente eh' amore
Lo mira con pietà, che '1 manda via.
' Ball. Lasso, che amando la mia vita more.
110 CAPITOLO V — GINO DA PISTOIA
Voi mi legaste alla sua signoria,
Si che non ebbi poi alcun valore
Di potergli dir altro che: signore,
Quel che tu vuoi di me , quel vo' che sia.
Io so che a voi ogni torto dispiace;
Però la morte che non ho servita,
Molto più m'entra nello core amara.
Gentil madonna, mentre ho della vita,
Acciò ch'io mora consolato in pace,
Piacciavi agli occhi miei non esser cara.
Ed ora domandiamo : questa contemplazione
e rappresentazione della donna è cosa reale? Il
poeta che desiderava di diventare ellera sul bel
corpo della sua donna, era ispirato da un senti-
mento vero di amore quando cantava la paurosa
dea'? È la stessa domanda che ci siamo fatta a
proposito di Lapo Gianni e di Dino Frescobaldi; e
la risposta non può esser diversa. Il reale sembra
qui dileguato affatto: tutto attesta che un'alta
idealità, un'idealità trascendente ha invaso lo spi-
rito del poeta: i suoi versi d' amore si direbbero
quasi allucinazioni ascetiche. La poesia è alta e
soave, è quasi una musica sacra, un gemito d'or-
gano nelle grandi e solenni navate d' una catte-
drale del medio evo. Ma di umano non e' è nulla,
ma non c'è passione che scuota le fibre: è un
lungo lamento che dall' anima del poeta si eleva
ad un essere vagheggiato dalla sua mente. È
l'astratta idealità dell'amore cantata con versi
dolcissimi. D'individualità non c'è segno: sono
sempre le stesse immagini che si ripetono, è sem-
LA DONNA ANGELICATA IH
pre lo stesso sentimento affannoso che si suscita
nell'animo del travagliato poeta: travagliato da
quella stessa sua contemplazione di un essere che
oltrepassa ogni confine umano e che va a nascon-
dere il capo tra le nuvole d'oro che circondano
il trono di Dio. Fra la donna di Gino e quella
di Lapo Gianni o del Frescobaldi non c'è diffe-
renza alcuna.^ Sono le stesse creature, hanno le
medesime qualità, producono i medesimi effetti.
Questa osservazione sola basterebbe a provare
che non hanno oggettività, che sono creazioni
dello spirito del poeta, il quale vede quegli esseri
secondo un concetto che si è formato nella mente.
E quale è questo concetto? Io ho detto indietro
che la donna contemplata da Lapo e da Dino è
cosa nuova. Nuova è dunque anche la donna di
Gino, che è sorella di quelle. Ma questa novità
in che cosa consiste? Determiniamo bene il no-
stro concetto. Il trovatore aveva cantata, esso
pure, una donna dotata di tutte le perfezioni; ma
quella donna restava cosa essenzialmente feudale:
era la bella, la immacolata, la orgogliosa dama
del castello, alla quale si innalzavano i timidi voti
del poeta. Ora quella donna cambia di aspetto.
Non assume già forme piìi umane, non s' indivi-
dualizza, non diventa più tenera, più compassio-
nevole, più femminea; essa resta un tipo, ma di
1 Anzi, già nel Guinicelli apparisce la donna angelicata: nella
canz. Al cor gentil ripara sempre amore, egli dice della donna che
tenea d'angel sembianza.
112 CAPITOLO V — GINO DA PISTOIA
un'altra natura; dalla sala del severo castello
discende, e sale nel tempo stesso i gradini della
chiesa; perde le fattezze rigide della feudalità, per
quelle morbide del misticismo: è collocata sull'al-
tare, somiglia a una santa, alla Vergine, è circon-
data di luce, simboleggia ogni cosa alta, bella,
divina. Tale è il nuovo essere che nasce nel Co-
mune battagliero ed ascetico, dove si pregava
Dio e si moriva per la patria; tale è Tessere can-
tato dal poeta della lirica nuova. ^
Gli amori terreni di Gino non lasciano dubbio
intorno alla loro natura. Noi non sappiamo oggi
chi fosse la Merla o la Bolognese o Teccia o la
Pisana; ma sentiamo subito che dietro a quei
nomi si nasconde una realtà: tra Gino e quelle
donne sentiamo dai suoi versi che ci furono in-
timi legami. Invece che co^a possiamo raccoghere
della donna-angelo? C'è in tutto il canzoniere
del gran Pistoiese un solo dato di fatto per ista-
bilire che essa fosse persona reale? C'è almeno
la prova che la dea ispiratrice di cosi alti versi
corrispondesse alF amore del suo poeta? Nem-
meno questo. L'angelo era anzi una donna senza
pietà. E, se osserviamo bene, doveva proprio es-
sere COSI. L'idealità mistica dell'amore cantata
' Ciò fu già accennato dal Carducci, dove parla del passaggio dal
« tipo cavalleresco all'ideale mistico ». {Delle Rune di Dante Ali-
ghieri, pag. 185, negli Studi Letteì-ari, Livorno, 1874); ma spero
ch'egli riconoscerà che nella donna di Gino non c'è minore idealità
mistica che in quella di Dante.
LA DONNA ANGELICATA 113
dal poeta doveva rimanere inaccessibile ad ogni
preghiera mortale; non poteva piegarsi ai voti
dell'amante senza distrugger sé stessa, senza ces-
sare di essere idealità: la donna-angiolo era hea-
trice, ma doveva essere anche selvaggia. Il suo
devoto non chiede altro che di poterla guardare:
la pietate
Che v" addimandan tutti i miei sospiri
È sol che vi degniate ch'io vi miri, i
Ma essa anche solo di esser guardata si sdegna :
Madonna sdegna,
E sdegnando mi cela sua figura. -
Quest' ultimo verso dice forse qualche cosa di piti
del suo senso apparente. A me pare che esprima
il lamento di non aver mai potuto vedere quella
desiderata immagine; di non averla potuta ve-
dere altro che nel sogno penoso dell' immagina-
zione. E si confermerebbe ciò, se io interpetro
bene , da quegli altri versi :
Essa mi tiene gli occhi su la mente,
E la man dentro al cor, siccome fera
Nemica di pietà, crudelemente,
cioè, io non
sua, essa tiene
[1 posso che contemplare l'immagine
iene gli occhi miei, su, in aJto, fissi
1 Ball. Madonna , la pietate.
2 Ball. Deh, ascollate come 7 mio sospiro.
Babtoli. — St. della Letterat. Ital. — Voi IV.
114 CAPITOLO V — GINO DA PISTOIA
alla sua mente, e da ciò è lacerato crudelmente
il mio cuore, perchè appunto non è che un'im-
magine quella che io amo. E vedete come tutto
allora si collega e si spiega: mostrarle il suo
amore fu folle ardimento: egli con ciò si rese
-degno di morte:
Degno son io di morte,
Donna, quand'io vi mostro
Ch' i' ho degli occhi vostri amor furato.
Che certo sì celato
M'avenni al lato vostro.
Che non sapeste quando n' uscì fore ;
Ed or, po' che davante a voi m' atento
Mostrarlo a vista vera,
Ben è ragion ch'i' pera.
Sol per questo mio folle ardimento,
Che i' dovè 'nnanzi, po' che cosi era,
Soffrirne ogni tormento.
Che farne mostramento
A voi ch'oltra natura siete altera.
Ha, povero innamorato d'un fantasma della sua
niente! come può egli non fissarsi in quella ce-
leste bellezza, se il dimenticarsene sarebbe morire?
Voi che per nova vista di ferezze
Vi sforzate di tormi quel disio
Che nacque allor che V ardimento mio
Fu prima di guardar vostr' adornezza,
Sapete che lo cor n'ha tai vaghezze,
Che vole prima, poi che lo sentio
Morire, innanzi che averlo in oblio,
Di tal vertute èn vostre gentilezze.
LA DONNA ANGELICATA 115
A tutto quello che siamo andati dicendo fin
qui si potrebbe opporre clie esistono varie poesie
di Gino, nelle quali egli parla della morte della
sua donna. Ma questa obiezione non avrebbe va-
lore. Sicuramente, noi lo sappiamo già, Gino amò
delle donne di una realtà oggettiva. Qual mera-
viglia ch'egli abbia pianto la morte di alcuna
di quelle? Bellissimo è il sonetto, dov'egli dice
d' aver baciato il sepolcro dell' amata donna :
Io fui 'n su l'alto e "n sul beato monte,
Ov' adorai baciando il santo sasso,
E caddi 'n su la pietra, ohimè lasso!
Ove l'onesta pose la sua fronte,
E eh' ella chiuse d' ogni virtù '1 fonte
Quel giorno che di morte acerbo passo
Fece la donna de lo mio cor lasso,
Già piena tutta d' adornezze conte.
Quivi chiamai a questa guisa Amore:
Dolce mio dio, fa che quinci mi traggia
La morte a sé, che qui giace il mio core.
Ma poi che non m'intese il mio Signore,
Mi dipartii, pur chiamando Selvaggia:
L'Alpe passai con voce di dolore.
Noi siamo dispostissimi ad ammettere che qui
si tratti di una donna veramente amata e per-
duta. Ma chi era essa? Ghi era, ripetiamolo nuo-
vamente. Selvaggia? Goloro che hanno tessuta
la storia della Vergi olesi sembrano credere che
essa morisse, mentre Gino era assente, e citano
il sonetto: Con gravosi sospir traendo guai, di-
cendo che il poeta tornò ancora a vederla per
116 CAPITOLO V — GINO DA PISTOIA
l'ultima volta. Ma converrebbe allora metter d'ac-
cordo con ciò il sonetto 118, che nell'ediz. Ciampi
(pag. 127) porta scritto in fronte: All' annunzio
della morte di Selvaggia, e che dice cosi:
Deh non mi domandar perch'io sospiri,
Ch'io ho testé una parola udita,
E svariat' ha tutti i miei desiri :
Fuor della terra la mia donna è gita ;
Ed ha lasciato me 'n pene e martiri,
Col cuore afflitto, e gli occhi 1' han smarrita.
Farmi sentir che ormai la morte tiri
A fine oh lasso! la mia grave vita.
Rimaser gli occhi di lor luce oscuri,
Sì eh' altra donna non posso mirare ;
Ma credendogli un poco rappagare
Veder fo loro spesso gli usci e' muri
Della casa u' s' andaro a innamorare
Di quella, che lo cor fa sospirare.
Come fa il poeta, che monti e valli separano
dal luogo, ove giace morta Selvaggia, a far ve-
dere spesso ai propri occhi gli usci e i muri della
casa di lei?
Ma c'è ancora, si aggiunge, un'altra testi-
monianza storica di Selvaggia, e sono i versi,
dove si dice ch'ella morì alla Sambuca. « Qual
senso, dice il Ciampi,^ più naturale ed ovvio dar
possiamo a queste parole se non d' intendere che
il poeta parli della morte di Selvaggia accaduta
nel tempo della ritirata sua col padre in mon-
<• ^
1 Pag. 23.
LA DONNA ANGELICATA 117
tagna, e probabilmente quando questi, abbando-
nato Piteccio, dopo averlo tenuto per tre anni,
passò alla Sambuca piantata sugli aspri monti
dell'Appennino?»
Le parole, a cui allude il Ciampi, sono:
Ohimè, vasel compiuto
Di ben sopra natura,
Per voltar di ventura
Condotto fosti suso gli aspri monti,
Dove t'ha chiuso, ahimè, tra duri sassi
La morte 1
Vedete potenza di allucinazione! Ma quanti non
saranno stati in quel terribile secolo gli esuli da
Pistoia, rifugiatisi sugli aspri monti \ Ma quante
donne infelici non saranno state chiuse dalla morte
tra qixe'duri sassiì C'è proprio bisogno che si parli
qui della Sambuca e di una Selvaggia de'Vergio-
lesi, la cui esistenza non è attestata da nessun
documento ?
Del resto che Cino piangesse amaramente la
morte di una donna amata da lui, lo sappiamo;
e sappiamo anche che quei suoi versi sono bel-
lissimi. Ma non occorre per questo di fantasticare
sulla Selvaggia. La poesia del dolore è nel Pi-
stoiese altissima, e ispirata da una profonda
verità. In ciò consiste anzi la sua arte veramente
grande e originale.
' Canz. Ohimè lasso quelle treccie bionde.
119
CAPITOLO VI
LA POESIA DEL DOLORE
È cosa affatto inattesa trovare un' arte pro-
fondamente psicologica, quando appena una let-
teratura esce dal suo periodo delle origini. Gino
da Pistoia ci si presenta innanzi non più colle
qualità, perfezionate, dei suoi predecessori; ma
in un aspetto compiutamente nuovo. E vero che
già in Dino Frescobaldi e in Gianni Alfani tro-
vammo qualche nota di dolore; ma quello che
in essi era, se così possiamo dire, embrionale,
appena accennato, appena schizzato, acquista ora
un pieno organismo, diventa un quadro dalle
grandi proporzioni e dal disegno finito. Leggendo
alcuni versi del Pistoiese noi ci scordiamo, quasi,
di essere appena sul finire del secolo xiii, e ci
sentiamo invece trasportati al secolo delle più
delicate analisi interiori, dei più ardui raffina-
menti dell'arte, intenti a rappresentare le con-
dizioni dello spirito : ci balenano dinanzi certe
grandi figure di poeti moderni, e domandiamo,
meravigliati, a noi stessi la spiegazione di un
120 CAPITOLO VI — GINO DA PISTOIA
tale fenomeno. E questa non è poi troppo diffi-
cile a darsi; ma qui non n' è il luogo. Quando
saremo giunti al fermine del nuovo periodo let-
terario che ora si apre; quando avremo studiati
i grandi prodotti dell'arte italiana nel xiv se-
colo, allora potremo guardare indietro e spiegarci
il perchè di quella mirabile fioritura, di quello
svolgimento rapido, vertiginoso, di quell' erom-
pere improvviso di opere così artisticamente ri-
flesse dalle viscere di una letteratura, nell'appa-
renza, incipiente. Per ora seguitiamo la nostra
analisi, lenta e faticosa, ma non priva di geniali
attrattive.
Gino è pittore sovrano del dramma psicolo-
gico che si svolge dentro di lui. L'amore non
corrisposto, tèma vecchio e monotono cosi uni-
formemente trattato, prende in lui novità, diventa
lamento vero, espressione di dolore sentito:
Oimè lasso, or sonvi tanto a noia
Che mi sdegnate si come inimico
Sol perch' io v' amo ?
Morrò, da che vi piace pur ch'io moia.
Che la speranza, per cui mi nutrico
Mi torna in disperanza
Di tutto ciò ch'io mi pasceva in pace
E davami l'amor dolce conforto,
Mi torna or guerra
L'avere sperato nelle gioie dell'amore e il
non sentirne che le amarezze è fortemente espresso
in questi versi:
LA POESIA DEL DOLORE 121
Credea che quando tu uscissi
Da sì begli occhi, portassi dolci ore,
Non già che fossi amaro e fier signore,
Né che 'n guisa cotal tu mi tradissi,
Che son sollazzo de lo mio dolore
Le lagrime che piovon da lo core.^
Le strazianti titubanze del cuore, il desiderio
e il terrore insieme della morte non sono finzioni
poetiche, ma terribile realtà:
.Giusto dolore a la morte m'invita.
Ch'io veggio, a mio rispetto, ogni uom giulivo
Ma non so che mi far della finita.
Ch'ai morir volentier già non arrivo;
Così 'n questo dolor, misero, vivo,
la fra '1 grave tormento di mia vita.
0 lasso me sopra ciascun doglioso!
Se gli occhi miei non cadessero stanchi,
Mai non avrei di lacrimar riposo.
Gino nel dipingere il proprio dolore è inesau-
ribile e svariatissimo, e dipinge con colori di me-
ravigliosa vivezza. Guardatelo :
Ei sen va sbigottito , in un colore
Che '1 fa parere una persona morta.
Con tanta pena che negli occhi porta
Che di levarli già non ha valore.
E quando alcun pietosamente il mira.
Il cor di pianger tutto li si strugge,
E l'alma se ne duol sì che ne stride.'^
1 Son. Sema tornienti di sospir non vissi.
^ Son. Non v' accorgete voi d'un che si muore.
122 CAPITOLO VI — GINO DA PISTOIA
Altrove lo vediamo stringersi il cuor colla mano :
pensoso voe
Tenendomi la man presso lo core,
Ch'io sento in quella parte tal dolore,
Che spesse volte dico: ora morroe.^
E il dolore cresce, cresce tanto da diventare
cosa cara allo sventurato che soffre, cresce fino
al punto da essere desiderato con voluttà cru-
dele, fino al punto che il patire è una gioia, e
che i nuovi patimenti sono invocati. Questo stato
dello spirito, espresso già fuggevolmente nel verso:
Parvemi 'n quel dolor gioia sentire, ^
è poi sviluppato largamente in questo sonetto
stupendo :
Dante, io ho preso l'abito di doglia,
E innanzi altrui di lacrimar non curo,
Che '1 vel tinto ch'io vidi e '1 drappo scuro
D'ogni allegrezza e d'ogni ben mi spoglia;
E lo cor m'arde in disiosa voglia
Di pur doler, mentre che 'n vita duro.
Facto di quel che docta ogni uom, sicuro
Che di ciascun dolor in me s'accoglia.
Dolente vo pascendomi sospiri,
Quanto posso "nforzando mi' lamento,
Per quella che si duol ne' miei disiri.
E però, se tu sai novo tormento,
Mandalo al disioso de' martiri,
Che fìe albergato di coral talento.
' Son. Signor, io son colui che vidi Amore.
2 Canz. Io non posso celar il mio dolore.
LA POESIA DEL DOLORE 123
L'analisi di un tale sentimento proprio dei do-
lori pili cupi e più intensi, di quei dolori che non
danno tregua né riposo, che si pascono di loro
stessi e diventano vita che si rinnovella nella
perpetua agonia, l'analisi di un tale sentimento
in un poeta del secolo xiii è cosa che fa stupire.
Nulla di convenzionale in questi versi, nulla che
ricordi una scuola qualunque : ma l' uomo, 1' uomo
solo in cospetto del proprio dolore, che si pasce
di esso, e dal sentirlo più vivo e acre e profondo
trae l'unico suo conforto. Non indaghiamo chi
sia la persona cara, pianta con queste lacrime
veramente divine. Diciamo solo che poche donne
ebbero un tributo di cosi grande dolore sul loro
sepolcro : e diciamo ancora che male si concilie-
rebbe questo realismo colla pittura dell' essere
aereo che abbiamo studiato. Qui tutto è vero,
tutto è intimo e originale: là non sono che pe-
nembre, che sfumature, che trasparenze; qui la
realtà psicologica erompe in tutta la sua terri-
bile evidenza; là non ci sono che i contorni di un
corpo, che le ali di un cherubino. Una donna
rappresentata in quella forma, mentre vive, può
esser pianta così dopo morte?
Del resto, il sonetto a Dante, testé citato,
non è ancora la più alta espressione del dolore
di Gino. Non si crederebbe, e pure è così. Egli
sale ancora, egli ritrae con poderosa parola un
altro stato dell' animo suo : dall' agognare i pa-
timenti, dal sentire la gioia del dolore, passa ad
124 CAPITOLO VI — GINO DA PISTOIA
odiare; ad odiar tutto, il mondo, gli uomini, la
bellezza, T amore: ai miti e pietosi occhi del
poeta danno allegrezza le cose più orrende: egli
si sente diventato crudele, e sogna il male con
ebrezza feroce; vorrebbe vedere il mondo allagato
di pianto, perchè è allagata di pianto l'anima sua:
Tatto cir altrui aggrada a me disgrada,
Et èmmi a noia e 'n dispiacere il mondo.
Or dunque che ti piace? l' ti rispondo:
Quando 1' un l' altro ispessamente agghiada.
E piacemi veder colpo di spada
Altrui nel viso, e nave andare a fondo;
E piacerebbemi un Neron secondo,
E ch'ogni bella donna fosse lada.
Molto mi spiace allegrezza e sollazzo,
E sol malinconia ra' aggrada forte ,
E tutto dì vorrei seguire un pazzo;
E far mi piacerla di pianto corte,
E tutti quelli ammazzar eh' io ammazzo
Nel fier pensier, là dove io trovo morte.
Il ritrarre cosi nudamente, in tutta la sua
spaventosa realtà questo stato dello spirito; il
vestire di poesia questa disperazione, ci prova
da un lato la verità e la profondità del dolore
del poeta, e ci mostra dall'altro quanto grande
fosse la sua potenza artistica, la sua facoltà di
cogliere certi momenti psicologici che sono già
per sé stessi una grande poesia. Se il sonetto del
Pistoiese fosse stato scritto nelF epoca nostra, nel-
r epoca dello Shelley e del Leopardi, sarebbe già
LA POESIA DEL POLORE 125
bellissimo. Ma l'averlo pensato sei secoli fa, ma
r avere osato allora sconfinare cosi da ogni con-
venzione letteraria, è cosa affatto stupefacente.
Ed al sonetto della disperazione fanno cornice
altre poesie: quella, dove Gino maledice d'esser
nato:
0 giorno di tristizia e pien di danno,
Ora e punto reo che nato fui;
e quella, dove maledice il proprio amore e la sua
stessa poesia, le sue dolci rime che pure dove-
rono essergli tanto care:
Io maledico il di eh' io veddi prima
La luce de' vostri occhi traditori ,
E '1 punto che veniste 'n su la cima
Del core, a trarne l'anima di fuori;
E maledico l'amorosa lima,
Ch' à pulito i miei detti , e' bei colori
Ch'i' ho per voi trovati e messi in rima,
Per far che '1 mondo mai sempre v' onori;
E maledico la mia mente dura,
Che ferma è di tener quel che m'uccide,
^ Cioè la bella e rea vostra figura ....
Tanto è il dolore che ange il suo spirito,
eh' egli chiede d' essere ucciso :
io son di morte visibil figura.
Sì che ad ogn'uom paura
Dovria far l'ombra mia.
Che ben faria mercè chi m'uccidesse; i
* Ball. Com' in quegli occhi gentili e 'n quel viso.
126 CAPITOLO VI — GINO DA PISTOIA
e invoca la morte con calde, con affannose pa-
role :
Da parte di pietà prego ciascuno
Che la mia pena e lo mio torment' aude ,
C?ie preghi Dio che mi faccia finire ;i
ed alla morte grida:
Deh vieni a me, che mi se' sì piacente ;2
deh vieni, che mi sembri cosa dolce e desidera-
bile:
.... tu mi par dolce e piana.3
In quale altro poeta del secolo xiii potremmo
noi ritrovare una così elevata poesia del dolore?
Ma il dolore di Gino sgorgava forse tutto dalle
sue piaghe d'amore? 0 altre, e forse più solenni
ragioni di pianto, ebbe il suo nobile cuore?
Gino da Pistoia, oltre essere un poeta, fu
ancora un celebre giureconsulto ed un uomo po-
litico. Di queste sue qualità'^ noi però non dob-
biamo occuparci, se non in quanto possono inte-
ressare la sua lirica. Involto nelle grandi sventure!'
della sua patria, egli, esule volontario o forzato, ^
andò vagando qua e là per l'Italia.*^ Ed è pro-
' Canz. S' io smagato sono et infralito.
2 Canz. Si m' ha conquiso la selvaggia gente.
3 Son. Questa leggiadra donna ched io sento.
* Ved. intorno a ciò l'eccellente studio del Cuiappelli, op. cit.»
pag. 107 segg.; e T articolo Cj«o da Pistoja Giurista di C. Witte.
5 Cfr. Chiappelli, op. cit., 59; Ciampi, op. cit., 50.
e Ci sembra un poco strano che il Wegele, fondandosi semplice-
LA POESIA DEL DOLORE 127
babile che prima di partire rivolgesse a Cecco
d'Ascoli quel sonetto, dal quale a noi sembra
che spiri una fiera ambascia: l'ambascia di ve-
dere straziata la sua nativa città, e di non sapere
dove rivolgere il piede :
Cecco, io ti prego per virtù di quella,
Ch' è della mente tua pennello e guida.
Che tu scorra per me di stella in stella
Ne l'alto Ciel, seguendo la più fida;
E di' chi m'assecura, e chi mi sfida,
E qual per me è laida, e qual bella;
Perchè rimedio la mia vita grida,
E so da tal giudizio non s'appella;
E se m' è buon di gire a quella pietra,
Dov' è fondato il gran tempio di Giove ,
0 star lungo '1 bel Fiore, o gire altrove;
0 se cessar de' la tempesta tetra
Che sopra '1 genital mio terren piove;
Dimmelo, o Tolomeo, che '1 vero trove.
Io non vorrei certo asserire che a questo pe-
riodo precisamente appartenesse il sonetto : Dante,
io non odo in quale albergo suoni: ma ciò, come
una mera probabilità, sarei indotto ad ammettere.
Dante scrive a Gino quello sconsolato sonetto:
mente sul sonetto: Cercando di trovar lumera in oro, supponga che
Gino sia andato a Mulazzo alla Corte dei Maiaspina, e che là si sia
incontrato con Dante. Del pari non sappiamo com'egli possa con tanta
sicurezza affermare che Gino andò in Francia. Egli cita il Ciampi, ma
il Ciampi va spesso accettato con benefizio d'inventario. Ved. Dante
Alighieri's Leben und Werhe, Jena, 1879, pag. 189, 190.
128 CAPITOLO VI — GINO DA PISTOIA
Poich' io non trovo chi meco ragioni
Del signor, cui serviamo e voi ed io,
Convienmi soddisfare il gran desìo
Ch' i' ho di dire i pensamenti boni.
Nuir altra cosa appo voi m' accagioni
Dello lungo e noioso tacer mio,
Se non il loco ov' io son , eh' è sì rio
Che '1 ben non trova chi albergo gli doni.
Donna non e' è che Amor le venga al volto,
Né uomo ancora che per lui sospiri ;
E chi '1 facesse saria detto stolto.
Ahi messer Gino , com' è il tempo vòlto
A danno nostro e delli nostri diri,
Da poi che '1 ben ci è sì poco ricolto !
Ma la risposta del Pistoiese è pii^i larga: egli
non si lamenta solo che a nessuna donna ormai
venga al volto Amore; il suo sembra un lamento
di male universale e senza riparo:
Dante, io non odo in quale albergo suoni
Il ben che da ciascun messo è in oblio;
E si gran tempo è che di qua fuggìo.
Che del contrario son nati li tuoni :
E, per le variate condizioni,
Chi '1 ben facesse non risponde al fio:
Il ben sai tu che predicava Dio,
E non tacea nel regno de' demoni.
Dunque, s'al bene ogni reame è tolto
Nel mondo, in ogni parte ove tu giri,
Vuomi tu fare ancor di piacer molto?
Diletto fratel mio di pene involto,
Mercè per quella donna che tu miri:
Di dir non star, se di fé non sei sciolto.
LA POESIA DEL DOLORE 129
Chi sa nei duri passi dell' esilio quante fiere
memorie gli torturavano il cuore ! Chi sa quante
volte egli ritornava col pensiero alla sua cara
città, agli sventurati compagni della sua parte,
allora, al pari di lui, dispersi, raminghi, alcuni
in cerca di pane, altri di vendetta! Noi possiamo
quasi sorprenderlo, mentre guarda estatico i bian-
chi fiori, onde si smalta il prato a primavera,
cogh occhi umidi di pianto, che cercano di là
dagli Appennini la sua diletta Pistoia e una im-
magine cara di donna:
Io guardo per li prati ogni fior bianco
Per rimembranza di quel che mi face
Sì vago di sospir ch'io ne chieggo anco;
E mi rimembra della bianca parte
Che fa col verdebrun la bella taglia,
La qual restio Amore
Nel tempo che. guardando Vener Marte,
Con quella sua saetta che più taglia
Mi die per mezzo il core :
E quando l'aura move il bianco fiore,
Rimembro de' begli occhi il dolce bianco,
Per cui lo mio desir mai non fu stanco.
?^ Se noi poniamo questi versi accanto a queUi,
dov' è un così vivo , un cosi caldo grido alla sua
terra nativa.
Deh quando rivedrò '1 dolce paese
Di Toscana gentile,
Dove '1 bel fior si veste d'ogni mese;
BiBTOLi. — St. della Letterat. Ital. — Voi. IV. 9
130 CAPITOLO TI — GINO DA PISTOIA
tosto sentiamo tutto il dolore che dovè premere
sull'anima di Gino per la lontananza dalla patria;
e da ciò possiamo esser fatti certi che quel grande
e solenne strazio che si rivela in tante delle suo
poesie, è lo strazio non solamente dell' uomo in-
namorato, ma del cittadino, anzi del cittadino
soprattutto. E ne abbiamo una prova: una stu-
penda prova, nella canzone per la morte di Ar-
rigo VII,^ nella quale egli comincia dal pregare
Dio che lo faccia morire, poiché è morto colui,
nel quale la virtù dimorava come in suo proprio
luoffo :
'&'
Da poi che la natura ha fine posto
Al viver di colui, in cui virtute,
Com' in suo proprio loco dimorava,
Io prego lei, che '1 mio finir sia tosto,
Poiché vedovo son d'ogni salute,
Che morto è quel, per cui allegro andava,
E la cui fama '1 mondo illuminava,
In ogni parte, del suo dolce nome:
Riaverassi mai? non veggio come.
Ma che dico io ch'egli è morto?
lasso ! che ho io detto ?
Noi siamo morti, noi che avevamo in lui messe
tutte le nostre speranze:
' Due sono le canzoni in morte di Arrigo VII, quella che co-
mincia: L' alta virtù che si ritrasse al cielo; e l'altra: Da poiché
la natura ha fine posto. Una terza glie ne vorrebbe attribuire il
LA POESIA DEL DOLORE 131
Ma quei son morti, i quai vivono ancora,
Che avean tutta lor fede in lui fermata
Con ogni amor sì come in cosa degna;
E malvagia fortuna in subit' ora
Ogni allegrezza nel cor ci ha tagliata:
Però ciascun come smarrito regna ....
È veramente il pianto di tutta Italia che ac-
compagna al suo sepolcro questo sperato libera-
tore. E la chiusa della canzone è una pioggia di
lacrime :
Canzon, piena d'affanni e di sospiri,
Nata di pianto e di molto dolore,
Movi piangendo, e va' disconsolata ;
E guarda che persona non ti miri
Che non fosse fedele a quel signore
Che tanta gente vedova ha lasciata:
Tu te n'andrai così chiusa e celata
Là dove troverai gente penosa
Della singular morte dolorosa.
Noi sentiamo in questi versi espresso tutto
r uomo politico : il fiero sostenitore dei diritti
dell'Impero contro la Chiesa; il cittadino che
vede perduta la sua più cara e piiì santa spe-
ranza, che finalmente sia posto mano all'incar-
nazione di quel concetto civile ch'egli vagheg-
giava, e dal quale ripromettevasi la salute e la
gloria d'Italia. Nella grande lotta tra l'Impero
D'Ancona (La Politica nella poesia ecc., p. 43), ma bisognerebbe
che almeno qualche codice portasse il nome di Gino.
132 CAPITOLO VI — CIXO DA PISTOIA
e il Papato, Gino, come tutti i grandi Italiani,
fu per l'Impero; volle la separazione dei due
poteri; e insegnò e proclamò che era da riget-
tarsi quella supremazia, che il Papato, sempre
usurpatore, si era appropriata, e che faceva di-
fendere dai suoi canonisti. Egli di fronte all' au-
torità religiosa spiegò un'intera indipendenza, ed
è un fatto della piìi alta importanza il notare che
per lui il sole e la luna servono bensì a rappre-
sentare il Papato e T Impero, come servirono a
tanti altri scrittori del Medioevo; ma in modo
affatto opposto. Per tutti, com' è ben noto, il
Papato è il sole, e l'Impco è la luna: per Gino
invece è il rovescio : il sole per lui simboleggia
l'autorità secolare; la luna, l'autorità spirituale,^
e con ciò egli viene a porre l' Impero al di sopra
della Ghiesa. Forse, com'è stato notato, si rife-
risce a ciò l'oscuro sonetto: 0 voi che siete voce
nel deserto, dove pare che Gino esprima il pro-
prio dolore vedendo la luna, cioè il Papato, farsi
sempre maggiore, a danno della potestà civile.
Da tutto questo viene, ci sembra, ad essere
chiaro quale altissimo luogo occupi Gino dei Sini-
buldi nella storia dell' arte e del pensiero italiano
della fine del secolo xiii; e noi intendiamo bene
il perchè Dante chiami sé stesso amico di lui, e
lo ponga accanto a sé tra coloro che più dolce-
mente e più sottilmente scrissero poesie nel nuovo
* Ved. Chiappelli, op. cit., 135.
LA POESIA DEL DOLORE 133
volgare : « qui dulcins subtiliusque poetati vulga-
riter sunt, ii familiares et domestici sui simt; piita
Cinus pistoriensis et amicus ejiis ». ^
' De vulg. eloquio, I, 10.
135
CAPITOLO VII
GUIDO CAVALCANTI
Le rime del Cavalcanti si possono dividere in
due principali categorie : la prima è composta di
quelle che sono frutto del suo ingegno dialettico;
la seconda di quelle che uscirono dal suo spirito
poetico. Il Cavalcanti si ricollega molto da vicino
al Guinicelli. Tanto per T uno quanto per l' altro
la scienza diventa poesia, la rigidezza scolastica
tenta di vestirsi di forme artistiche. Chi paragoni
tra loro, per esempio, le due canzoni del Gui-
nicelli: Con gran desio pensando lungamente, e:
Al cor gentil ripara sempre amore con quella
del Cavalcanti: Donna mi prega ^ perdi' io voglio
dire, trova che procedono da uno stesso concetto,
che mirano allo scopo medesimo, che si servono
degli stessi mezzi. La riforma iniziata dal Guini-
celli prosegue coi rimatori toscani. La dottrina
d'amore è messa in rima da Lapo Gianni, dal
Frescobaldi, dall'Orlandi e dal Cavalcanti; que-
st' ultimo sembra nella famosa canzone riassumere
136 CAPITOLO VII
tutto quell'insieme di teorie che costituivano quasi
la scienza della natura d'amore. Né questa inda-
gine, che reca meraviglia a noi uomini del se-
colo XIX, era tale che non possiamo facilmente
intendere perchè fosse fatta nella seconda metà
del secolo xiii. Erano quelli appunto i tempi nei
quali la filosofìa e la teologia, amalgamate in-
sieme, si affaticavano nelle sottili ed inani ri-
cerche della natura di tutte le cose. Basta dare
uno sguardo ai volumi di Alberto Magno e di
Tommaso d' Aquino per intendere da quale feb-
brile passione fossero invase le menti per pene-
trare nell' essenza di Dio, degli angeli, dell'anima
umana, degli elementi, dei corpi, di tutto in-
somma, argomentando, distinguendo, sottilizzan-
do. A questo ambiente intellettuale non potevano,
naturalmente, sottrarsi i poeti; ed essi, quindi,
scelsero un campo adattato alla loro qualità, e
dissertarono sulla natura d'amore, tenendosi vi-
cini, quanto piiì potessero, ai metodi della scuola
filosofica predominante. E naturale che questo
nuovo contenuto poetico fosse di natura sua ari-
stocratico ; cioè fosse rivolto esclusivamente a
pochi , a quei pochi dotti che potevano intenderlo
e pregiarne l' importanza. Lo dice espressamente
il Cavalcanti:
conoscente chero,
Perch'io non spero ch'om di basso core
A tal ragione porti canoscenza.^
' Canz. Donna mi prega, perdi io voglio dire.
GUIDO CAVALCANTI 137
Quello poi che egli si propone è di mostrare
dove Amore posa, chi lo fa creare, quale sia la
sua virtù, impotenza, V essenza, ciascun ìiioviìuento,
e il piacimento che lo fa dire Amore.
Sarebbe cosa superflua per noi l'analizzare
questa canzone, dove il rimatore fa mostra delle
pili astruse teorie sulF intelletto possibile e su
tutti gli altri ingredienti della metafisica del suo
tempo. ^ A noi basta lo stabilire che il Cavalcanti
seguita la scuola della poesia dottrinale, portan-
dola anzi ad un grado più alto di quello che non
avessero fatto i suoi predecessori. È questa, come
già sappiamo, una delle tendenze della nuova
scuola lirica. Ma è, affrettiamoci a dirlo, la ten-
denza più difettosa. La canzone del Cavalcanti
può essere sembrata bella e profonda ai suoi con-
temporanei, ed anche ai neo-platonici del secolo xv.
A noi, che giudichiamo con criterii affatto diversi,
a noi che vogliamo T arte rappresentatrice di una
verità interiore od esteriore, quella canzone sem-
bra una stranezza ed un controsenso. Essa non ha
che un valore solo : quello di documento storico
per attestarci quale fosse lo stato delle menti
sullo scorcio del secolo xin, e come s' inten-
desse l'amore, travolto da sentimento a concetto,
1 Non ci pare che dica male il Foscolo quando scrive: « L'amore
cantato dai nostri antichi era una passione lambiccata dalla castità
del Cristianesimo, dalla domestica severità dei costumi, dalla magna-
nimità cavalleresca, dalle formole d'Aristotele .... Da quegli ele-
menti derivava quell'amore poetico, dissimile in tutto dal nostro».
Saggi di Critica, I, 322.
138 CAPITOLO VII
e chiamato anch' esso a far parte di quella pseudo-
scienza teologico-filosofica, nella quale si impa-
ludava il pensiero umano.* Se il Cavalcanti non
avesse scritta che la sola canzone Donna miprega^
la storia letteraria si sbrigherebbe di lui con poche
parole. Ma, invece, egli occupa con altre rime
un luogo molto notabile nello svolgimento del-
l' arte.
Abbiamo veduto come i poeti del nuovo stile
rappresentassero la donna. Questa stessa rappre-
sentazione ci è data da Guido. Anch'essa, la donna
cantata da lui, ha qualità sovrumane, come le
donne di Lapo, di Dino e di Gino:
Di questa donna non si può contare,
Che di tante bellezze adorna vene,
Che mente di quaggiù nolla sostene,^
Essa porta negli occhi una gentile virtii d'amore,
e risplende in forma inusitata:
1 Non esiste nessuna relazione tra questa riflessione filosofica sul-
l'amore e la psicologia dell'amore come sentimento. Sono due cose af-
fatto distinte, anzi in opposizione tra loro. Notiamo questo alludendo
a ciò che scrive in proposito il signor prof Tullio Ronconi nel suo
articolo L' amore in Bernaì'do di Ventadorn e in Guido Cavalcanti,
inserito nel Propugnatore, anno XIV, disp. i.
2 Canz. Io non pensava che lo cor giammai. — Seguo sempre
la lezione del testo dato dal mio caro scolare prof Arnone (Le Rime
di Guido Cavalcanti, Firenze, Sansoni, 1881, terzo volume della
Raccolta di opere inedite o rare di ogni secolo della Letteratura
i^a/za^a). Solamente ammoderno l'ortografia, che l'Arnone ha ripro-
dotta esattamente come sta nel codice, e correggo qualche errore
sfuggitogli. — Del pari mi rimetto al libro citato per le questioni in-
torno alle rime autentiche ed apocrife del Cavalcanti. Fino a nuove
scoperte, mi pare che il lavoro dell' Arnone intorno a ciò sia defi-
nitivo.
GUIDO CAVALCANTI 139
Io veggio che negli occhi suoi risplende
Una vertù d' amor tanto gentile
Ch'ogni dolce piacer vi si comprende
E move a loro un'anima sottile,
Respecto de la quale ogn' altra è vile,
E non si po' di lei giudicar fore
Altro che dir : quest' è novo splendore.^
Anche il Cavalcanti paragona agli angeli la sua
donna :
Angelica sembianza
In voi, donna, riposa;
e la chiama: angelica creatura] e dice che oltre-
passa la natura umana:
Oltra natura umana
Vostra fina piagenza
Fece Dio per essenza
Che voi foste sovrana.^
La contemplazione della bellezza è in Guido
larga ed appassionata:
Avete 'n vo' li fiori e la verdura,
E ciò che luce od è bello a vedere;
Risplende più che sol vostra figura,
Chi vo' non vede ma' non po' valere.
In questo mondo non à creatura
Sì prena di bieltà né di piacere,
E chi d'amor si teme, lu' assicura
Vostro bel viso e non può più tenere.^
* Ball. Posso degli occhi miei novella dire. — La correzione del-
l'ultimo verso della stanza è evidente, e TArnone avrebbe dovuto
introdurla nel testo, seguendo i codd. ch'egli cita (pag. 26-27).
- Ball. Fresca rosa novella.
3 Cosi avrebbe dovuto stampare nel testo quest'ultimo verso il
prof. Arnòne.
140 CAPITOLO VII
Nel rappresentare la donna il poeta si innalza
ad una forma fosforescente, sembra che i suoi
versi si riscaldino e si illuminino di quella luce
che esce di lei:
Chi è questa che ven, ch'ogn'om la mira,
E fa trerear di claritate l'are,
E mena seco amor, sì che parlare
Om' non può, ma ciascun ne sospira?
Per lui essa oltrepassa di bellezza tutte le
cose; non c'è altra donna che possa essere a lei
paragonata; non c'è spettacolo della natura che
tanto lo attragga quanto quella forma vagheg-
giata in un' estasi, in un rapimento di tutti i sensi:
Biltà di donna e di saccente core,
E cavalier armati che sien genti.
Cantar d'augelli et ragionar d'amore,
Adorni legn' in mar forte correnti,
Aria serena quand'apar l'albore,
E bianca neve scender senza venti.
Rivera d'acqua e prato d'ogni fiore.
Oro, argento, azurro 'n ornamenti,
Ciò passa la beltate e la valenza
De la mia donna
L'immagine che ci balena qui davanti agli
occhi in questi versi del Cavalcanti, non è, ripe-
tiamolo ancora, diversa da quella che già vedem-
mo dipinta dagli altri poeti del nuovo stile. E la
stessa creatura impalpabile, circonfusa di luce,
che tremola, come una stella, in un fondo azzurro,
e sparge intorno a sé la meraviglia e il terrore.
GUIDO CAVALCANTI 141
E come uguale la donna, così è uguale F in-
namorato poeta. Il dolore è la nota fondamentale
del suo canto:
Davante agli occhi miei veggio lo core
E l'anima dolente che s'ancide,
Che mor d' un colpo che li diede amore ,
Ed in quel punto che Madonna vide
Lagrime scendon de la mente mia ^
Sì tosto come questa donna sente - . . . .
L' anima mia dolente e paurosa
Piange ne'sospii" che nel cor trova,
Sicché bagnati di pianti escon fora.
Allora par che nella mente piova
Una figura di donna pensosa
Che vegna per veder morir lo core. ^
L' amante non osa guardare in volto la dea,
perchè se la guardasse morrebbe. Ella anzi non
può immaginare che uomo mortale ardisca di
ammirarla :
ella si vede
Tanto gentil che non po' 'maginare
Ch' om' d'esto mondo l'ardisca amirare,
Che non convegna lui tremare impria;
Ed i', s'i' la sguardasse, ne morria. "*
Ed egli al cospetto di lei sente morirsi shigot-
Utamente, ^ ed invoca con calde parole la morte:
1 Così deve leggersi questo verso.
2 Ball, r prego voi che di dolor parlate.
3 Son. S'io prego questa donna che pietate.
^ Ball. Gli occhi di quella gentil forosetta.
5 Canz. lo non pensava che lo cor giammai.
142 CAPITOLO VII
Morte gentil, rimedio de' cattivi,
Merzé, merzé, a man giunte ti chieggio,
Viemmi a vedere e prendimi
Chi è questa donna, alla quale si, volgono le
parole del Cavalcanti? La domanda è anche qui
senza risposta possibile. Varie donne ci compari-
scono nelle poesie di Guido e in quelle a lui di-
rette. Abbiamo quella Giovanna o Primavera, che,
come dice Dante, «fu già molto donna» di lui, ^
e che par ricordata nella ballata:
Fresca rosa novella
Piacente Primavera. ^
C'è la forosetta a cui il poeta fa prima le sue
confidenze amorose, nella ballata:
Era in pensier d'amor quand' i' trovai
Due foresette nove;
e che poi sembra averlo essa stessa infiammato
d' amore :
Gli occhi di quella gentil foresetta
Hanno distrutta si la mente mia,
Ch' altro non chiama che le' né desia.
Ella mi fere sì quando la sguardo,
Ch' i' sento lo sospir tremar nel core
Questa foresetta è o non è quella medesima che
altrove è chiamata ^pastorella? Noi crediamo, ve-
1 Vita Nuova, § xxiv. Dante la nomina, oltreché nel sonetto della
Vita Nuova: lami sentii pigliar dentro a lo core, anche nell'altro:
Guido, vorrei che tu e Lapo ed io.
2 Son. Dante, un sospiro messagger del core.
i
GUIDO CAVALCANTI* 143
raniente, di no, perchè l'intonazione delle due
ballate: Gli occhi di quella gentil f or esetta, q In
un hoschetto trovai 'pastorella ci sembra comple-
tamente diversa,
E la Pinella sarebbe la pastorella o la foro-
setta? 0 non sarebbe né l'una né l'altra? Alla
identità tra la Pinella e la forosetta potrebbe far
credere il sonetto di Bernardo da Bologna:'
A quella amorosetta foresella
Passò sì '1 core la vostra salute,
Che sfigurio di sue belle parute:
DoncF i' la domanda': perchè, Pinella?
Udistu mai di quel Guido novella?
Si, feci, ta' eh' appena l'ho credute.
Che s' allegar '- le mortai feruta
D' amor
Ma, e che senso ha poi questa terzina di Guido?:
Mando a la Pinella un grande fiume
Pieno di lammie, servito da schiave
Belle e adorne di gentil costume ^
Abbiamo anche una giovane da Pisa, come
si rileva dal sonetto dell' Alfani, già indietro ci-
tato.^ Abbiamo poi la Mandetta, la giovane donna
di Tolosa:
^ Ediz. Arnone, pag. 83.
2 Credo che debba leggersi allargaron, come ha il codice Ric-
cardiano 2846.
^ Nel sonetto di risposta a quello di Bernardo da Bologna : Cia-
scuna fresca e dolce fontanella.
< Pag. 39.
144 * CAPITOLO VII
E mi ricorda che 'n Tolosa
Donna m'apparve accordellata istretta, ^
La quale Amor chiamava la Mandetta :
Giunse sì presta e forte
Che 'n fin dentro a la morte
Mi colpir gli occhi suoi.-
Si noti però: quando il poeta nella chiesa della
Dorada a Tolosa s'innamorò della Mandetta, era
già innamorato d'un' altra. Ne abbiamo una chiara
ed esplicita confessione:
Una giovane donna di Tolosa,
Bella e gentil, d'onesta leggiadria,
Tant'è diritta e simigliante cosa,
Ne' suoi dolci occhi, de la donna mia,
Ch' è fatta dentro al cor disiderosa
L'anima in guisa, che da lui si svia,^
E vanne a lei; ma tant'è paurosa
Che non le dice di qual donna sia.
Quella la mira nel su' dolce sguardo,
Ne lo qual face rallegrare amore.
Perchè v' è dentro la sua donna dritta.
Po' torna piena di sospir nel core.
Ferita a morte d' un tagliente dardo
Che questa donna nel partir li gitta.
' Che vuol dire? È possibile che qui il Cavalcanti ci descriva
com'era vestita la sua donna? A noi piacerebbe assai di leggere:
Donna m'apparve a ccor del lato {stretta, almeno finché non si
trovino dell' accordellata o accorellata esempi che ne spieghino meglio
il significato, finora oscuro o non appropriabile a questo verso.
* Ball. Era in pensier d' amor quand' io trovai.
3 L'Arnone non dà nessuna variante a questo verso. Le antiche
edizioni hanno: .da lei si svia.
GUIDO CAVALCANTI 145
Ed abbiamo, finalmente, anche una monna
Lagia. ^ Qualcheduno ha detto che ella fosse
l'amante di Lapo Gianni, ma io non trovo su
che cosa possa appoggiarsi questa atfermazione. -
Bisogna esaminare con attenzione il sonetto del
Cavalcanti :
Amore e monna Lagia, e Guido ed io
Possiamo ringraziare un ser costui,
Che 'nd à partiti, sapete da cui?
Noi vo contar, per averlo in oblio,
Poi questi tre più no v'ànno disio,
Ch'eran serventi di tal guisa in lui,
Che veramente più di lor non fui,
Imaginando eh' ella fosse iddio.
Sia ringraziato Amor che se n' accorse
Primeramente, poi la donna saggia
Che 'n quel punto li ritolse il core,
E Guido ancor, che n'è del tutto fore:
Ed io ancor, che 'n sua vertute caggia.
Se poi mi piacque, noi si crede forse.
Ecco come io interpetro questo oscuro sonetto.
Il poeta si rivolge ad Amore e alla donna, e dice
loro: Guido ed io possiamo ringraziare un certo
1 Questo nome di Lagia fu già nel secolo xiii di una figliuola di
Guido Compagni, fratello di Dino. Ved. Del Lungo, op. cit., I, ii.
Documenti, pag. vi.
2 Sarebbe forse perchè il Cicciaporci {Rime di Gtcido Cai-alcanti,
Firenze, 1813) riportando in nota (pag. 114) il sonetto di Dante: Guido,
vorrei che tu e Lapo ed io, dà una variante di un codice, che in-
vece di Monna Bice ha Monna Lagia ? Ma è chiaro che in questo
sonetto l'amante di Lapo era quella eh' é sul numero del trenta,
poiché Bice «in alcuno altro numero non sofferse stare, se non
in sul nono.» {Vita Nuova, vi).
BinTOu. - St. della Letterat. Ital. — Voi. IT. 10
146 CAPITOLO VII
tale {un ser costui) che ne ha allontanati, sapete
voi da chi ? Non voglio dirlo perchè V ho dimen-
ticato, dal momento che questi tre (Guido, il
poeta e il ser costui) non pensano più a quella
persona, essi che le erano di tal guisa serventi;
che, veramente, io non fui da più di loro, non
seppi più di loro resistere all'amore di quella
persona, imaginando eh' ella ^ fosse iddio. Di ciò
io ringrazio, mi congratulo con Amore che fu il
primo ad accorgersi di quel nostro allontanamento;
mi congratulo colla donna, che fu così saggia da
ritogliere il cuore al ser costui, nel punto che
s'accorse che noi ci partivamo da lei; mi con-
gratulo con Guido che è del tutto fuori da quel-
r amore; e mi congratulo anche con me stesso,
sperando che potrò ricader finalmente sulla virtù,
tornare alla virtù.- Se poi dicessi che tutto ciò
mi piacque, mi fece piacere, forse non sarei cre-
duto. Qui, in sostanza, noi avremmo la storia di
una donna, che io suppongo sia monna Lagia,
amata da un Guido (che potrebbe essere l'Or-
landi) e dal Cavalcanti; la quale lasciò l'uno e
l'altro per un terzo. E il poeta, scherzando sul
fatto, mostrerebbe però, nell'ultimo verso, il do-
lore provatone. Di questo amore del Cavalcanti
per Lagia ci pare irrecusabile testimonianza anche
il sonetto : Dante, un sospiro messagger del core,
' Anione doveva stampare sul testo o ella o che Ile'. Ch' elle non
ha senso.
2 Leggo: Che 'n su a virtute.
GUIDO CAVALCANTI 147
dove questo principio appunto con quello che
segue poi,
Ed io mi disvegliai allor temendo
Ched egli fosse in compagnia d'Amore,
esclude affatto il dubbio che il Servitore di monna
Lagia possa essere altri che lui. E le due ter-
zine sono chiarissime:
. . . . i' giunsi Amore eh' affilava i dardi :
Allor lo 1 domandai del su' tormento ,
Et elli mi rispuose in questa guisa:
Di' al servente che la donna è presa,
E tengola per far su' piacimento,
E se noi crede, di' eh' a li occhi guardi. -
Davanti a tutte queste figure di donna, ce ne
sarà una che ispirasse al poeta i versi della sua
alta idealità mistica e quelli del suo profondo
dolore? Non lo sappiamo. In generale si è cre-
duto e detto che Giovanna o Primavera sia quella
a cui sono rivolte le piiì belle e più sentite poesie
del Cavalcanti. Ma questa opinione si fonda tutta
sulle parole di Dante. Ora, dicendo egli che Gio-
vanna ^< f u già molto donna» dell'amico suo, non
viene già a dire che fosse Tunica donna, la
' Lo e non la, come stampa Arnone. Correzione data Jai codici,
ed evidente.
- É strano che tutti quelli, anche recentissimi scrittori, che hanno
parlato del Cavalcanti non hanno trovato nelle sue poesie che tre
donne sole, mentre ce ne sono cinque e forse sei. Anzi sarebbero
sette, se si potesse credere, come non è improbabile, che un dispetto
amoroso gli dettasse il sonetto: Guata, Manetta, quella scrigno-
tuzza.
148 CAPITOLO VII
donna amata più di tutte le altre. Della crono-
logia delle rime di Guido noi non sappiamo nulla. ^
Chi dice, per esempio, a certi critici che quando
il Cavalcanti cantava la donna che fa tremar di
claritate l'aere, dovesse pensare a Giovanna, e
non piuttosto alla Mandetta? Anzi, per quel che
riguarda Giovanna ci sarebbe forse qualche cosa
che potrebbe far supporre non essere stato ispi-
rato da lei quel sentimento di dolore ^e si con-
fonde nei poeti del nuovo stile col sentimento
dell'idealità trascendente, e che costituisce la loro
più elevata caratteristica.
Di Giovanna o Primavera, infatti, il poeta
vuole cantar gaiamente:
Per prata e per rivera
Gaiamente cantando;
desidera che il suo pregio fino
In gio' si rinnovelli,
e invita gli augelli a dire le sue lodi:
E cantine gli augelli
Ciascuno in suo latino
Da sera e da matino
Su li verdi arbuscelli.
• É vero che il signor Gaetano Capasse nel suo opuscolo Le
Rime di Guido Cavalcanti, Pisa, 1879, pag. 20, 21 parla di «poesie
di età più matura », di « poesie che appartengono a questo periodo
della sua vita» , di «poesie posteriori»; ma egli si dimentica di dirci
su quali documenti fondi queste sue divisioni cronologiche. Il criterio
estetico non ha in questo caso nessun valore, come sanno tutti coloro
che hanno studiato i lirici del secolo xni.
GUIDO CAVALCANTI 149
Noi non vogliamo già attribuire a questi versi
più importanza che essi non abbiano ; ma diciamo
solo che anche nelle poesie del Cavalcanti manca
ogni contenuto storico e narrativo; e che quindi
noi siamo autorizzati a credere che le sue rime
cantino un'idealità, simile a quella dei suoi grandi
compagni d'arte. Diciamo, s'intenda bene, idea-
lità e non allegoria. Ed abbiamo indietro spiegato
abbastanza il nostro concetto. L'allegoria esclude
ogni affetto , mentre nei lirici della scuola toscana
c'è affetto vero. ^ Affetto vero, si, ma non però
affetto esclusivo ed assorbente. Non è una donna
unica che abbia legato a sé il poeta, esercitando
sopra di lui quel fascino che esalta lo spirito ed
acceca la ragione. Sono più donne che si con-
cretizzano in un ideale unico, cantato secondo
che imponeva l'ambiente letterario, e secondo che
' Ci ha fatto meraviglia di leggere in un recente opuscolo del
signor Giovanni Fioretto, L'Amore nella vita e nella lirica italiana
dei primi secoli dopo il mille, Padova, 1881, pag. 71, queste pa-
role: «A mano a mano che la passione s'intiepidì, seppur vera pas-
sione provarono i lirici anteriori a Dante, prevalendo le freddure
academiche e le astrattezze della filosofia, massim.amente nella scuola
toscana, le attenzioni già consacrate alla donna si rivolsero all'Amore
e questi s'ebbe le lodi di quella». Passiamo sopra a quel dubbio sulla
vera passione di poeti come Gino e Guido. Ma il dirci che le fred-
dure accademiche prevalsero massimamente nella scuola toscana ci
pare molto strano. È precisamente il contrario. Il signor Fioretto ha
del resto delle idee tutte sue, come dove c'insegna che la donna e
r amore ricaddero « nel brago antico sotto i lazzi del Quattrocento »
(pag. 84). I lazzi del Poliziano e del Magnifico? E come, ancora,
dove ci dice (pag. 55) che Dante ebbe le Stesse « esitanze » e le stesse
«contraddizioni infinite» del Petrarca. Ma bisognava provarlo! E sa-
rebbe stato un capitolo nuovo e interessante di critica dantesca.
150 CAPITOLO VII
poteva l'ingegno dell'uomo: è la bella tolosana
contemplata nella chiesa della Dorada; è la pasto-
rella che inebria Guido d'amore sotfuna freschetta
foglia; è Lagia, è Pinella, è Primavera, insomma
son tutte quelle che ferirono il cuore del tenero r
stizzoso^ filosofo, che mette in rima quegli amori
con lampi di poesia, a cui si frammischiano le sue
astruse speculazioni dialettiche.
Abbiamo già accennato indietro al più famoso
tra i componimenti filosofici del Cavalcanti. Ma
anche in molte altre delle sue poesie apparisce
la tendenza a soffocare le immagini poetiche, le
divine immagini del suo spirito innamorato, sotto
il gravame del medievalismo filosofico. Questa
tendenza arriva anzi qualche volta ad una esa-
gerazione che disgusta, come, per esempio, in
questo sonetto:
Per gli occhi fere, un spirito sottile,
Che fa in la mente spirito destare,
Da qual si move spirito d'amare,
E ogni altro spiritello fa gentile.
Sentir non pò di lu' spirito vile:
Di cotanta virtù spirito appare ;
Questo è lo spiritel che fa tremare
Lo spiritel che fa la donna umile.
Poi da questo spirito si move
Un altro dolce spirito soave.
Che siegue un spiritello di mercede.
1 Villani, vm, 41. Cfr. Boccaccio, Decam., vi, 9; Lorenzo dei
Medici, Epist. al signor Federigo.
GUIDO CAVALCANTI 151
Lo quale spiritel spiriti piove,
Che di ciascuno spirit' ha la chiave,
Per forza d' uno spirito che '1 vede.
Altrove egli dice che
Da ciel si mosse spirito in quel punto
Che quella donna mi degnò guardare,
E vennesi a posar nel mio penserò. ^
E parla del
.... rosso spiritel che apparve al volto : -
e del
.... pauroso spirito d'Amore,
Il qual sol apparir quand'om si more. ^
I sonetti del Cavalcanti " hanno quasi tutti ,
dal più al meno, un colorito filosofico. Essi pro-
vengono in gran parte dallo spirito scientifico
del tempo, che influiva potentemente su Guido.
Però un altro e ben più importante coefficente
della sua arte era lo spirito poetico, onde così
genialmente s'informava l'ingegno di lui. Certo
le reminiscenze della vecchia scuola erano an-
cora vive nel rimatore che compiacevasi nella
personificazione di Amore, così:
Certe mie rime a te mandar vogliendo
Del greve stato che lo me' cor porta.
Amor m' aparve in figura morta,
E disse: non mandar, eh" i' ti rispondo.
1 Son. Io vidi li occhi dove amor si mise.
- Son. Certo non é de lo intellecto accolto.
3 Son. Veder poteste quando vi scontrai.
152 CAPITOLO VII
Ma questa stessa personificazione acquista
qualche cosa di plastico e di elegante sotto la
sua mano, L' anima del poeta sembra immedesi-
marsi col vecchio e trito mezzo rettorico, e riesce
a dare ad un artifizio comune e rancido, novità
inaspettata. C'è ancora 1' esteriorità dell'arte dei
Siculi e dei Toscani del periodo di transizione,
ma il di dentro si è modificato, si è approfondito
di sentimento ed allargato di concetto :
0 donna mia, non vedestu colui
Che 'n su Io core mi tenea la mano,
Quando ti rispondea fiochétto e piano
Per la temenza de li colpi sui ?
Elli fu Amore, che trovando vili
Meco ristette, che venia lontano,
In guisa d' uno arcier presto soriano
Acconcio sol per uccider altrui.
E trasse poi degli occhi soi sospiri,
I qua' mi saettò nel cor sì forte
Ch' i' mi partii sbigottito fuggendo.
Allor m'apparve di sicur la morte
Accompagnata di quelli inartiri
Che soglion consumare altru' piangendo.
Sia pure che si abbia anche qui una perso-
nificazione di Amore. Che importa? Noi non pen-
siamo a ciò leggendo quei versi ; non abbiamo
tempo di fermarci a fare questa riflessione, per-
chè la foga del sentimento ci trascina, perchè
quella mano che gli stringe il cuore è la mano
istessa del. poeta, perchè suol sono quei sospiri,
perchè siamo commossi, appassionati, ammaliati
GUIDO CAVALCANTI 153
da quel dolore che emana dall' anima dell' uomo,
dolore vero e solenne. Sotto il motivo della vec-
chia rettorica sta una realtà che noi sentiamo,
e che ci fa passar sopra a tutto il resto.
Abbiamo poi altri sonetti dove tutto il vec-
chio sparisce affatto, e dove ci si mostra l'ec-
celso poeta del ìiuovo stile, così prossimo a Dante
da confondersi quasi con lui. Tali quei due so-
netti che già avemmo occasione di citare: Chi è
q^uesta che ven eh' ogn om la mira, e Avete 'n
vo' li fiori e la verdura.
Eppure questo non è ancora il genere per
il quale il Cavalcanti più si distingue. La sua
potenza e la sua originalità poetica si palesano
anche più efficacemente nelle ballate. In que-
ste egli riversa tutto sé stesso, ingenuamente e
senza artifizi, ma però con una coscienza del-
l'arte continua e profonda. Egli prende la bal-
lata dal popolo; ^ il fresco e agile canto di dan-
1 Non confutiamo quello che scrive il prof. Ronconi (op. cit.,
pag. 64, 66) a questo proposito, perchè può agevolmente farlo chiun-
que conosca lo svolgimento della lirica italiana. Egli si domanda:
« chi vorrebbe sostenere che vi fosse qualche cosa di comune tra le
rime di Guido e le canzoni: Date beccare all' iigellino; Oi bona gente
oditi et entenditiy». Oh sapevamcelo! Ma son codeste due sole, forse,
le nostre poesie popolari del secolo xiii? E se anche esse sole fos-
sero avanzate, non indicherebbero che doverono essercene molte al-
tre? Chi è ormai che non sappia come la ballata sia di natura sua
componimento popolare? Basta conoscerne un poco, anche affatto
superficialmente, la storia; basta essersi appena addentrati nella
ritmica medioevale, per esserne certi. Neppure l'osservazione del
signor Ronconi a proposito della storia di Firenze è giusta. Che vuol
dire che il Villani parli «di divisioni tra '1 popolo e i grandi?» 0
154 CAPITOLO VII
za ^ dà a lui T intonazione e il motivo; ricreato
a quella pura e limpida sorgente, egli si scio-
glie dai legami della scuola, e attinge a nuove
altezze.
Però, distinguiamo. Anche tra le ballate qual-
che cosa della scuola vecchia apparisce. Il filosofo
non riesce a ceder sempre il posto al poeta. Per
esempio, elegante per semplicità, e per verità
potente è il principio di questa ballata: •
Vedete ch'i' son un che vo piangendo,
E dimostrando il giudicio d'amore,
E già non trovo sì pietoso core
Che me guardando una volta sospiri.
Novella doglia m' è nel cor venuta,
La qual mi fa doler e pianger forte;
E spesse volte aven che mi saluta
Tanto di presso- l'angosciosa morte,
Che fa 'n quel punto le persone accorte,
Che dicono in fra lor: quest' ha dolore,
E già, secondo che ne par di fore.
Dovrebbe aver dentro novi martiri.
Ed ecco succedere a questi versi, dov'è così viva
l'immagine, un concetto, un sottile concetto che
che il signor Ronconi non si ricorda di quello che accadde a Firenze
nel 1250, nel 1266, nel 1282, nel 1293? Ma che, dunque, s'ha da can-
cellare tutto quanto il significato della storia della Repubblica Fio-
rentina nel secolo xiii? Sta' a vedere che non è più vero eli' essa fa-
cesse una serie di rivoluzioni tutte popolari; sta' a vedere che il po-
polo grasso e il secondo x>opolo sono fandonie, e che Firenze mi
diventa ghibellina e feudale!
1 Cfr. Carducci, Intorno ad alcune Rime dei secoli XIII e XIV;
Imola, 1876, pag. 50 e segg.
2 Cosi dovevasi stampare, e non tant' ó.
GUIDO CAVALCANTI 155
non pare il seguito del medesimo componimento.
Da una forma piana, vera, efficace, si scivola
in un'astrattezza metafìsica, coi soliti spiritelli: ^
Questa pesanza, eh' è nel cor discesa
Ha certi spiritei già consumati,
I quali eran venuti per difesa
Del cor dolente, che gli avea chiamati
Altre volte troviamo una forma involuta, che
si muove a stento, che desta in noi un senso di
fatica e di pena; e ad essa succedono ad un
tratto versi di tutt' altra maniera. Questo accade,
per esempio, nella ballata La forte e yiova mia
disaventiu^a i nella quale si leggono questi versi :
Pieno d'angoscia in loco di paura
Lo spirito del cor dolente giace
Per la fortuna che di me non cura,
Ch' à volta morte dove assai mi spiace ;
E da speranza, eh' è stata fallace:
Nel tempo che si more
M'à fatto perder dilectevole ore.
E subito appresso questi altri, meravigliosa-
mente belli:
i II signor Ronconi (op. cit., pag. 72) fa dire al prof. D'Ancona
che gli spiritelli « diventarono più che altro un linguaggio poetico e
pieno di grazia e di leggiadria». Io ho cercato invano nell'edizione
della Vita Nuova del mio dotto amico queste parole. Dice il D'An-
cona, e dice benissimo, che gli «spiriti d'amore a poco per
volta, presso i poeti fiorentini, diventarono, più che altro, una forma
del linguaggio poetico » (pag. 84). Ma quel jjzeno di grazia e di leg-
giadria dov'è? Io, ripeto, non sono riuscito a trovarlo. E ne sono
stato contento, perchè la grazia e la leggiadria negli spiritelli non
sono mai stato buono di sentircele. Questione d'orecchio e di gusto!
156 CAPITOLO VII
Parole mie disfacte e paurose,
Dove di gir vi piace ve n'andate,
Ma sempre sospirando e vergognose
Lo nome de la mia donna chiamate.
Io pur rimango in tant' aversitate,
Che qual mira di fore.
Vede la morte sotto al mio colore.
Sono questi due poeti o è un poeta solo ? Né
è esatto, come altri ha sostenuto,^ che si abbia
nel Cavalcanti un « felice temperamento di poesia
e di speculazione». La poesia eia speculazione
si escludono; dove è Tuna non riman posto per
l'altra. Infatti, nel Cavalcanti le parti specula-
tive si distaccano affatto dalle parti poetiche;
non c'è tra esse fusione: là sta il dialettico, qui
il poeta; quando l'arte riprende il disopra nel
suo spirito, la metafisica si dilegua. Io non so
come possa dirsi che tra poesia e filosofia non
« esiste screzio alcuno, invece armonia intera ed
incontrastabile: si perfezionano e si compiono a
vicenda».- Questo non accade sicuramente nel
Cavalcanti, anzi non accade in nessun poeta, in
nessun artista, e non può accadere. Per noi è
questa una verità così elementare, da non do-
verci neppur fermare a dimostrarla. Ma se pure
una dimostrazione si volesse, ce la offre il so-
stenitore di quella compenetrazione , citando ad
esempio di essa anche il sonetto : Chi è questa
1 Capasso, op. cit. , pag. 21.
* Op. cit., pag. 21.
GUIDO CAVALCANTI 157
che vien eh' ogni uom la 'inira. Noi sfidiamo chiun-
que a trovare filosofia, dialettica, speculazione
nelle due quartine e nella prima terzina del so-
netto. In esse non è altro che la rappresenta-
zione plastica di una sovrana hellezza, di una
bellezza che trascende i confini umani, irradian-
dosi di lume celeste. E neppure la terzina seconda
speculeg-gia; ma è la conseguenza naturale della
pittura fatta innanzi. Quella bellezza, dice il poeta,
è tanto grande, che non sarebbe dato alla mente
nostra di figurarsela, senza averla prima veduta.
Dove è dunque qui la fusione della poesia colla
speculazione? Ed appunto perchè non c'è, ap-
punto perchè qui l'arte non intende ad altro che
alla rappresentazione di una realtà ( poco importa
se esteriore o interiore al poeta), questo è uno
dei componimenti del Cavalcanti più belli, più se-
reni, più veri. Pur troppo, lo abbiamo già detto
altre volte, ({mqW ottimo filosofo naturale, come lo
chiama il Boccaccio, si lasciava sopraffare dalle
sottigliezze dottrinali; ma quella è la parte del-
l'arte sua non diremo solo più brutta, ma anche
più falsa. Esaminiamo la ballata : Era in pensier
d' amor quand' i trovai.
Le due forosette, come bene fu detto, ^ « son
creature piene di vita, si muovono, ridono, can-
tano, beffeggiano » ; e in mezzo ad esse, esultanti
di giovinezza e d'amore, si pone il mesto e co-
1 Guido Cavalcanti di N. Arnone, Firenze, 1878, pag. 45.
158 CAPITOLO VII
gitabondo poeta. Noi vediamo quella scena, quel
tenue dramma, a cui dà rilievo e importanza la
figura deir uomo che porta sul volto lo sbigotti-
mento dell'anima. Tutto è qua dentro vero e
semplice. È giustissimo ciò che nota il De Sanctis: '
«la poesia che prima pensava e descriveva, ora
narra e rappresenta con quella grazia e fini-
tezza a cui era già venuta la lingua, maneggiata
da Guido con perfetta padronanza».
Una nota sola stuona in mezzo a quella bal-
lata, ed è la quarta stanza, dove una delle fo-
rosette sembra volere spiegare la ragione del
colpo cV Amore, con questi versi:
.... '1 suo colpo, che nel cor si vede,
Fu tratto d'occhi di troppo valore,
Che dentro vi lasciare uno splendore
Ch' i' noi posso mirare
Ebbene, questi versi, oggi agli occhi nostri,
sono i più infelici di tutta la ballata, e non sem-
brano compenetrarsì né con quello che precede né
con quello che segue.
Superiore a tutte le altre per la verità del
dolore e dell'amore che vi campeggiano, per quel
malinconico desiderio che vi si fa sentire della
patria lontana, per quel quieto e malinconico
espandersi dell'anima verso la donna amata, per
una profonda e intima soggettività, non intorbi-
data mai da nessun dottrinarismo metafisico, da
' Storia della Letter. Ilal., I, pag. 50.
GUIDO CAVALCANTI 159
nessuna riflessione filosofica, è la ballata com-
posta, come sembra, dal Cavalcanti, nel suo
esilio di Sarzana,^ dal quale egli, come ci atte-
sta il Villani, « tornonne malato, onde morie ».-
In questa poesia, cito di nuovo il De Sanctis,'"^
«tutto nasce dal di dentro, naturale, semplice,
sobrio, con perfetta misura tra il sentimento e
r espressione. Il poeta non pensa a gradire, a
cercare elfetti, a fare impressione con le sotti-
gliezze della dottrina e della* rettorica; scrive sé
stesso, come si sente in un certo stato dell'ani-
mo, senz' altra pretensione che di sfogarsi, di
espandersi»; ma però, si badi bene, sempre ri-
guardando a quell'alto ideale artistico che era
in cima de' suoi pensieri ; sempre mirando a ve-
stire riflessivamente coli' arte le spontanee e ar-
denti elfusioni dell'animo suo.
Un carattere affatto diverso ha la ballata
In un boschetto trova' pastorella. Essa ha bensì
colle Pastorelle francesi certi legami esteriori,
ma se ne allontana poi per l'arte onde è con-
dotta, per un certo delicato profumo di poesia
1 Non mi pare che abbia nessun valore il dubbio mosso dall'Ar-
none (op. cit., pag. lxxvii). La sua critica, rispetto all'ordine con
cui sono scritti i componimenti di un dato poeta in un codice, è
molto pericolosa. Non è poi vero che il Cavalcanti fosse un esule
sessagenario. Egli aveva quando mori poco più di quarant' anni.
Ved. Del Lungo, Dino Compagni e la sua Cronaca, I, ii, pag. 1113;
II, pag. 98.
2 Lib. VII, cap. 29.
3 Op. cit., pag. 51.
160 CAPITOLO VII
che a quelle manca quasi sempre. Nelle Pasto-
relle delle due letterature medievali della Francia
la breve scena tra il cavaliere e la villana è
spesso di una brutalità ributtante, e la superio-
rità della condizione dell' uomo vi si fa sentire
con ostentazione. Il vecchio barone francese è
triviale nella sua " prepotenza ; egli non cerca
l'amore, ma una distrazione; e ottenuto ciò che
desidera, rimonta sul suo cavallo e se ne va,
pronto a ricominciare il giorno dopo la sua caccia
alle belle Alici, che si prestano volentieri a tra-
stullare per un momento il nobile signore. Non
serve a nulla recare esempio di qualche Pasto-
rella meno rozza. Questa è l'eccezione; la regola
è quella.
Ma nella ballata del Cavalcanti tutto è di-
verso. Abbiamo anche qui, è vero, il bosco e la
pastorella. Però, codesta fanciulla è già disposta
all'amore, d'amore ha pieni gli occhi, e canta
come donna innamorata:
Cavelli avea biondetti e ricci utelli,
E gli occhi pien' d' amor
Cantava come fosse 'namorata,
Er adornata di tutto piacere.
Né l'uomo assale la fanciulla; né le intima,
come il bestiale francese, come lo smargiasso
antenato dei moderni conquistatori del mondo,
di darsi a lui, lì, all'istante, su due piedi. Questo
diritto divino dei figliuoli di San Luigi sul corpo
GUIDO CAVALCANTI 161
battezzato delle villane, in Italia non c'era.
L'amante nella ballata del Cavalcanti vuol farsi
strada al suo cuore con un gentile saluto :
D'amor la salutai immantenente,
E domandai s'avesse compagnia,
Ed ella mi rispuose dolzemente
Che sola sola per lo bosco già,
E disse: sappi, quando l'augel pia,
AUor disia '1 me' cor drudo avere.
Questi ultimi due versi anzi, coi quali la fan-
ciulla quasi previene il desiderio del poeta, tol-
gono poi ogni sconvenienza alla domanda di lui,
e ci avviano naturalmente allo scioglimento del
piccolo dramma. La condizione diversa dei due
amanti, sulla quale riposa la caratteristica delle
Pastorelle di Francia, qui non apparisce. L'amante
potrebbe anche essere un pastore, che chiedesse
ricambio di affetto :
Mercè le chiesi, sol che di basciare
E d'abbracciare, fosse '1 suo volere.
Però noi crediamo che, non un pastore, ma
il Cavalcanti proprio sia qui in scena; che sia
lui stesso quello che vide il dio d'amore e i fior
d'ogni colore. Forse (si capisce che in tale ar-
gomento non si possono fare che delle conget-
ture) questa ballata è tra le poesie di Guido
quella che esprime più di tutte le altre le ten-
denze amatorie di lui. Noi sappiamo già che
l'Orlandi, dirigendogli un pungente sonetto, finiva
BvRTOl.1. — Stor. doUa Letterat. Ital — Voi. IV H ,
162 CAPITOLO VII
con un' allusione ai suoi amori carnali. ^ Forse
un' allusione a questi stessi amori si ha nei versi
di Guido :
Poi che di doglia cor convien ch'i' porti,
E senta di piacere ardente foco,
Che di virtù mi tragge a sì vii loco,
Dirò com'è perduto ogni valore.
C'è poi un altro sonetto, che ci farebbe intrave-
dere nel Cavalcanti un altro peccato : quel brutto
peccato per il quale Brunetto Latini fu messo da
Dante a bruciar nell'inferno. Io non saprei infatti
quale altro significato dare al sonetto di messer
Lapo Farinata degli Uberti. Questi, che era pro-
babilmente il fratello della moglie di Guido, gli
dice :
Guido, quando dicesti pasturella,
Vorre' che avessi dett' un bel pastore,^
con quel che segue. Il fatto sicuramente è un
po' strano, specialmente considerando il genere
di poesia del Cavalcanti, che sarebbe cosi in op-
posizione coi suoi costumi. Ma questo fatto ap-
punto verrebbe a confermare, e a confermare
anche troppo, che l'amore cantato in rima da
quei poeti era più che altro ideale, e non tro-
vava riscontro nella realtà. Se anche quello di
messer Lapo Farinata degli Uberti non si volesse
1 Ved. indietro a pag. 28.
2 EJiz. Arnoxe, pag. 81-82. Il sonetto è nell'autorevole cod. Chi-
giano L, vili, 305, del secolo xiv; ed è da notare che tien dietro
immediatamente alla ball, del Cavalcanti: In un boschetto ecc.
GUIDO CAVALCANTI 163
avere che per uno scherzo, il che pare difficile,
resterebbe sempre certo che il potere scherzare
a quel modo, su tale argomento, non mostrerebbe
il Cavalcanti quale ce lo rappresenterebbero i
suoi versi.
Del resto, però, questo fatto non può troppo
modificare il concetto che i pochi documenti so-
pravanzati ci danno del carattere di lui. Fiero,
sdegnoso, ardito, d'elevati pensieri, inchinevole
alla meditazione ce lo dicono e ciò che narrano
di lui gli storici e i novellieri,^ e alcuni dei suoi
stessi componimenti, tra i quali ricorderemo il
bellissimo sonetto a Dante: F vegno 'l giorno a
te 'nfiniie volte, e il sonetto sprezzante, diretto
a Guido Orlandi: Di vii matera mi conven par-
lare.- Un sonetto di Gino da Pistoia parrebbe
alludere, con un'aspra frase, alla superbia del
Cavalcanti :
Né cuopro mia ignoranza con disdegno. ^
E la superbia nelF intimo amico dell'Alighieri si
capisce agevolmente. Il Boccaccio ci dice ancora
ch'egli era incredulo.^ Che cosa dobbiamo noi
1 Anche il fatto che riferisce il Sacchetti (Nov. 67) prova come
il Cavalcanti fosse dedito ai giuochi che richiedevano forte riflessione
di mente. Inutile è ricordare eh' egli dice di Guido « colui che forse
in Firenze suo pari non avea ».
- Ved. indietro a pag. 27.
3 Son. QiMÌ son le vostre cose ch'io vi tolgo.
* « si diceva tra la gente volgare che queste sue specula-
zioni eran solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse ».
— « Egli alquanto tenea della opinione degli Epicurei ». Decciine-
rone, VI, 9.
1G4 CAPITOLO VII
pensare intorno a ciò? A noi di questa incredu-
lità pare chiara conferma il sonetto all' Orlandi :
Una figura de la donna mia, e ne riparleremo
tra poco. Intanto notiamo qui che la risposta del-
l' Orlandi è tale da non potere aversi alcun dub-
bio sul significato attribuito da lui al componi-
mento del nostro poeta. ^ Un'altra conferma la
trovò il D' Ovidio nel noto verso della Divina
Commedia :
Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.
E a noi pare da accettarsi, senza riserva, la sua
interpetrazione. - Se non che, contro la irreligio-
sità del Cavalcanti si avrebbe il fatto del suo
pellegrinaggio a Sant' Iacopo di Compostella. È
noto che questo pellegrinaggio, di cui parla il
solo Dino Compagni,^ servì già di argomento
ai sostenitori della falsità della Cronaca. '* È noto
"del pari che a confermare quel pellegrinaggio
venne poi un sonetto di Niccola Muscia dei Sa-
limbeni, ^ onde non è più lecito dubitare delle
parole di Dino. Come dunque si conciliano i due
fatti, che Guido fosse un Epicureo come il padre,
e che andasse poi al santuario di Compostella?
Il Del Lungo ha già risposto a questa frivola
1 Ved. indietro a pag. 29-30.
2 Saggi Critici, pag. 312 e segg. — Confessiamo invece che non
ci appaga l'interpetrazione del prof. Rajna. Ved. ivi, pag. 329.
3 Cronaca, I, 19.
* Ved. Del Lungo, op. cit, I, u, p. 1097.
^> Nel cod. Chig. L, via, 305.
GUIDO CAVALCANTI 165
obiezione. ^ Ma a noi sembra di avere qualche
cosa da aggiungere. Prendiamo nota, prima di
tutto, delle parole testuali di Dino Compagni:
« M, Corso .... cercò d' assassinarlo , andando
Guido in pellegrinaggio a Santo Iacopo ». È
chiaro che qui si deve intendere che Corso Do-
nati insidiò alla vita del Cavalcanti, mentre que-
sti era in viaggio per Sant' Iacopo. Che egli poi
arr"ivasse o no al celebre santuario della Spagna,
non è detto. Ora, che cosa scrive il Muscia?
Questo è il suo sonetto :
Ècci venuto Guido con pastello ? -
0 à recato a vender canovacci,
Che va com' oca e cascali '1 mantello?
Ben par che sia fattor de' Rusticacci.
È in bando di Firenze od è rubello?
0 dotta sì che '1 popol noi ne cacci?
Ben par che sappia torni del camello,
Che s'è partito sanza dicer vacci.
Sa' Iacopo sdegnò quando l'udio,
Ed egli stesso si fecie malato,
Ma dice pur che non v' era boti'o.
E quando fu a Nimisi arrevato,
Vendè cavalli e nolli die per dio,
E trassesi li sproni, ed è albergato.
Mi par indiscutibile che questi versi debbano
essere stati scritti da un, compagno di viaggio del
' Loc. cit., pag. 1098.
3 II testo Chigiano ha chonpastello. Mi viene suggerita da T. Ca-
sini la correzione, che mi pare accettabilissima: Ècci venuto Guido 'n
Coiipostello ?
166 CAPITOLO VII
Cavalcanti. Nei primi sei versi è descritto bur-
lescamente il poeta, come persona che malvolen-
tieri si è messa in cammino, onde va coni' oca
e pare piuttosto di un viaggiatore, un rustico,
un bandito dal suo paese, che a malincuore se ne
allontana. Ai versi 7-8 cambia argomento. Ma,
dice il Muscia, ben pare ch'egli sappia i ritorni
del cammello.
Che s'è partito sanza dicer vacci.
Partito di dove? E senza dir vacci. In che luogo?
Io intendo: che s'è partito all'improvviso da noi,
che ci ha piantati a mezza strada, senza nep-
pure dirci: andate voialtri fino a Sant'Iacopo,
che io non posso proseguire. Questa interpetra-
zione, che, per se stessa, potrebbe essere arbi-
traria, è resa certa dai versi che seguono 9-10-11 :
Sa' Iacopo sdegnò quando 1' udio.
Di che cosa poteva sdegnarsi il santo ? Sicura-
mente del non essere il pellegrino arrivato fino
al suo tempio. Ma, ecco la scusa del poeta: egli
diceva che era malato e che non v'era hotio, e
che non aveva fatto il voto del pellegrinaggio.
Onde arrivato poi a Nimes, vendè i cavalli, si
tolse gli sproni e si fermò : ed è albergato. Il so-
netto del Muscia , se il Cavalcanti fosse arrivato
fino a Santiago, non ci pare che avrebbe senso.
Óve almeno non si volesse intendere che, giunto
là, tornò subito indietro, senza andare, come gli
GUIDO CAVALCANTI 167
altri pellegrini, a sciogliere il voto alla chiesa
del santo: interpetrazione che ci pare meno pro-
babile dell'altra, ma che, ad ogni modo, servi-
rebbe a provare la stessa cosa. Non bisogna però
trascurare quel ricordo di Nimes. Due componi-
menti del Cavalcanti ci attestano eh' egli a To-
losa s' innamorò d' una donna. Tolosa è di là
da Nimes, e sono ambedue sulla via percorsa
allora per andare a Compostella. Si potrebbe
dunque supporre che l'incredulo poeta, annoiato
del lungo, faticoso e per lui inutile viaggio, si
arrestasse a Nimes, e di lì poi, non più pelle-
grino devoto, ma cavaliere errcinte, si spingesse
"fino a Tolosa, e forse vagasse per altre delle
belle città del mezzodì della Francia. 0 si po-
trebbe anche credere che arrivasse con gli altri
compagni fino a Tolosa, ed ivi si fermasse, per
tornar poi a Nimes più tardi. E chi sa? Forse
la Mandetta potrebbe aver fatto dimenticare San-
t'Iacopo. Ma noi non vogliamo spingerci sulla
lubrica via delle congetture. A noi basta di avere
provato che il sonetto del Muscia è un documento
evidente che il Cavalcanti non arrivò al santua-
rio di Compostella; o, arrivatoci, non si curò
affatto di Sant' Jacopo, il che, irrecusabilmente,
serve a provare sempre più la irreligiosità del
poeta.
Ci resta ancora da esaminare un altro lato
delle poesie del Cavalcanti. Chi lo crederebbe?
Il pensieroso filosofo, il rimatore dell'idealità e
168 CAPITOLO VII
del dolore, ruomo che si aggirava speculando
fra le arche di San Giovanni, com'era pronto al
motto pungente (e ne fa fede la sua risposta a
messer Bette Brunelleschi), cosi non isdegnava
adoperare la penna nello scherzo satirico. Ab-
biamo già citato il sonetto: Una figura de la
donna mia, dicendo che in esso si satireggia sui
frati Minori, Ma quale satira è questa! e con che
arte condotta! Il componimento prende lo mosse
con serietà, sembra una lode sincera alla Vergine,
Che di bella sembianza, onesta e pia,
De' peccatori è gran rifugio e porto.
Non potrebbe un santo scrivere niente di più
religioso; anzi c'è quasi della tenerezza in quel-
l'appellativo di donna mia. Ma questa serietà,
questa affettuosità di sentimento è una burla. La
quale si va scoprendo a poco per volta, quasi
come se il poeta volesse tener sospeso il lettore
per il più lungo tempo possibile sulla verità di
quello eh' egli sente. Dopo aver detto che quella
Madonna è rifugio de' peccatori, si enumerano i
miracoli eh' ella fa : numerosi e strepitosi mira-
coli, messi in fila uno dietro l'altro, come se fos-
sero cose vere, come se chi scrive li avesse visti
e ci credesse:
L'inferrai sana, e' deraon caccia via,
E gli occhi orbati fa vedere scorto.
Sana 'n public© loco gran languori.
GUIDO CAVALCANTI 169
Ma, come credere non ci poteva, cosi dalla
gravità stessa del racconto, dalla apparente fede
schizza fuori violento lo sclierzo ; e V antitesi tra
quello che il poeta dice e quello che pensa costi-
tuisce la satira contro la Madonna, contro i suoi
miracoli, e finalmente contro i frati, i quali chia-
mano idolatria la devozione alla Vergine di san
Michele in Orto
Per invidia che non è lor vicina.
Che il sonetto non abbia, come dice il Del
Lungo ,^ «altra intenzione se non di mordere
quei frati », non ci par giusto. Sulle intenzioni
del poeta noi potremmo rimanere ingannati ,
quando non ci fossero già note, per un insieme
di indizi, le sue opinioni religiose. Ma, ammesse
quelle opinioni, il sarcasmo latente del sonetto
rifulge di luce chiarissima. Ai miracoli che rac-
conta presta o no fede il Cavalcanti? E se non
ci presta fede, il raccontarli in quella maniera
non è un parlare ironico? Or T ironia, in questo
caso, non è altro che il ridicolo versato su quei
miracoli e sulla dabbenaggine della gente che si
inchina all' immagine santa e
Di luminara l'adornan di fori.
Altrove scrive il Cavalcanti, tra burlesco e
satirico, sopra il suo amore per monna Lagia. "
' Op. cit., II, II, pag. 1097.
"2 Ved. indietro pag. 145.
170 CAPITOLO VII — GUIDO CAVALCANTI
Ride, dipingendo la scrìgnotuzza, e terminando
con quelle due superbe terzine clie esprimono
l'irresistibilità del riso cosi vivamente:
Tu non avresti niquità sì forte,
Né tanta angoscia o tormento d' amore,
Né sì rinvolto di malinconia,
Che tu non fossi a rischio della morte,
Di tanto rider ti farebe il core:
0 tu morresti o fuggiresti via.
Ride, ancora, scrivendo a un amico quel
sonetto: Se non ti cagia la tua Sanialena, nel
quale sembra nascondersi uno scherzo sulla me-
daglia benedetta (Santalena)^ che T amico por-
tava al collo, e sulla sua passione per la cam-
pagna. E ride, finalmente, ma di un riso acre ed
amaro, nel bel sonetto politico: Novelle ti so direj
odi Nerone.
Teniamo conto di questo gruppo di poesie bur-
lesco-satiriche del Cavalcanti, poiché avremo tra
breve da riconnetterle con i componimenti di un
altro poeta.
1 Così mi pare da intendere. Ved. Opere di Dante Alighieri con
le annotazioni di Anton Maria Biscioni, Venezia, 1741, voi. I,
pag. 202 segg.
171
CAPITOLO YIII
Lk VITA NUOVA CONSIDERATA COME NARRAZIONE STORICA
Ed eccoci all'Alighieri, intorno alla cui lirica
le questioni si accumulano numerose ed ardue.
Che cosa è la Vita Nuova? Noi ci sentiamo ge-
neralmente rispondere che in essa Dante ha vo-
luto narrare la storia dei suoi amori giovanili.
Esaminiamo dunque nella forma più oggettiva
questo libro, piccolo di mole, ma riboccante di
difficoltà; esaminiamolo qui unicamente per ve-
dere se esso debba essere accettato come una
narrazione di fatti realmente accaduti. Noi non
portiamo nella questione nessun preconcetto, e
vogliamo essere indifferenti davanti a tutte le
opinioni già ricevute.
Dante racconta che aveva nove anni, quando
la prima volta gli apparve Beatrice; e da questa
prima apparizione salta rapidamente ad un' altra
che accadde nove anni dopo, quando cioè egli
compiva il suo anno diciottesimo. Di qui comincia
veramente la storia del suo amore. La quale prò-
Ì72 CAPITOLO Vili — LA VITA NUOVA
cede tutta, si può dire, per via di visioni. Nella
prima visione Dante vede Amore che tiene Bea-
trice nuda nelle sue braccia, e le fa mangiare
il suo cuore. ^ Nella seconda Amore parla a Dante
della donna della difesa.- Nella terza lo stesso
Amore consiglia a Dante di rinunziare alle difese
e di dire « certe parole per rima » , le quali mo-
strino r affetto suo a Beatrice.^ Una quarta vi-
sione, piena di apparizioni spaventose, fa pre-
sentire a Dante la morte della sua donna. ' Nella
visione quinta appariscono a Dante Giovanna e
Beatrice.^ Nella sesta Dante rivede Beatrice fan-
ciulla di nove anni, e sente pentimento di avere
amata altra donna. *^ Nell'ultima visione Dante
non dice quello che vedesse, ma accenna a cose
che gli « fecero proporre di non dir più di que-
sta benedetta, in fino a tanto che io non potessi
più degnamente trattare di lei ».^
Qui si affaccia subito naturale la domanda se
queste sette visioni sieno cosa storica, e del pari
naturale sembra dover essere una risposta ne-
gativa. Per quanto noi possiamo figurarci un
uomo disposto dalla natura alle astrazioni, alle
forti e subitanee astrazioni dello spirito, sarà
1 Gap. 3, cito dalla edizione del Wilte, Leipzig, 1876.
2 Gap. 9.
3 Gap. 12.
* Gap. 23.
- Gap. 24.
*'' Gap. 40.
7 Gap. 43.
CONSIDERATA COME NARRAZIONE STORICA 173
molto difficile che possiamo credere aver egii
realmente veduto in sogno ciò che qui Dante
racconta. Se noi dovessimo prendere alla lettera
la storia delle visioni, saremmo costretti a con-
siderare l'Alighieri come un allucinato; mentre
anzi sappiamo che in lui sempre e mirabilmente
si contemperarono fantasia e riflessione, tanto
che pochi uomini ci si presentano nella storia
con una costruzione intellettuale così perfetta e
così forte. Le visioni adunque della Vita Nuova
non possono essere che un ìnezzo poetico ado-
perato per certi suoi fini dallo scrittore; un mezzo
che senza dubbio nacque spontaneo nell' Alighieri
per influenza dei tempi e dell' ingegno suo indi-
viduale, un mezzo ch'egli trovava nella tradi-
zione letteraria della sua età, e che quindi s'im-
poneva a lui, senza che egh se ne rendesse conto,
senza che potesse neppur riflettere sulla sua mag-
giore 0 minore convenienza artistica.
Né le visioni sole, ma anche un altro fatto
esclude ogni possibilità di storia dalla Vita Nuova.
Intendo parlare del famoso numero nove.
Beatrice era al principio del suo nono anno,
quando apparve per la prima volta agli occhi di
Dante. E Dante era alla fine dello stesso anno
nono.^ Dopo nove anni precisi Dante la rivide, e
la rivide nell'ora noìia del giorno. Sopravvenne
la visione, ed essa pure nella « prima ora delle
1 Gap. 2.
174 CAPITOLO Vili — LA VITA NUOVA
ultime nove ore della notte ».^ Dante scrisse un
serventese delle sessanta piìi belle donne di Fi-
renze; ed « in alcuno altro numero non sofferse
il nome della sua donna stare, se non in sul
nove ».- Una delle visioni accadde « nella nona
ora del dì».^ Nel nono giorno della sua infer-
mità Dante ebbe il presentimento della morte di
Beatrice;* ed essa morì « nella prima ora del
nono giorno del mese » ; e « secondo V usanza di
Siria, ella si partì del nono mese delF anno » ,
ed ancora « in queir anno della nostra indizione ,
cioè degli anni Domini, in cui il perfetto numero
nove volte era compiuto in quel centinaio ».^
Sono veri tutti questi ricorsi del nove? A
Dante stesso è dovuto sembrare eh' essi presen-
tassero poca probabilità, ed ha voluto spiegarli,
renderli, direi, credibili ai lettori con una ragione
astrologica e con un'altra teologica, strane am-
bedue : « Perchè questo numero le fosse tanto
amico, questa potrebb' essere una ragione; con-
ciossiacosaché, secondo Tolomeo e secondo la
Cristiana verità, nove siano li cieli che si muo-
vono, e secondo comune opinione astrologa li
detti cieli adoperino quaggiù secondo la loro abi-
tudine insieme; questo numero fu amico di lei
per dare ad intendere, che nella sua genera-
1 Gap. 3.
2 Gap. 6.
3 Gap. 12.
4 Gap. 23.
5 Gap. 29.
CONSIDERATA COME NARRAZIONE STORICA 175
zione tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente
s' aveano insieme. Questa è una ragione di ciò;
ma più. sottilmente pensando, e secondo la infal-
libile verità, questo numero fu ella medesima;
per similitudine dico, e ciò intendo così: Lo nu-
mero del tre è la radice del nove, perocché senza
numero altro, per se medesimo moltiplicato, fa
nove, siccome vedemo manifestamente che tre
via tre fa nove. Dunque se il tre è fattore per
sé medesimo del nove, e lo fattore dei miracoli
per sé medesimo è tre, cioè Padre, Figliuolo e
Spirito Santo, li quali sono tre ed uno, questa
donna fu accompagnata dal numero del nove a
dare ad intendere che ella era un nove, cioè un
miracolo, la cui radice é solamente la mirabile
Trinità. Forse ancora per più sottil persona si
vedrebbe in ciò più sottil ragione; ma questa è
quella che io ne veggio, e che più mi piace ».^
Sarebbe affatto superfluo che noi cercassimo
qui d' indagare quale sia stata la ragione che
ha mosso Dante a prediligere così il numero tre
ed il numero nove.
Siene state reminiscenze delle dottrine pitta-
goriche e neoplatoniche, mistiche e cabalistiche; -
sia stato un atfettuoso trasporto verso il suo pre-
diletto Virgilio, che nell'-E'w^^c^e diede così largo
1 Cap. 30.
■2 Ved. Vita Nkovu, ediz. D'Ancona, pag. 112; Renier, La Vita
Nuova e la Fiammetta, pag. 169 e sgg.
176 CAPITOLO YIII — LA VITA NUOVA
campo al numero tre ; ^ siano state queste o altre
le ragioni, il fatto non è men singolare; e noi
non siamo davvero disposti a credere alla sua
storicità. Ma allora cadono storicamente due
date, molto importanti nella Vita Nuova: la data
del primo incontro del novenne bambino colla
quasi novenne fanciulla; e la data della morte
di Beatrice, la quale essendo il 9 giugno 1290,
si vede che non poteva contenere più nove di
quelli che Dante ci ha messi.-
Passiamo ora a qualche maggiore particola-
rità. Beatrice conosceva o no V amore di Dante
per lei? Parrebbe di si, dal concedergli ella e
poi negargli il saluto;^ e più parrebbe da quelle
esplicite parole di Amore : « Onde conciossiachè
veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo
suo segreto per lunga consuetudine ecc. ».'^ Ma
come è possibile allora ch'ella con altre donne
si gabbi di lui?^ E come, quando Dante è preso
alla vista di lei da « mirabile tremore » , può egli
1 Ved. un articolo del sig. Remigio Sabbatini: Il numero tre
nell'Eneide di Virgilio^ inserito nel A/ore'menJo Letterario Italiano
del 15 giugno 1881. Dal Renier apprendo (op. cit., pag. 170) che
l'Amati ha scritto un articolo intitolato: Il ternario nelle opere di
Dante\ ma non ho potuto vederlo.
2 Avrebbe potuto aggiungere un altro nore al millesimo, facendo
1299 invece di 1290. Ma avendo fissato al 1300 la visione della Bea-
trice celeste, non rimaneva spazio per ciò che intercede tra essa e
la Beatrice terrena. Ciò s'intenderà meglio in seguito.
3 Cap. 3 e 10.
4 Cap. 12.
5 Cap. 14.
CONSIDERATA COME NARRAZIONE STORICA 177
t
dire: « Se questa donna sapesse la mia condi-
zione, io non credo che cosi gabbasse la mia
persona? » ^ Come può dire che « non è saputa »
la ca^'ione del suo trasfisruraraento?- Oh anche
troppo avrebbe dovuto esser saputa, se quel-
l'amore durava tenace e terribile da tanti anni,
se nato nell' età infantile aveva accompagnato
Tuomo per tutta la sua giovinezza! Ma, è vero,
Dante aveva adoperato ogni mezzo per tenerlo
nascosto a tutti, sino a fìngere di amare due
altre donne, le donne della difesa,^ dirigendo ad
esse poesie d' amore e lasciando che di- una di
queste la gente parlasse « oltre li termini della
cortesia». Ma perchè? Non era forse un puro
e lecito amore quello di lui per la figliuola del
Portinari? Ad un animo nobile, elevato, altero,
come quello di Dante, non repugnavano queste
simulazioni, non giustificate da nessuna ragione?
Questo sarebbe già strano, ma c'è pure altra
cosa che vince questa in istranezza. Dante che
nascondeva così gelosamente a tutti il suo amore
per la Beatrice Portinari, lo palesava poi a tutti,
pubblicamente, quando la Portinari era diventata
una Bardi, quando la fanciulla era stata moglie,
quando anche il più lieve sospetto di una pas-
sione giovanile poteva appannare la sua illiba-
1 Ivi.
2 Cosi intendo col Witte e con altri. Riferire ella a Beatrice, come
fa il Fraticelli, è assurdo.
3 Capp. 5, 10.
BiKlOLi. — Stor. dtllj Letterat. Ital - Voi. IV 12
178 CAPITOLO Vili — LA VITA NUOVA
tezza. Né basta. Quelle due povere donne della
difesa potevano bene esser sempre vive, quando
Dante divulgava la sua Vita Nuova, e tutti a
Firenze dovevano sapere i loro nomi, se la gente
parlava di quegli amori. Or come? Dopo averle
compromesse, farle anche comparire ridicole? Fin-
gere oggi di spasimare per esse, e domani pro-
clamare a suon di tromba ch'ei fingeva di amar
loro per allontanare i sospetti da un'altra?
Bisognerebbe credere che la moralità ai tempi
di Dante fosse troppo diversa da quella che è
oggi, per reputare capace di una simile azione
quel primo e grande cittadino di Firenze. Se tutto
ciò fosse vero, esattamente vero, il cantore della
rettitudine diventerebbe un essere dispregevole.
Togliamo adunque dal novero dei fatti sto-
rici tutte le visioni, il numero nove, la data
troppo sospetta della morte di Beatrice, e le
donne della difesa. Che cosa resta per assegnare
alla Vita Nuova il carattere di libro storico? Ci
resta la menzione che vi è fatta del padre di
Beatrice e di un altro suo strettissimo congiunto. ^
Orbene: ha ciò un gran valore? un valore che
basti a poter sentenziare che la Vita Nuova è
propriamente narrazione di fatti reali? Apriamo
per un momento un altro libro dell'Alighieri, un
1 Capp. 22, 33. Cfr. Torri, Prefaz. all'edizione fiorentina della
Vita JSitova, del 1839 (riprodotta nell'ediz. livornese del 1843);
D'Ancona, La Beatrice di Dante, discorso premesso alla ediz. pi-
sana del 1872.
CONSIDERATA COME NARRAZIONE STORICA 179
libro, nel quale siamo tutti cF accordo fortunata-
mente a riconoscere che egli parla della Filoso-
fia. Che cosa tì troviamo noi? Vi troviamo che
anche là un padre è assegnato alla donna : « dico
e affermo che la donna, di cui io innamorai ap-
presso lo primo amore, fu la bellissima e onestis-
sima figlia dell' Imperadore delF Universo, alla
quale Pittagora pose nome Filosofia ».^ Né un
padre solamente, ma altri parenti ancora; « e
non solamente di lei era così desideroso, ma di
tutte quelle persone che alcuna prossimitade aves-
sero a lei, 0 per familiarità o per parentela al-
cuna ».- Vi troviamo che questa Filosofìa ha un
cuore e due occhi, ^ e sentiamo Dante riscaldarsi
per essi tanto d' affetto da esclamare : « Oh dol-
cissimi ed ineffabili sembianti e rubatori subitani
della mente umana, che negli occhi della Filo-
sofia apparite, quando essa alli suoi drudi ra-
giona!»^ Ed altrove: «Oh quante notti furono
che gli occhi dell' altre persone chiusi dormendo
si posavano, che li miei nell'abitacolo del mio
amore fisamente miravano ».-^
Queste parole che noi leggiamo nel Convito
ci dicono in modo irrecusabile che Dante era fa-
cile a lasciarsi trasportare dal sentimento , anche
' Convito, tratt. ii , cap. 16.
- Tratt. Ili, cap. 1.
3 Tratt. Ili, cap. 12; tratt. ii, cap. 16; tratt. iii, cap. 15.
•« Tratt. Il, cap. 16.
^ Tratt. HI, cap. 1.
180 CAPITOLO Vili — LA VITA NUOVA
parlando di esseri allegorici; e che era portato
al parlare metaforico, anche là dove a noi mo-
derni ogni metafora parrebbe da escludersi. Se
la Donna allegorica del Convito aveva un padre,
amici e parenti, è ella una buona ragione il dire
che la Donna della Vita Nuova deve essere sto-
rica, perchè ha un padre ed un fratello? Se nel
Convito Dante esce in esclamazioni così calde
d'affetto, come quelle che abbiamo citate, quale
valore avranno, a provare la storicità della Vita
Nuova, le esclamazioni consimili che possiamo
rinvenirvi?
Ma c'è un altro e formidabile argomento in
favore della verità letterale di ciò che è narrato
nella Vita Nuova: l'argomento dell'autorità. Il
Boccaccio, Benvenuto da Imola, Filippo Villani,
il Manetti, il Landino, il Bruni parlano degli
amori di Dante con una Beatrice realmente esi-
stita. Come si può mettere in dubbio l' afferma-
zione di tali uomini? È probabile, dice il mio
carissimo Rodolfo Renier,^ « che il Boccaccio,
vecchio, incaricato nel 1373 dalla Repubbhca Fio-
rentina di leggere e commentare la Commedia,
d' innanzi a gran turba di que' tali , che dai padri
loro 0 dalli avi di leggieri avriano potuto attin-
gere notizie precise sulla vita privata del poeta,
osasse riconfermare esplicitamente, solennemente
ciò che intorno alla Portinari aveva scritto, ag-
' Op. cit., pag. 146-47.
CONSIDERATA COME NARRAZIONE STORICA 181
giungendo sé avere quella notizia ricavata da
persona che Bice conobbe e fu per consangui-
neità strettissima a lei ? »
Io non ho, veramente, nessuna difficoltà ad
ammettere che il Boccaccio dicesse il vero; ma
il vero come gli era stato riferito. Quando com-
parve il libro della Vita Nuova, Dante come
scrittore era poco noto. Appena forse alcuni dei
suoi intimi potevano aver letto qualcheduna delle
sue liriche giovanili. Conosciutosi adunque quel
libro, era difficile supporre in esso, allora, quello
che possiamo vederci noi oggi, noi conoscitori
pieni di tutto il sistema poetico dell' Alighieri.
Era per conseguenza naturale, era anzi, quasi
direi, necessario che in molti di quei lettori na-
scesse la curiosità di sapere chi fosse stata quella
Beatrice che aveva sì fortemente innamorato il
poeta di se. E di una Beatrice restava fresca
memoria, di una Beatrice, si noti, che abitava
le case vicine a quelle degli Alighieri, di una
Beatrice forse bellissima e morta in età giova-
nile. Che cosa ci voleva di più, perchè dal dire:
poteva esser quella, si passasse in un attimo ad
affermar che fu quella, quella proprio, di cui Dante
s'innamorò? Ed una volta creatasi la leggenda^
può benissimo il Boccaccio averla in buona fede
accolta e narrata; può in buona fede averla cre-
duta vera anche la persona « per consanguinità
strettissima » alla Portinari. Chi poteva smen-
tirla? Quello stesso geloso segreto, di cui Dante
182 CAPITOLO Vili — LA VITA NUOVA
narrava aver voluto circondare il suo aifetto ;
quel dubbio continuo che traspare dalle sue pa-
gine, se la pudica fanciulla corrispondesse o no
all'amor suo, dovevano contribuire a rendere
credibile la giovanile inclinazione delF Alighieri
per la sua vicina. E, ad ogni modo, poiché una
Beatrice pareva necessaria a trovarsi, la piiì fa-
cile era la Portinaro
Resterebbe, è vero, la data del 1290, che
troviamo nel Boccaccio, e che coincide con quella
della Vita Nuova. Ma chi dice a noi che ap-
punto dalla Vita Nuova non F abbia il Boccac-
cio desunta? Perchè, si badi bene, più volte egli
ricorda T opera di Dante, mostrando chiaramente
d'averla letta. E non si opponga, di grazia, che
se la Beatrice Portinari non fosse morta nel 1290,
si sarebbe notata la contradizione tra l' anno vero
della morte di lei e quello assegnatole dall'Ali-
ghieri, e non si sarebbe quindi formata la leg-
genda della figliuola di Folco. Bisogna ripor-
tarsi ai tempi, bisogna che teniamo bene in mente
come per i contemporanei di Dante, Dante non
era quello che è oggi per noi. Noi oggi cerchiamo
ogni minima particolarità della sua vita e delle
sue opere; noi indaghiamo, confrontiamo, argo-
mentiamo. Ma è naturale che cosi non si facesse
nei primi anni del secolo xiv. Una Portinari,
maritata ad un oscuro cavaliere de' Bardi, era
morta giovane, supponiamo, dall' 80 al 90. Chi
si ricordava più dell'anno preciso, dodici, quin-
CONSIDERATA COME NARRAZIONE STORICA 183
dici, venti anni dopo? Forse qualche vecchio delle
due famiglie. Ma ad essi che doveva importare di
ciò? Sapevano essi neppure che si pretendeva di
identificare la loro Beatrice colla fanciulla cantata
nelle liriche del giovane poeta? E sapendolo, non
potevano esserne lusingati? i
Adagio, si oppugna ancora. Non c'è il Boc-
caccio solo; ci sono altri scrittori che nominano
la Portinari. Ma anche questo è un argomento
molto fragile. Benvenuto da Imola copia il Boc-
caccio nel racconto della festa del maggio, e
dell'incontro dei due fanciulli.- Fihppo Villani
non nomina la Portinari, ma dice semplicemente:
1 Del resto ci vuol poco a capire che le date del Boccaccio non
sono esatte. Se Dante scrisse la Vita Nuova quasi nel suo ventesimo
sesto anno, vorrà dire che egli non aveva ancora 26 anni. Supponiamo
che ne avesse 25, tanto più che appunto i 25 anni sono per lui il
principio della gioventù {Convito, cap. 24). Ma quando Dante aveva
25 anni eravamo al 1290. Come dunque poteva esser passato un anno
dalla morte di Beatrice, se questa precisamente nel 1290 mori ? Cfr.
Biscioni, Prefazione alle prose di Dante ecc., invano confutato bilio-
samente dal signor Fraticelli, Dissert. sulla Vita Nuova. Al Boccaccio
si potrebbe ancora domandare come sia possibile che Dante scrivesse
la Vita Nuova quasi nel suo ventesimo sesto anno, se parla della
Donna pietosa, che nel Convito (II, ii) dice apparsa a lui due anni
dopo la morte di Beatrice; e se nella Vita Nuova (cap. xli) parla
di un fatto accaduto nel 1300.
2 « .... volo te scire, quod, cum quidam Fulcus Portinarius,
honorabilis civis Florentiae, de more faceret celebre convivium kalen-
dis maii, convocatis vicinis cum dominabus eorum, Dantes tunc pue-
rulus novem annorum, secutus patrem suum Aldigherium, qui erat
unus de numero convivarum, vidit casu Inter alias puellas puellulam
fìliam praefati Fulci, cui nomen erat Beatrix, aetatis viii annorum»
mirae pulchritudinis, sed majoris honestatis; quae subito intravit cor
ejus ita quod nunquam postea recessit ab eo, do'nec illa vixit.. .».
184 CAPITOLO Vili — LA VITA NUOVA
« Is, cium juvenis adhuc cinici iisu patriae fruere-
tur, Beatricis, cui morositate florentinae facetiae
Bice dicebatur, amore castissimo, qui in ipso pue-
ritiae limine coeperat, ardentissime teneretur, in
ejus honorem multas composuit cantilenas etc. »,
Il Manetti copia anche' esso il Boccaccio; e cosi
fjuesti resta indubbiamente la fonte unica della
supposta identità tra la Beatrice poetica e la Bea-
trice storica.
Ed ora passiamo a vedere come sia dipinta
nella Vita Nuova la Beatrice poetica. Sarà que-
sta, crediamo, la dimostrazione migliore che tra
essa e la Beatrice storica non c'è legame alcuno.
185
CAPITOLO IX
LA BEATRICE DELLA VITA NUOVA
Risolleviamo qui, prima di tutto, una vecchia
questione : Beatrice era veramente il nome della
donna amata da Dante? Quelle parole, già tante
e tante volte citate : « la quale fu chiamata da
molti Beatrice, i quali non sapeano che si chia-
mare »,^ esprimerebbero, secondo T opinione pii^i
generalmente accettata, che coloro, i quali non
sapevano il vero nome di lei, la chiamavano bea-
trice, perchè ella beatificava colla propria vista.
Ma io domando, perchè Dante si sarebbe qui, al
principio del suo libro, nel luogo solenne, dove
nomina per la prima volta la donna dell' amor
suo, perchè si sarebbe curato di farci sapere come
la chiamavano gli altri? Ed egli stesso poi sa-
peva come chiamarla, se agli occhi suoi questa
fanciulla appariva per la prima volta? In quello
^ Gap. 2. Intorno alle varie interpetrazioni date ad esse ved. Vita
Nuova ediz. D'Ancona, pag. 61. Ved. pure Rivista di Filologia Ro-
manza, I, 46; ToDESCHiNi, Scritti su Dante, 11, 8; Muzzi, lettera
al Torri, nella Vita Nuova, ediz. Torri, Livorno, 1843.
186 CAPITOLO rx
stesso verbo apparire non ci è forse qualche cosa
di subitaneo, d'improvviso, di nuovo, che ac-
cenna come egli medesimo, l'estatico fanciullo,
non sapesse il nome della celeste creatura che
passava davanti ai suoi occhi come una visione di
paradiso ? Se la Vita Nuova fosse un libro scritto
sotto la immediata influenza della passione, non
si sarebbe in diritto di chieder conto minuto di
ogni sua frase e di ogni sua parola; ma essa è
invece un libro dettato, quando già Beatrice era
morta, e noi possiamo esser certi che tutto è in
essa profondamente meditato, e meditato alla
maniera Dantesca. Inoltre, nel seguito della Vz/a
Nuova non c'è parola che accenni alla beati-
ficazione prodotta dalla donna sugli altri, al-
meno finché la donna non comincia a indiarsi. '
Una ragione, dunque, conviene che ci sia del
perchè Dante pone quelle sue parole in luogo ed
in forma cosi notabile. Contentarsi superficial-
mente di credere eh' egli abbia voluto -dire che
coloro, i quah non sapevano il nome di Beatrice,
pur la chiamavano col nome vero che ella aveva,
perchè ella era heatrice di nome e di fatto, non
ci pare possibile. È quindi necessario per noi di
includere tra quei molti anche Dante istesso. Ma
perchè, nuova difficoltà, parlerebbe egli di molti
e non di se solo? A noi pare di scorgere una
1 Cioè nel penultimo capitolo della seconda parte, quando già
siamo vicinissimi alla morte.
LA BEATRICE DELLA VITA NUOVA 187
intima relazione tra questi molti, che chiamavano
beatrice la donna, a cui è consacrata la Vita
Nuova, e quei molti, i quali erano famosi tro-
vatori in quel tempo ,^ ai quali l'Alighieri mandò
il sonetto A ciascun alma presa e gentil core,
a fine che giudicassero la sua visione. Noi sap-
piamo che tra quei molti c'erano Gino da Pi-
stoia e Guido Cavalcanti, perchè possediamo le
loro risposte. La fratellanza artistica dei poeti
della nuova lirica toscana verrebbe così ad es-
sere affermata ; e le prime parole della Vita Nuova
ci direbbero in che cosa risiedesse il carattere
principale della scuola poetica, a cui appartene-
vano Dante, Gino e Guido. Noi sappiamo già che
cosa fosse la donna cantata da questi ultimi,
quali le sue qualità, quali gli effetti prodotti da
essa. Or se noi vedremo tra poco essere uguale
a quella del Cavalcanti e del Sinibuldi la donna
dell'Alighieri, se potremo stabilire che la mede-
sima idealità informa tutte queste creature, che
la medesima beatificazione proviene da esse sullo
spirito dei loro poeti, ci sarà chiaro perchè tutti
chiamassero beatrice la donna, a cui non sape-
vano qual nome dare, perchè ella non avea nome
alcuno.
Ci conferma in questa interpetrazione quel-
r altra frase famosa: « la gloriosa donna della mia
mente», che s'intende benissimo, se noi consi-
1 Gap. 3.
188 CAPITOLO IX
deriamo la beatrice come donna ideale, ma che
non s' intende più affatto se vogliamo ostinarci
a credere nella realtà storica di una Portinari
qualunque, e in un vero sentimento erotico di
Dante per lei, ^ La donna della mente è l'essere
vagheggiato dal pensiero del poeta, visto da lui
cogli occhi deir immaginazione e del desiderio,
contemplato nell'estasi di un amore che tende a
trascendere dalla terra al cielo. Il poeta adorna
di ogni perfezione codesta creatura, propriamente
come dice l'Alighieri stesso:
. .-. . lo imaginar, che non si posa,
L'adorna nella mente, ov'io la porto. -
La beatrice è la sua beatitudine. Le due pa-
role nella Vita Nuova si equivalgono : Apparuit
Jam beatitudo vestra, fa dir Dante dallo spirito
animale allo spirito del viso.^ « Io era in luogo
(dice altrove), dal quale vedea la mia beatitu-
dine » ; ^ ed ancora : « io mi dilungava dalla mia
beatitudine »,^ Tutto ciò ch'egli chiede a questa
sua beatitudine è il saluto : '^ un saluto che diventa
1 A proposito della donna della tnente e dell'amor razionale
ved. le belle e concludentissime osservazioni del bravo Renier, nel
suo libro già più volte citato, pag. 108 e sgg.
- Caiiz. Amor che innovi tua virtù dal cielo.
3 Gap. 2.
* Gap. 5.
■> Gap, 9.
•5 Gap. 18.
LA BEATRICE DELLA VITA NUOVA 189
la salute del suo spirito, onde la donna stessa è
chiamata donna della salute. ^ E mirabili in lui
sono gli effetti di quel saluto, anzi non in lui
solo, ma in tutti coloro che la mirano:
Tanto gentile e tanto onesta pare
La donna mia, quand'alia altrui saluta,
Ch'ogni lingua divien tremando muta,
E gli occhi non ardiscon di guardare.
Vede perfettamente ogni salute
Chi la mia donna tra le donne vede
Ov'ella passa ogni uom ver lei si gira
E cui saluta fa tremar lo core .2
Anche la donna di Dante, come quella degli
altri poeti del nuovo stile, ha in sé delF ange-
lico: «Dicevano molti, poiché passata era: que-
sta non é femina, anzi è uno de' bellissimi angeli
del cielo » ; ^ e nei versi :
E par che sia una cosa venuta
Di cielo in terra a miracol mostrare
1 Gap. -3. Cfr. Boehmer, Emendationen v. Conjecturen si'. Dante s
Schriften, ueW Jahrbv.ch der detitschen Bante-Gesellscliaft , I, 387.
- Cfr. col cap. xi. E cfr. poi con la ballata di Lapo Gianni (pag. 14
del presente volume), col sonetto del Frescobaldi (pag. 15), colla
ballata dell' Alfani (pag. 39), col sonetto di Cino (pag. 107).
3 Cap. 26.
190 CAPITOLO IX
Quel ch'ella par quand'un poco sorride,
Non si può dicer né tener a mente,
Si è nuovo miracolo gentile, i
Davanti a lei fuggono tutti i vizi, con lei si
accompagnano tutte le virtù:
Fuggon dinanzi a lei superbia ed ira
La vista sua face ogni cosa umile.
In ogni cosa eh' ella miri s' infonde la sua gen-
tilezza :
Si fa gentil ciò eh" ella mira.
Chi potesse guardarla o diventerebbe nobile
cosa 0 morrebbe:
E qual soffrisse di starla a vedere
Diverria nobil cosa, o si morria.
Il poeta è pieno di paura dinanzi a lei: ella
« volse gli occhi verso quella parte, ov'io era
molto pauroso »;- e sente quel desiderio della
morte che è una delle caratteristiche di tutti i
poeti del nuovo stile:
1 Cfr. con Lapo Gianni (pag. 14); con poesie di Gino (cap. v) e
col Cavalcanti, pagg. lo8, 139.
■' Cap. 3.
LA BEATRICE DELLA VITA NUOVA 191
E spesse fiate pensando la morte
Me ne viene un desio tanto soave
Che mi tramuta lo color del viso.
Morte, assai dolce ti tegno,
Tu dèi omai esser cosa gentile,
Poi che tu se' nella mia donna stata,
E dèi aver pietate e non disdegno.
Vedi che si desideroso vegno
D' esser de' tuoi , eh' io ti somiglio in fede.
Vieni, che '1 cor ti chiede
A noi pare evidente che la donna e 1' amante
sieno qui gli stessi di quelli che abbiamo già ve-
duti indietro. La beatrice di Dante è la beatrice
di Lapo, di Guido, di Gino, ed in questa ugua-
glianza, in questa uniformità di concepimento
artistico sta la prova maggiore della sua non
oggettività.
Ma per Dante le prove sono anche piiì abbon-
danti. Basta leggere, mi pare, la Vita Nuova
senza preconcetti, per accorgersi che la beatrice
è un essere puramente ideale. Non, si badi bene,
un essere allegorico, non la Sapienza, come vo-
leva il Biscioni,^ il cui ragionamento non è poi
da metter tanto in ridicolo, come qualcheduno
ha fatto: non la Monarchia Imperiale del Ros-
setti ; - non l' intelligenza attiva del Perez ; ^ ma
1 Prefazione alPediz. fiorentina del 1723 delle Prose di Dante ecc.
- Il mistero dell' Amor Platonico, Londra, 1840.
3 La Beatrice svelata, Palermo 18G5. Il libro del signor Fran-
192 CAPITOLO IX
la donna; la donna terrena contemplata nelle
più nobili, più alte, più celesti sue qualità; guar-
data coir occhio un po' mistico degli uomini me-
dievali in genere, ed in ispecie di questi Fiorentini
Bianchi della fine del secolo xiii ; la donna ter-
rena che a poco a poco acquista qualche cosa
dell'angiolo; un essere vago, astratto, impalpa-
bile che si concretizza in ogni volto gentile di
bella fanciulla, per tornar poi a sfumare nelle
forme più aeree.
Anche noi moderni abbiamo forse in certi mo-
menti della nostra esistenza provato qualche cosa
di simile. Abbiamo dato vita a un sogno della
nostra mente, abbiamo vagheggiata questa par-
venza come cosa reale, ci siamo affezionati a
questa illusione. Ma quanto più non doverono
esser potenti quei cuori e quelle fantasie medie-
vali neir oggettivare i loro sentimenti ! E la bea-
trice dei poeti del nuovo stile non è appunto altro
che la oggettivazione di una intima e profonda
soggettività. Dicevo che in Dante le prove sono
più abbondanti che negli altri. Esaminiamone al-
cune. È naturale che essendo la donna un'idea-
lità, debba nel poeta esser continuo, incessante
il desiderio di vederla, e penoso, faticoso al suo
spirito il non poterla afferrar mai nella sua con-
cretezza. Ed ecco questo stato ritratto chiara-
cesco Perez giova assai a far conoscere io stato del pensiero nel Me-
dioevo, ma non giova a svelare Beatrice.
LA BEATRICE DELLA VITA NUOVA 193
mente nelle parole: «sì tosto coni' io immagino
la sua mirabil bellezza, sì tosto mi giiigne un
desiderio di vederla, il quale è di tanta vir-
tute, che uccide e distrugge nella mia memoria
ciò che centra lui si potesse levare, e però non
mi ritraggono le passate passioni da cercare la
veduta di costei ».^ Anche prescindendo da quel
bellissimo ed evidentissimo immaginare la sua
bellezza^ come spiegherebbero i difensori della
Beatrice storica quel dire che il desiderio di ve-
dere la donna distrugge nella sua memoria ciò
che si potesse levare contro di lui? Prendereb-
bero essi alla lettera tutto il racconto del cap. 14 ?
Crederebbero realmente che il poeta, anche prima
di vedere Beatrice coli' altre donne, sentisse il
mirabile tremore% Crederebbero ch'egli proprio
avesse « tenuti i piedi in quella parte della vita,
di là dalla quale non si può ire più per intendi-
mento di ritornare » ? Se l'amore di Dante fosso
una realtà , se la Beatrice fosse stata veramente
una fanciulla in carne ed ossa, non avremmo noi
mille ragioni di rimproverare al poeta di non
averci voluto far conoscere, pure scrivendo la
storia del proprio amore, le ragioni di questi
subitanei terrori, di questi ir asfigur amenti, che
appena si potrebbero creder veri in uno spirito mo-
derno, in un contemporaneo del Byron, del Goethe
0 del Leopardi? Perchè, ricordiamocelo bene, noi
1 Gap. 15.
liBTOii. — SI. della Letlerat. Ita!. — Voi IV. 13
194 CAPITOLO IX
siamo alla fine del secolo xiii, siamo in un'età,
nella quale sono ancora compiutamente scono-
sciute le torture del sentimento odierno, le sue
raffinatezze, le sue malattie, il suo stato di orga-
smo continuo. Né varrebbe T opporre che Dante
fu un uomo eccezionale. Eccezionale, in parte, sì;
ma non eccezionale tanto da poter trovare in lui
quello che è proprio d'altre età, da potere in lui
vedere un' anticipazione di quattro o cinque se-
coli. E poi, che forse questo terrore alla vista
della donna amata, questo sentirsi invasi dalla
morte al suo avvicinarsi, è proprio solamente di
Dante? Non l'abbiamo noi notato e fatto rilevare
negli altri poeti della scuola medesima? È dun-
que vero per tutti? No, non è vero, anzi, per
nessuno. 0 piuttosto diciamo che è verità, ma
solo in quanto ci rappresenta il tormento dello
spirito che anela ad una idealità non possibile a
raggiungersi. Prima che la donna reale produca
questi effetti, dovranno passare molte centinaia
d'anni. Al secolo xiii siamo ancora nell'età di
mezzo, nell'età, in cui l'amore reale parlava il
linguaggio del Romanzo della Rosa e ào^ Albata
della Provenza. Al di fuori e al di sopra di ciò
r amore si avvolgeva subito in simboli e s' idea-
lizzava; la donna vera cedeva il posto ad una
astrazione. È questo il carattere di tutta un' epoca.
Non pretendiamo di capovolgere la storia. Arri-
viamo pure fino al punto di dire che forse qual-
che cosa di storico si nasconde nella Vita Nuova ^
LA BEATRICE DELLA VITA NUOVA 195
ma a patto di soggiungere poi subito, col We-
gele, che la verità e ]a poesia vi sono mescolate
in COSI alto grado che è affatto impossibile di
separare V una dall' altra. ^
Intesa beatrice come la donna ideale, anche
qiiéì gabbarsi [altrimenti inesplicabile, strano, di-
sgustante) ch'ella fa dell'innamorato poeta, non
solo s'intende, ma diventa naturalissimo. Non
isfugge essa sempre ad essere vista , afferrata nella
sua realtà? E non è appunto lei che distrugge
ogni pietà negli altri, i quali non possono com-
prendere dove il pensiero del poeta si affisi ? Ecco
perchè 7 vostro gabbo uccide la pietà altrui," ecco
ancora perchè le donne gentili . ... si gabbavano
di me con questa gentilissima.'^ Non aggrottino
le ciglia, in grazia, i difensori della Portinari. ^
• Dante Alighieri's Leben und Werke, Iena, 1874, pag. 110.
Ecco le sue testuali parole: « Nach langer und sorgfàltiger Erwàgung
sind w'ir vielmehr zu der Ueberzeugung gelangt, dass in diesem in
Rede stehenden Verhàltnisse Wahrheit und Dichtung in so hohem
Grade geraischt sind, das es unmòglich ist, sie vollstàndig von einan-
der zu scheiden ».
2 Son. Ciò che m' incontra nella mente, more.
3 Gap. 24.
* Uno de' luoghi della Vita Nuotm, sul quale dì preferenza si fon-
dano i sostenitori della identità tra la Beatrice Dantesca e la figlia
di Folco Portinari, è quello, do\fe è detto « che alquanti peregrini pas-
savano per una via, la quale è quasi in mezzo della cittade, ove nac-
que, vivette e mori la gentilissima donna, e andavano, secondo che
mi parve, molto pensosi» (cap. 41). Il D'Ancona a questo luogo an-
nota: «Le case Portinari erano dove è ora il palazzo Ricciardi, già
Salviati .... in via del Corso, presso il Canto dei Pazzi. Se la Bea-
trice di Dante fosse un simbolo, una astrazione, perchè farla nascere,
vivere e morire in quella via del Corso, che è proprio in m,ezzo
196 CAPITOLO IX
Quelle donne, concediamolo, possono essere sto-
riche. Ma nulla vieta di credere che là, appunto,
là in mezzo ad una festa, dove molte belle e gen-
tili donne son convenute, la bellissima figlia del
suo pensiero apparisse a Dante, e ch'egli la sen-
tisse avvicinarsi nel cuor suo. Nulla vieta che noi
intendiamo che il poeta fìnga che con lei parlas-
sero le altre donne, ognuna delle quali aveva di
lei una particella in sé. Precisamente, la vista
delle altre donne, in mezzo alle quali si trova
Dante, fa sorgere l'immagine dell'alta donna, alla
quale egli aspira, e che non trova compiuta in
nessuna di quelle che lo circondano. Quindi il
tramortire, quindi l'ebrietà del gran tremore,
quindi lo sforzo affannoso, che incessantemente
si ripete, di vederla, e l'angoscia di non poterla
veder mai, e il cuore che gli trema appena alza
gli occhi per guardar lei, la quale non esiste che
dentro alla sua mente, alla sua fantasia, al suo
spirito :
Spesse fiate venemi alla mente
L'oscura qualità ch'Amor mi clona;
E vienmene pietà sì, che sovente
Io dico: ahi lasso! avvien egli a persona?
della cittade, anzi la taglia per traverso da un capo all'altro, e dove
appunto nacque, visse e morì la figlia di messer Folco Portinari e
di Madonna Gilia Caponsacchi ? » (Ediz. Vita Nuova, pag. 124). Per-
metta il mio acuto amico ch'io risponda alla sua interrogazione due
cose. La prima, che V ove nacque ecc. si riferisce alla cittade e non
alla via. La seconda, che la figlia di Folco Portinari e di Gilia Ca-
LA BEATRICE DELLA VITA NUOVA 197
Ch' amor m' assale subitanamente
Sì, che la vita quasi m'abbandona;
Campami un spirto vivo solamente,
E quei riman, perchè di voi ragiona.
Poscia mi sforzo, che mi voglio aitare:
E così smorto e d' ogni valor vóto
Vegno a vedervi, credendo guarire:
E se io levo gli occhi per guardare ,
Nel cor mi si comincia uno tremoto,
Che fa da' polsi l'anima partire.
Se noi teniamo la beatrice come la donna
ideale, intendiamo subito quelle parole di Dante
(altrimenti molto astruse), nelle quali egli vuole
identificare Beatrice e l'Amore: « Chi volesse sot-
tilmente considerare, quella Beatrice chiamerebbe
Amore, per molta somiglianza che ha meco ». ^
Beatrice infatti non è per il poeta che un'idea,
che un sentimento, che un'astrattezza, com'è
l'Amore, personificato anch'esso da Dante, ma
la cui persona non è visibile che dagli occhi della
mente. Beatrice è la donna che bea, che inna-
mora, è l'amore del poeta, e sta bene che delle
due idealità ne sia fatta una sola. Ed ecco an-
cora che noi comprendiamo la ragione, per la
quale Dante dice: quando gli amici mi domanda-
ponsacchi andò «moglie di un cavaliere de'Bardi, chiamato messer
Simone » (Boccaccio, comm. al e. ii). Come dunque potè ella nascere,
vivere e morire in casa dei Portinari ? Che vi nascesse sta bene, ma
che vi vivesse poi tutta la sua vita e vi morisse, non sembra possi-
bile, se pur non si giunga a provare che messer Simone andò a moglie.
1 Cap. 24.
198 CAPITOLO IX
vano: « per cui t'ha così distrutto questo Amore?
ed io sorridendo li guardava, e nulla diceo loro ».^
Perchè quel silenzio? e perchè quel sorriso? È
chiaro. Dante non poteva dire per chi l'Amore
l'avesse distrutto, e sorrideva al pensiero ch'essi
fantasticassero di una vera e propria persona. Si
ponga ben mente a quella frase: sorridendo li
guardava: e' è lo stupore, c'è la meraviglia, e' è
il compatimento per essi che non potevano com-
prendere il secreto del suo spirito. Perchè avrebbe
Dante sorriso, se si fosse trattato di un amore
per una donna reale ? Che ragione e' era di sor-
ridere ad una così naturale domanda degli amici ?
Evidente è pure, secondo il nostro concetto,
che Dante ci dica che Beatrice « nen pare figliuola
d' uomo mortale, ma di Dio » ; ^ e che ella sia chia-
mata « distruggitrice di tutti i vizi e regina delle
virtù »;^ ed ancora che Dante scriva che l'im-
magine di lei fosse « di sì nobile virtù che nulla
volta sofferse che Amore mi reggesse senza il
fedel consiglio della ragione ».^
Abbiamo poi nella Vita Nuova un passo, sul
quale io richiamo la speciale attenzione dei let-
tori. Annunziata la morte di Beatrice,^ Dante
soggiunge : « forse piacerebbe al presente trattare
1 Gap. 4.
2 Cap. 2.
3 Cap. 10.
* Cap. 2.
5 Cap. 29.
LA BEATRICE DELLA VITA NUOVA 199
alquanto della sua 'partita da noi » ; ma egli non
vuol farlo per più ragioni, e tra le altre per que-
sta: «non è convenevole a me trattare di ciò,
per quello che, trattando, mi converrebbe essere
lodatore di me medesimo (la qual cosa è al po-
stutto biasimevole a chi '1 fa), e però lascio cotale
trattato ad altro chiosatore ». Queste parole o
sono state commentate nel modo più superficiale
ed assurdo,^ o è stato dichiarato che non s'in-
tendono. Il dotto e venerando Carlo Witte dice
a questo luogo: « Quale sia la ragione, per cui
Fautore non abbia potuto trattare della partita
di Beatrice senza essere lodatore di sé medesimo,
non saprei indovinare , né trovo che altri sia stato
più felice». -Il Torri scrive: « Veramente riesce
difficile il comprendere siffatta proposizione ».^
Il D'Ancona: « io confesso di non intenderci
nulla». "^11 fatto è abbastanza singolare; che in
un libro come quello della Vita Nuova ^ studiato
e ristudiato, analizzato, sottoposto alle indagini
più minute da dotti italiani e da dotti stranieri,
s' abbia da trovare un luogo che resiste ad ogni
ragionevole interpetrazione , che non offre nep-
pure il campo a qualche congettura. E pure è
così, né potrebbe essere altrimenti, finché si vo-
1 Ved. ediz. Fraticelli.
- Ediz. della Vita Nuova, pag. 86.
3 Ediz. della Vita Nuova, pag. 64.
* Ediz. della Vita Nuova, pag. 112.
200 CAPITOLO IX
glia attribuire alla Beatrice una esistenza ogget-
tiva. Come, infatti, è egli possibile che il parlare
della morte della Porti nari (della sua partita da
noi) ridondi in lode di Dante? Si capisce che i
pili acuti ingegni, che i piìi profondi conoscitori
delle opere dantesche abbiano dovuto onesta-
mente confessare che quelle parole sono indeci-
frabili. Ma ben altrimenti va la cosa se noi con-
sideriamo la beatrice come la donna ideale , come
un essere contemplato dal poeta nei fremiti della
sua fantasia, ma che non ha un' esistenza a sé,
che non vive al di fuori di lui. La morte della
beatrice allora accade dentro lo spirito del poeta,
non è la morte di una persona, ma di un'idea.
E se noi trovassimo che un nuovo amore inva-
desse quell'anima, un amore che non avesse nep-
pur r apparenza di essere rivolto a cosa umana
e terrena; se noi potessimo quasi assistere alle
battaglie sostenute dall' uomo per ispogliarsi della
vecchia adorata immagine della sua giovinezza,
allora ci sarebbe agevole intendere, perchè il trat-
tare della 'partita di quell' immagine idoleggiata
nei sogni dell'età giovanile sarebbe un lodare
sé stesso. Sarebbe, cioè, un dover dire tutte le
lunghe pene, gl'intimi e segreti sforzi sostenuti
dal suo spirito per allontanarsi dall' amore umano
che lo beava, e addirsi al nuovo amore della
scienza. Sarebbe un dover narrare quanto amaro
riuscisse al cuor suo distaccarsi dal fantasma
€antato nelle dolci rime dell'età più bella, per
LA BEATRICE DELLA VITA NUOVA 201
isprofondarsi nelle ardue e severe meditazioni fi-
losofiche.
Ma lo abbiamo noi questo nuovo amore di
Dante? Esiste nella Vita Nuova la storia di que-
sto passaggio dalla donna ideale, dalla giovanile
beatrice all'austera filosofia? È quello che ve-
dremo tra poco.
203
CAPITOLO X
ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
E LA DONNA PIETOSA
La Vita Nuova ha una prima parte che ab-
braccia diciassette capitoli e dieci poesie/ cioè
sette sonetti, un sonetto rinterzato - e due bal-
late. Queste poesie hanno un carattere speciale,
che può compendiarsi dicendo che esse tengono
assai delle scuole poetiche precedenti.^ Il poeta
« dissimula V esiguità del concetto col cerimo-
niale della forma, col linguaggio consuetudina-
rio delle corti e del codice d'amore, co' fioretti
dello stile ch'era allora di moda».'* Quanto al
1 Cfr. la divisione del Witte, quella del D'Ancona, e quella dello
Scartazzini , in Dante Alighieri, scine Zeit, sein Leben k. seine Werke,
V. Buch, cap. II.
2 Per giudicare del valore del Fraticelli, che osava farsi pubbli-
catore delle Liriche di Dante, si legga la nota eh' egli pone al sonetto
rinterzato: 0 voi, che per la via d'amor passate, ediz. Barbèra, 1873.
pag. 58.
3 Ved. il bel lavoro del Carducci, Delle Rime di Dante Alighieri,
negli Studi Letterari, Livorno, 1874, pag. 164; e la nota del D' An-
CONA, nell'ediz. della Vita Nuova, pag. 91.
4 Carducci, op. cit.
204 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
racconto , noi abbiamo qui la Beatrice nella sua
forma piìi umana; assistiamo cioè allo sforzo
che fa il poeta per realizzare la donna, per po-
terla vedere concreta, per ottenerne un tenue
segno di corrispondenza, il saluto. L'anima del-
l'uomo, innamorato di una visione ideale, sembra
qui agitarsi nel dubbio tormentoso se quella vi-
sione sia tutta un sogno o non abbia in se qual-
che cosa di reale. Ne sarebbe impossibile il sup-
porre che a quando a quando quella visione
prendesse le forme di qualche fanciulla, diven-
tasse per un istante realtà su qualche volto fem-
minile. Ma, se anche vero, ciò non avrebbe
importanza. La Beatrice resterebbe sempre il fan-
tasma e non la donna di carne. La Vita Nuova
non fu scritta per raccontarci la storia di un
amore. Essa non è un diario di ciò che accadeva
a Dante giorno per giorno, ma è composta tutta
con un alto e ben diverso intendimento. Per ora
intanto si ponga attenzione a questo: perchè
quando Amore ebbe pasciuta Beatrice del cuore
di Dante, cominciò egli a piangere e si alzò verso
il cielo? «Appresso ciò, poco dimorava che la
sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e
così piangendo si ricogliea questa donna nelle sue
braccia e con essa mi parea che se ne gisse verso
il cielo ».^ Perchè fin d'allora Amore sapeva che
la Beatrice terrena in breve sarebbe morta, per
1 Gap. 3.
E LA DONNA PIETOSA ■ 205
risorgere poi trasfigurata in Beatrice celeste. Ecco
la ragione delle lacrime; ecco la ragione dello'
slanciarsi con essa verso il cielo. Ed ecco intanto
la prima visione della Vita Nuova ricollegarsi
coir ultima. Noi abbiamo così un primo fatto che ci
prova il compiuto organismo del libro. Può essere
vero che Dante abbia scritto a diciotto anni il so-
netto : A ciascun' alma presa e gentil core. Certo
in questa, come nelle nove poesie che seguono,
c'è molto del giovanile, c'è, lo abbiamo già detto,
molta incertezza rispetto all'arte; ma il commenta-
rio in prosa è sicuramente posteriore, e l'ultimo
verso del sonetto può essere stato rifatto dopo.
Col capitolo XVIII comincia una seconda parte ,
la quale contiene, come Dante stesso dice, « ma-
teria nuova e più nobile che la passata ».^ Io
chiamerei questa parte: il principio delV india-
mento. Qui già ci apparisce un compiuto acquie-
tamento dello spirito, cessa ogni attinenza tra la
donna e il poeta; il primo pensiero di porla in
cielo, di farne la Beatrice celeste della Divina
Commedia è già qui, quasi al principio della
Vita Nuova. Non più desiderio di saluto, non
più speranza di ricambio d'amore, ma solamente
inno di lode all' essere che sta già per trasuma-
narsi. Gli angeli la chiedono a Dio :
Angelo chiama in divino intelletto
E dice: Sire, nel mondo si vede
1 Gap. 17.
206 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
Meraviglia nell' atto, che procede
Da un' anima che fin quassù risplende.
Lo cielo che non have altro difetto
Che d'aver lei, al suo Signor la chiede,
E ciascun santo ne chiede mercede
E Dio rispondo che aspettino, fin che piace
a lui; che soifrano in pace eh" ella resti ancora
là, dove e' è alcuno che prevede la sua morte
vicina^ e che dirà un giorno ai dannati di aver
visto questa speranza del cielo:
Diletti miei, or sofferite in pace
Che vostra speme sia quanto mi piace
Là, ov'è alcun che perder lei s'attende,
E che dirà nell' Inferno a' malnati :
Io vidi la speranza de' beati.
È chiaro, dunque: nel pensiero di Dante,
Beatrice deve morire; e fin d'ora, cioè al prin-
cipio della nuova maniera lirica del poeta, è an-
nunziato il suo viaggio di oltretomba. Ed ecco
così un nuovo legame colla visione finale della
Vita Nuova, il quale sempre meglio ci prova
che i fatti non sono narrati secondo la loro suc-
cessione, ma che sono disposti secondo un pre-
concetto disegno. Altra prova ancora: se Dante
nella grande Canzone che inizia la sua lirica tra-
scendente, accenna già alla previsione della morte
di Beatrice, il cap. xxiii del libro parrebbe fuori
di luogo. E sarebbe efiettivamente fuori di luogo,
E LA DONNA PIETOSA 207
sei' Alighieri avesse voluto farci un racconto or-
dinato cronologicamente. Ma la cronologia è, io
credo, un sogno di noi moderni. Dante ha voluto
rappresentarci la storia del suo pensiero giova-
nile. La donna ideale terrena, vagheggiata prima,
si va lentamente trasformando. Bisognava spie-
gare come nella sua mente fosse sorta la nuova
immagine della donna che prende già le forme
dell'angelo, ma non è trasumanata ancora; biso-
gnava fare intendere come si operasse questo
lento e graduale trasumanamento, sul quale s'im-
pernia (mi si conceda questa brutta parola) tutta
la parte migliore, più solenne, più nuova della
sua lirica. La canzone: Donne eh' ariete intelletto
d'amore è come la introduzione generale alla
parte della Vita Nuova che precede la morte di
Beatrice. In questa parte la donna è diventata
angiolo, il sentimento del poeta ha del mistico;
la poesia, come ha detto magistralmente il Car-
ducci,^ è « leggiera, volatile, aerea », pare « un
inno eucaristico ».- Dante è qui novatore com-
pleto? Questa rappresentazione della donna, già
fatta quasi simile agli angeli, questo amore, già
diventato un'adorazione, è cosa tutta propria di
lui? E egli il primo ad introdurre questo nuovo
elemento della misticità nella lirica? Non mi pare.
Il nuovo stile abbraccia tutto un periodo storico,
ed i suoi principali rappresentanti sono, come
1 Op. cit., pag. 174.
2 Ivi, pag. 205.
208 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
già sappiamo, oltre Dante, Gino e Guido Caval-
canti. E per il Cavalcanti abbiamo una testimo-
nianza chiara e preziosa nella stessa Vita Nuova.
Si osservi bene : Dante ha la visione della morte
della sua donna. Rileggiamo quei versi divini :
Mentr'io pensava la mia frale vita
E vedea '1 suo durar com'è leggiero,
Piansemi Amor nel core, ove dimora:
Per che l'anima mia fu sì smarrita,
Che sospirando dicea nel pensiero:
Ben converrà che la mia donna mora.
Io presi tanto smarrimento allora.
Ch'io chiusi gli occhi vilmente gravati;
Ed eran si smagati
Gli spirti miei, che ciascun giva errando.
E poscia imaginando,
Di conoscenza e di verità fuora.
Visi di donne m'apparver crucciati,
Che mi dicean pur: Morra' ti, morra' ti.
Poi vidi cose dubitose molte
Nel vano immaginare, ov'io entrai:
Ed esser mi parca non so in qual loco,
E veder donne andar per via disciolte,
Qual lagrimando, e qual traendo guai.
Che di tristizia saettavan foco.
Poi mi parve vedere appoco appoco
Turbar lo sole ed apparir la stella,
E pianger egli ed ella;
Cader gli augelli volando per Fa' re,
E la terra tremare;
Ed uom m'apparve scolorito e fioco,
Dicendomi: Che fai? non sai novella?
Morta è la donna tua, ch'era sì bella.
E LA DONNA PIETOSA 209
Levava gli occhi miei bagnati in pianti,
E vedea (che parean pioggia di manna),
Gli angeli che tornavan suso in cielo,
Ed una nuvoletta avean davanti.
Dopo la qual canta van tutti: Osanna;
E s'altro avesser detto, a voi dire' lo.
Allor diceva Amor: Più non ti celo;
Vieni a veder nostra donna che giace.
L'imaginar fallace
Mi condusse a veder mia donna morta;
E quando 1' ebbi scorta,
Vedea che donne la covrian d'un velo;
Ed avea seco umiltà sì verace,
Che parca che dicesse: Io sono in pace.
Io diveniva nel dolor sì umile,
Veggendo in lei tanta umiltà formata.
Ch'io dicea: Morte, assai dolce ti tegno;
Tu dèi ornai esser cosa gentile,
Poiché tu se' nella mia donna stata,
E dèi aver piotate, e non disdegno.
Vedi che sì desideroso vegno
D'esser de' suoi, ch'io ti somiglio in fede.
Vieni, che '1 cor ti chiede.
Poi mi partia, consumato ogni duolo;
E quando io era solo,
Dicea, guardando verso l'alto regno:
Beato, anima bella, chi ti vede!
Voi mi chiamaste allor, vostra mercede.
La Beatrice angiolo sta dunque per morire.
Ma prima ch'ella muoia, prima che si chiuda il
secondo periodo dell'arte dantesca, prima che
venga in iscena la terza figura di donna, che
precede la Beatrice della Divina Commedia, si
deve render giustizia all'uomo, al quale, non.
Bartoli. — St. della Letterat. Ital. — Voi. IV. 14
210 CAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
senza alta ragione, è indirizzata la Vita Nuova -^
si deve, con uno dei soliti mezzi che paiono con-
naturati alla mente di Dante, fare intendere che
esiste una fratellanza artistica tra lui e il suo
primo amico, e che anzi Guido fu, come lirico,
precursore dell'Alighieri. Ecco, così, la visione,
dove Giovanna o Primavera precede Beatrice; ^
ed ecco la spiegazione di quella apparente stra-
nezza di dare V etimologia dei due nomi. Non
trascurabile poi mi sembra un' altra osservazione.
Dice Dante di aver mandato in questa occasione
al Cavalcanti il sonetto : Io mi sentii svegliar den-
tro allo core, « tacendo certe parole, le quali pa-
reano da tacere ». Crede il Carducci - che le parole
da tacere fossero « che Giovanna si sopracchia-
masse Primavera solo come pronunzia del venir di
Beatrice; che sarebbe stato un darle una condi-
zione inferiore, rispetto a Beatrice, di bellezza e di
amore, e non sarebbe stato gentile verso essa
Giovanna e il suo poeta ». Ma, mi scusi il dotto
e carissimo scrittore, o non è anche del nome
di Giovanna data la spiegazione medesima ? « E
se anco vuoli considerare lo primo nome suo,
tanto è quanto dire Primavera, perchè lo suo
nome Giovanna è da quel Giovanni, lo quale pre-
cedette la verace luce ». Dicasi dunque piuttosto
che le parole da tacere erano che Giovanna o
1 Cap. 24. Cfr. Ruth, Studien ilber D. A., ehi Beitrag zum Ver-
stdndniss der Gòtt. Kom., Tùbingen, 1853.
- Vita Nuova ediz. D'Ancona, pag. 104.
E LA DONNA PIETOSA 211
Primavera si chiamassero cosi, come annunzia-
trici di Beatrice; ma in tal caso non si ometta
di notare una frase molto importante : Giovanna
è chiamata da quel Giovanni, lo quale precedette
la verace luce. Chi non intenderà che la verace
luce non sia V Alighieri stesso ? Quale altro senso
fuori di questo potrebbe avere il ricollegamento
di Giovanna, che precede Beatrice, a Giovanni?
E così sembra venire confermata T interpetrazione
di tutta quella visione del cap. xxiv.
Ma se questa interpetrazione è giusta, se ne
ricava pure qualche altra cosa di molta importanza.
Sarebbe, pare, assai difficile supporre che Dante,
il quale tacque nel sonetto certe jpar ole , le quali
pareano da tacere, le dicesse poi chiarissime
nella prosa che scrisse per commento al sonetto.
Se quelle parole potevano sembrare poco gentili
al Cavalcanti, dette in rima, erano forse più
gentili in prosa? Verrebbe da ciò a dedursi che
quando Dante ordinò le rime della Vita Nuova
e scrisse il commento, il Cavalcanti doveva esser
morto. Né a questa ipotesi fanno assoluto osta-
colo, se non c'inganniamo, altri luoghi dell'opera,
dove si allude al Cavalcanti medesimo.
Il dire di Guido: « quegli, cui io chiamo
primo de' miei amici » ,^ non implica che Guido
t'osse vivo. Si può intendere: quegli, cui io seguito
a chiamare, perchè la morte non rompe gli aifetti
1 Cap. 3.
212 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
profondi, ma sembra anzi rafforzarli. Del pari
nell'altro luogo: « e simile intenzione so che ebbe
questo mio amico, a cui ciò scrivo, cioè ch'io
gli scrivessi solamente in volgare » ,^ le parole a
cui ciò scrivo possono valere: a cui dirigo, alla cui
memoria indirizzo, tanto piiì se si consideri che,
vivente Guido, Dante non avrebbe forse detto:
« e simile intenzione so che ebbe » , ma piuttosto :
e simile intenzione so che ha. Ora dunque, poi-
ché la data della morte del Cavalcanti ci è nota,
e sappiamo essere il 27 o 28 di agosto del 1300, -
verrebbe ad essere protratta a quel tempo la com-
posizione della parte prosastica della Vita Nuova,
e la compilazione del libro, quale oggi noi lo
possediamo. Ciò starebbe anche bene in relazione
coir accenno ai pellegrini, che andavano a Roma
per il Giubbileo del 1300.^ Ma c'è una difficoltà
grave. Altrove, pure alludendo al Cavalcanti,
dice Dante: «E questo mio primo amico ed io
ne sapemo bene di quelli che cosi rimano stol-
tamente ».'* Qui le parole non si prestano in nes-
suna guisa ad intendere che il Cavalcanti fosse
morto. Che concludere adunque? Forse che Dante
rimise mano posteriormente al suo libro? Noi non
sappiamo risolvere il grave dubbio. Ci basti in-
tanto di averlo cosi fugacemente accennato.
1 Gap. 31.
2 Ved. Del Lungo, Dino Compagni e la sua Cronica, II, pag. 98
3 Gap. 41.
4 Gap. 25.
E LA DONNA PIETOSA 213
Alla seconda parte della Vita Nuova, dov'è,
dicevamo, un principio di apoteosi di Beatrice,
divenuta la donna angiolo, segue la parte terza,
la morte. Qui le qualità divine della donna acqui-
stano maggiore intensità. Se prima il cielo la
desiderava, ora la possiede:
Ita n'è Beatrice in l'alto cielo,
Nel reame, ove gli angeli hanno pace,
E sta con loro, e voi, donne, ha lasciate.
Essa non ha più nulla di comune colle donne
terrene : allusione Ijella ed evidente alla Beatrice
della prima parte, che, rimanendo bensì separata
dalle altre donne, per ragione della sua idealità,
qualche cosa però dell' umano avea sempre. Ora-
mai r umano è cessato ; ma non è cessato per
nessuna ragione fìsica:
Non la ci tolse qualità di gelo.
Né di calor, sì come l'altra face.
Potrebbe forse desiderarsi più solenne dichia-
razione di questa, più chiara attestazione che la
morte di Beatrice è una morte, direi, tutta spi-
rituale, accaduta solamente dentro l'anima del
poeta? E si faccia bene attenzione a quello che
segue :
.... luce della sua umilitate
Passò li cieli con tanta virtute.
Che fé' meravigliar l'eterno Sire,
Sì che dolce desire
214 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
Lo giunse di chiamar tanta salute,
E fella di quaggiuso a sé venire,
Perchè vedea eh' està vita noiosa
Non era degna di sì gentil cosa.
E avverata cosi la prima visione della Vita
Nuova, di Amoro che si porta Beatrice verso il
cielo; è compito il desiderio degli angeli.
Madonna è desiata in l'alto cielo,
dice la canzone con cui principia F indiamento.
Ita n'è Beatrice in l'alto cielo,
dice la canzone con cui T indiamento si compie.
Ora non resta che il pianto; un breve pianto
dell'uomo, che invoca la morte;
Che va chiamando morte tuttavia;
e poi, subito, un trapassamento improvviso ad
altra materia.
Ci comparisce davanti una figura nuova di
donna. ^ Che cosa significa essa? Dobbiamo noi
prendere alla lettera il racconto del nuovo amore
di Dante, per la « gentil donna giovane e bella »
.... che « si facea d' una vista pietosa e d' un
color pallido »?- A me dispiace assai di essere
discorde dai più insigni scrittori che abbiano par-
lato della donna pietosa. Il prof. Witte scrive
» Gap. 36.
» Gapp. 36, 37.
E LA DONNA PIETOSA 215
infatti: « Quanto più si considera tutto quell'epi-
sodio della Donna gentile, quale lo leggiamo
nella Vita Nuova ^ tanto più. il lettore resta con-
vinto, che vi si tratta di donna vera, di qual-
che bella Fiorentina, la cui compassione commo-
veva, almeno di passaggio, l'autore, fino a far
nascere in lui un nuovo amore, sottentrante in
luogo di quello per la sua Beatrice ».^ Anche per
il Wegele - non può esservi dubbio che non si
tratti di una donna reale. Il Carducci ^ ed il
D'Ancona'* tengono l'opinione stessa. Mi duole,
ripeto, di dovermi dipartire da tanto autorevole
uniformità di opinione. Ma, qualunque possa es-
sere il suo valore, io non mi tratterrò da esporre
il mio parere.
È noto che della Donna pietosa della Vita
Nuova si riparla nel Convito. Ivi si legge: « Co-
minciando adunque, dico che la Stella di Venere
due fiate era rivolta in quello suo cerchio che
la fa parere serotina e mattutina, secondo i due
diversi tempi, appresso lo trapassamento di quella
Beatrice beata, che vive in cielo con gli angioli,
e in terra colla mia anima, quando c^neWa. gentil
Donna., di cui feci menzione nella fine della
Vita Nuova, apparve primamente accompagnata
1 Ediz. della Vita Xìiova, Prolegomeni, pag. x.
^ Op. cit. , pag. 201 « wirkiichen Frau ».
3 Op. cit., pag. 213, 14, 15.
* La Beatrice ecc., pag. xxxvi sgg. Cfr. anche Ruth, op. cit.,
pag. 96.
216 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
d'Amore agli occhi miei, e prese alcuno luogo
nella mia mente ».^ Ed altrove: « . . . . Come per
me fu perduto il primo diletto della mia anima,
della quale fatto è menzione di sopra, io rimasi
di tanta tristizia punto, che alcuno conforto non
mi valea. Tuttavia, dopo alquanto tempo, la mia
mente, che s'argomentava di sanare, provvide
(poiché ne il mio né l'altrui consolare valea)
ritornare al modo che alcuno sconsolato avea
tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello,
non conosciuto da molti, Libro di Boezio, nel
quale, cattivo e discacciato, consolato s' avea. E
udendo ancora che Tullio scritto avea un altro
libro, nel quale, trattando deW Amistà, avea toc-
cate parole della consolazione di Lelio, uomo ec-
cellentissimo, nella morte di Scipione amico suo,
misimi a leggere quello. E avvegnaché duro mi
fosse prima entrare nella loro sentenza, final-
mente v' entrai tant' entro , quanto l' arte di Gra-
matica ch'io avea e un poco di mio ingegno
potea fare; per lo quale ingegno molte cose,
quasi come sognando già vedea; siccome nella
Vìia Nuova si può vedere. E siccome esser suole,
che l'uomo va cercando argento, e fuori della
intenzione trova oro, lo quale occulta cagione
presenta, non forse senza divino imperio; io, che
cercava di consolare me, trovai non solamente
1 Tratt. II, cap. ii.
E LA DONNA PIETOSA 217
alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d'Autori
e di Scienze e di Libri; li quali considerando,
giudicava bene che la Filosofìa, che era donna
di questi autori, di queste scienze e di questi
libri, fosse somma cosa. E immaginava lei fatta
come una Donna gentile ; e non la potea imma-
ginare in atto alcuno, se non misericordioso: per
che sì volentieri lo pensiero la mirava, che ap-
pena lo potea volgere da quello ». ^
Noi abbiamo dunque nelle citate parole una
esplicita e formale attestazione di Dante stesso :
la Donna gentile e 'pietosa della Vita Nuova es-
sere la Filosofìa. Può darsi eh' egli abbia men-
tito? E perchè avrebbe mentito? Il D'Ancona ^ ne
trova la ragione in quelle parole del Convito :
« . . . . Pensai che da molti di retro da me forse
sarei stato ripreso di levezza d' animo , udendo
me essere dal primo Amore mutato. Per che, a
tórre via questa riprensione, nullo migliore argo-
mento era, che dire qual' era quella Donna che
m'avea mutato ».^ E cosi ragiona: « Gettato fuori
del seno dolcissimo della patria Firenze, ito pe-
regrino quasi mendicando per tutte le parti d'Ita-
lia, egli aveva mostrato le piaghe della fortuna
spietata, e vile era apparso, secondo sembrava-
gli, agli occhi di molti che forse per alcuna fama
• Tratt. II, cap. xiii.
2 Op. cit. , pag. xLix.
3 Tratt. Ili, cap. i.
218 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
in altra forma lo avevano immaginato. Ma quel
che più lo aveva gravato di insopportabile peso,
era stata la compagnia malvagia e scempia, colla
quale aveva dovuto trovarsi nella trista valle del-
l'esilio. La stessa sua condizione di esule il condu-
ceva ad aver parte nei consigli politici e guerreschi
dei fuorusciti. Misto ad ambiziosi e faccendieri,
de' quali ogni setta abbonda e che più mirano
air utile e alla cupidigia propria che al bene co-
mune. Dante ben sentiva quanto egli era da più
di cotesto volgo riottoso ed ebro. Ma per poter
procacciarsi autorità sulla sua parte, e smasche-
rare le violenze, le avventataggini, le borie dei
compagni d' esilio, per dimostrarsi, qua! era, nu-
drito il petto del cibo della scienza, quali prove
avrebbe egli potuto addurre nella sua vita ante-
riore ? La Divina Commedia non era ancora com-
piuta, e solo eran divulgate le liriche d'amore e
la Vita Nuova. A lui, consigliere di guerra e di
politica , suasore di partiti temperati e savj , Lapo
Salterelli, Ciolo e' lor pari avrebber potuto di-
mandare- con amaro sogghigno, se egli avesse
appreso a fare il capo di parte tremando alla pre-
senza di una fanciulla; se fosse divenuto esperto
neir arte di stato studiando nelle rime di Guido
Guinicelli, anziché in Aristotile o in San Tom-
maso; se di destrezza avesse dato saggio in un
infelice priorato ed in una ambascerìa che era
riuscita un tranello, nel quale incautamente aveva
posto il piede. Avveduto politico, uomo saldo e
E LA DONNA PIETOSA 219
costante di animo, degno di esser consigliere e
capo agli esuli, lui che nuli' altro avea fatto se
non rime di amore, nelle quali, prima avea va-
neggiato per una fanciulla chiamandola miracolo,
poi per un'altra donna, per finir colle lodi di
una terza che mal si poteva intendere chi fosse !
Occorreva che Dante per non apparir contennendo
agli occhi di quanti per la prima volta lo vede-
vano, si togliesse di dosso la taccia almeno di
levità d'animo. « Temo, ei scrive, la infamia di
tanta passione aver seguita quanta concepe chi
legge le sopranominate Canzoni, in me avere si-
gnoreggiata: la quale infamia si cessa per lo
presente di me parlare, interamente, lo quale
mostra che non passione, ma virtù sia stata la
movente cagione. » Dell' affetto per Beatrice non
volea scusarsi, che il cuore glie lo vietava: e di
qui la dichiarazione di non voler derogare alla
Vita Nuova, sinché non giungesse il momento
in cui, maturato alfine in mente l'alto concetto,
potesse chiarire chi e quale per lui fosse la donna
rimpianta. E poi, di che avrebbe egli intanto do-
vuto giustificarsi, se 1' aifetto suo già era descritto
così scevro d' ogni pensiero men che nobile e
puro? Doveva bensì, o parevagli dover spiegare
manifestamente chi fosse stata la gentil donna
pietosa, chi l' altra, alla quale eran rivolte le rime
faticose e forti; e, destramente, di due fece una,
sicché potè chiamare nobilissimo queir amore che
già vilissimo aveva denominato. Per tal modo ei
220 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
raggiungeva due fini : sopprimeva un episodio che
gli era doloroso, e mostrava quant'alto fosse stato
r oggetto del suo amore. Certo la immaginazione
accresceva in lui quel timore di viltà e di infamia,
in che parevagli esser caduto; ma la sua dichia-
razione di un solo amore di così eccelsa natura
gli dava vendetta allegra contro i suoi malevoli,
e lo rendeva degno di osservanza presso coloro,
fra cui menava errabonda la vita. E meditò quindi
il Convito, dettandone intanto la prefazione, nella
quale si difende sempre e per mille modi contro
i suoi nemici, che lo dicevano anche indòtto,
perchè adoperava il volgare anziché il latino;
sicché pur dello scrivere italiano è costretto a
dire, e a fieramente sostenere, le ragioni. E poi
dispose e pensò la materia dell'opera in modo
che tutta quanta fosse a lui di apologia contro
le varie accuse; e usando un più alto stile, e
dando ad esso un poco di gravezza e di diffi-
coltà, volle che agli occhi del mondo, il quale
mal lo conosceva, ed egli stesso e le cose sue
insieme di maggior pregio apparissero ».
Accusar Dante di avere, per un fine politico,
destramente mentito, a me, non malato di Dan-
tolatria, par cosa enormemente grave. Ma pre-
scindiamo pure da questo argomento, che può
anche non avere nessun valore. La Vita Nuova
quando fu scritta? Sicuramente dopo il 1300,
nella sua parte prosastica, se si ha un'allusione
certa ai pellegrini che si recavano a Roma in quel-
E LA DONNA PIETOSA 221
ranno.^ Ora è da ricordare che la vita politica
di Dante comincia nel 1296; che nel 99 egli andò
ambasciatore a San Giraignano; che nel 1300
fece parte del governo della Repubblica. E come?
un tale uomo, assunto già ai sommi onori nella
sua patria, avrebbe leggermente narrato un epi-
sodio della sua vita giovanile, del quale poteva
poi vergognarsi? Ma chi sa, sento rispondermi,
se i paragrafi della Donna pietosa furono scritti
nel 300. Potevano anche essere stati scritti prima.
E sia pure. Almeno si dovrà concederci che sola-
mente dopo il 1300 la Vita Nuova fu pubblicata.
E, pubblicandola, non poteva Dante resecarne
tutto quello che a lui piacesse? non poteva acco-
modare, mutare, correggere come meglio gli ta-
lentasse? Ed il Convito quando fu scritto? Conce-
diamo pure che abbiano torto quelli che assegnano
a quel Trattato ii, nel quale appunto si leggono
le parole relative alla Donna pietosa, un tempo
anteriore all'esilio. Accettiamo per tutto il Con-
vito la data approssimativa del Wegele, dal 1306
al 1308.- Ebbene? Non è forse oggi provato che
a quel tempo Dante s' era affatto separato dai
fuorusciti ? ^ E doveva aspettare a sentire allora
il bisogno di giustificarsi? Che Dante fosse già
considerato come uno de' principali tra i fuoru-
1 Ved. LuBiN, Intorno all' epoca della Vita Nuova, Gratz, 1862,
■pag. 27.
2 Op. cit, pag. 195-96.
3 Del Lungo, op. cit., II, 581.
222 CAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
sciti stessi non è dimostrato dall' atto di San Go-
denzio del 1302 ? * E quattro, cinque, sei anni dopo
doveva pronunziare una solenne menzogna per gra-
dire ai suoi compagni d'esilio, che tanto disprez-
zava? Ma poi, ad ogni modo, non aveva forse
Dante da ricordare a « Lapo Salterelli, a Ciolo e
a'ior pari » qualche cosa di meglio dei suoi amori
giovanili? Non aveva Campaldino, il Priorato,
le Ambascerie, le guerre Magellano? Non aveva,
più che tutto , la sua coscienza di uomo grande ?
È ella una tempra di carattere quella di Dante,
da poter credere che. per piacere alla compagnia
malvagia e scempia'^ si sarebbe piegato alla men-
zogna? Oltre di che, come al solito , noi confon-
diamo il Dante dei primi anni del 1300 col Dante
del secolo xix. Molti, i più dei suoi compagni
d' esilio probabilmente non sapevano neppure che
Dante avesse scritte rime d' amore. ^ Il libriccino
della Vita Nuova era pei fedeli cV amore, non per
quei fieri uomini di parte. Lapo Salterelli e Ciolo
aveano ben altro da fare che leggere versi, che
non avrebbero intesi. E se anche gli avessero letti,
che ne sarebbe importato all' alma sdegnosa del-
l' Ahghieri ?
Dice il Carducci:^ «No, veramente, no. Il
tatto è che Dante, avanzato nell' età e negli studii,
1 Ivi, 564 sgg.
2 Farad., xvii. Si noti che molti interpetri credono ciae le parole
di Cacciaguida alludano qui ai tentativi degli esuli, del 1304 e 1306.
3 V. nel cit. libro del Del Lungo l'Appendice x, II, 521.
* Op. cit. , pag. 214.
E LA DONNA PIETOSA 223
divenuto padre di famiglia e uomo di stato, ver-
gognò d'un amore, del quale erasi forse troppo
più parlato cH'e' non volesse, e ch'egli per parte
sua aveva significato in versi oltre i termini della
gravità, e volle farne ammenda trasmutandolo a
simboli ». Ma non era dunque l'Alighieri già pa-
dre di famiglia e uorao di Siato, quando divulgò la
Vita Nuova, se sposò la Gemma Donati nel 1292,
se fu Priore nel 300 ? Ed è poi da far si gran caso
dell' aver detto che la Donna pietosa lo riguar-
dava da una finestra ? Convengo anch' io che
sarà difficile dimostrare « come e perchè la Filo-
sofìa riguardi i giovani dalle finestre » ; ma non
meno strano sarà chiamare gli occhi e il riso
della Filosofia i « balconi della Donna che nello
edificio del corpo abita ».^ La finestra, del resto,
può esprimere qui il luogo alto, e perchè Dante
siasi fatto riguardare àdlValto s'intende benissimo.
Ed ancora, dirò col Renier,- « se Dante ha indi-
viduato veramente la filosofia, se di una scienza
ha saputo fare una donna, deve dar poi tanta
meraviglia ch'egli l'abbia anche posta alla fine-
stra, come le donne usavano a' tempi suoi, forse
molto più che non usino oggi » ?
Noi crediamo che tutte le pretese contraddi-
zioni, anche quelle segnalate dal Wegele,^ sieno
apparenti ; per noi il credere alle parole che Dante
1 Convito, tratt. iii, cap. viii.
2 Op. cit., pag. 185.
3 Op. cit., 199 e sgg.
224 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
scrive nel Convito, resulta necessario dalla stessa
Vita Nuova. Siamo giunti, richiamiamocelo bene
a memoria, alla morte di Beatrice. La storia dei
due primi periodi dell' arte Dantesca è compiuta:
del periodo delle rime giovanili per la donna
ideale, e del periodo delle rime per la donna an-
gelicata, che gli tenne dietro. Ora incomincia il
terzo periodo, delle rime filosofiche, accennato di
volo nella Vita Nuova , ripreso a trattare distesa-
mente nel Convito. Negare uno stretto ed intimo
legame tra le due opere è impossibile. Si ha prima
di tutto che il disegno dell'una e dell'altra è affatto
identico: una serie di poesie commentate) si hanno
poi le proprie parole di Dante, che conviene ri-
leggere: «E se nella presente opera, la quale
è Convito nominata, e vo' che sia, più virilmente
si trattasse che nella Vita Nuova, non intendo
però a quella in parte alcuna derogare, ma mag-
giormente giovare per questa, quella; veggendo
siccome ragionevolmente quella fervida e passio-
nata, questa temperata e virile esser conviene ». '
Se la Vita Nuova raccontasse semplicemente la
storia dei suoi amori, e il Convito fosse diretto
a spiegare le sue liriche filosofiche, i due argo-
menti sarebbero così diversi, così opposti, che a
me riuscirebbe incomprensibile afiatto quel non
voler derogare, anzi in parte alcuna derogare.
Può dirsi: Dante ha voluto così confermare la
* Tratt. I, cap. i.
E LA DONNA PIETOSA 225
veracità delle cose narrate nella Vita Nuova.
Che bisogno ce n' era ? Dante ha voluto farci
intendere che « le due scritture sono fra loro
unite ed insieme distinte ».^ Ma in che unite? in
che distinte ? Unite neUa forma esteriore ? E al-
lora quel derogare non ha senso. Unite nel con-
cetto? E allora si cerchi quale è il concetto che
le unisce. Per noi tale concetto trovasi appunto
nei paragrafi che parlano della Donna 'pietosa.
Quello che Dante narra nella Yiia Nuova,
della battaglia che dovè sostenere tra la memo-
ria di Beatrice e il nuovo amore, quello ripete
esattamente nel Convito. Citiamo:
Vita Nuova: « Io venni a tanto per la vista
di questa donna, che li miei occhi si cominciare a
dilettare troppo di vederla, onde molte volte me
ne crucciava ed avevamene per vile assai , e più
volte bestemmiava la vanità degli occhi miei
.... Ed acciocché questa battaglia che io avea
meco ecc. ». ^
Convito : « Ma perocché non subitamente na-
sce amore e fassi grande e viene perfetto, ma
vuole alcuno tempo e nutrimento di pensieri, mas-
simamente là dove sono pensieri contrari che lo
impediscono, convenne, prima che questo nuovo
Amore fosse perfetto, molta battaglia intra '1
pensiero del suo nutrimento e quello che gli era
1 D'Ancona, op. cit., pag. xlii-xliii.
2 Gap. 38.
Baetoli. — Stor. della Letterat. Ital. — Voi. IV. 15
226 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
contrario, il quale per quella gloriosa Beatrice
tenea ancora la rócca della mia mente ». ^
In queste parole è la spiegazione di ciò che
Dante ha detto della partita di Beatrice,^ ch'egli
non poteva trattarne senza farsi lodatore di sé me-
desimo. Passare infatti dalle due prime maniere di
lirica amorosa alla lirica filosofica fu nella sua
mente un progresso ; assorgere dal concetto della
donna a quello della scienza fu per lui uno svol-
gimento. I tre primi sonetti della Vita Nuova
relativi alla Donna pietosa parlano tutti di questa
battaglia del suo intelletto.
Si notino questi versi:
.... mi giunse nello cor paura
Di dimostrar coirli occhi mia viltate
.... per voi mi vien cosa alla mente
Ch'io temo forte non lo cor si schianti.
L'amaro lagrimar che voi faceste,
Occhi miei, così lunga stagione,
Facea maravigliar l'altre persone
Della pietate, come voi vedeste.
Ora mi par che voi l' obliereste ,
S'io fossi dal mio lato sì fellone,
Ch'io non ven disturbassi ogni cagione,
Membrandovi colei, cui voi piangeste.
La vostra vanità mi fa pensare,
E spaventami sì, eh' io temo forte
1 Tratt. II, cap. ii.
2 Ved. la fine del Capitolo precedente.
E LA DONNA PIETOSA 227
Del viso d'una donna che vi mira.
Voi non dovreste mai, se non per morte,
La nostra donna, eh' è morta, obliare:
Così dice il mio core, e poi sospira.
La stessa battaglia è descritta nelle stanze 2
e 3 della prima canzone del Convito:
Solea esser vita dello cor dolente
Un soave pensi er, che se ne già
Molte fiate a' pie' del vostro Sire,
Ove una donna gloriar vedia.
Di cui parlava a me sì dolcemente,
Che r Anima diceva : i' men vo' gire.
Or apparisce chi lo fa fuggire;
E signoreggia me di tal virtute.
Che il cor ne trema sì, che fuori appare.
Questi mi face una Donna guardare,
E dice: Chi veder vuol la salute.
Faccia che gli occhi d' està donna miri.
S'egli non teme angoscia di sospiri.
Trova contrario tal, che lo distrugge,
L'umil pensiero che parlar mi suole
D' un Angiola che 'n cielo è coronata.
L'anima piange, sì ancor sen duole,
E dice: oh lassa me, come si fugge
Questo pietoso che m' ha , consolata !
Degli occhi miei dice quest'affannata:
Qual'ora fu, che tal donna gli vide?
E perchè non credeano a me di lei?
Io dicea: ben negli occhi di costei
De' star colui che le mie pari uccide ;
E non mi valse ch'io ne fossi accorta.
Che non mirasser tal, ch'io ne son morta.
228 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
Nel quarto sonetto della Vita Nuova suc-
cede alla lotta la quiescenza: la Danna pietosa
ha trionfato di fronte alla Beatrice ideale e alla
Beatrice angelicata:
Gentil pensiero, che parla di vui,
Sen viene a dimorar meco sovente,
E ragiona d'amor sì dolcemente,
Che face consentir lo core in lui.
L'anima dice al cor: chi è costui,
Che viene a consolar la nostra mente,
Ed è la sua virtù tanto possente.
Ch'altro pensier non lascia star con nui?
Ei le risponde: o anima pietosa.
Questi è uno spiritel nuovo d'amore,
Che reca innanzi a me li suoi desiri.
E la sua vita, e tutto il suo valore,
Mosse dagli occhi di quella pietosa,
Che si turbava de' nostri martiri.
Lo stesso trionfo della Donna pietosa è ri-
tratto nella stanza 4^ della prima canzone del
Convito :
Tu non se' morta, ma se' ismarrita,
Anima nostra, che sì ti lamenti.
Dice uno spiritel d'amor gentile.
Che questa bella Donna, che tu senti,
Ha trasformata in tanto la tua vita,
Che n'hai paura, sì se' fatta vile.
Mira quant' ella è pietosa ed umile,
Saggia e cortese nella sua grandezza,
E pensa di chiamarla Donna ornai:
Che, se tu non t'inganni, ancor vedrai
E LA DONNA PIETOSA 229
Di SI alti miracoli adornezza,
Che tu dirai: Amor, signor verace,
Ecco l'ancella tua, fa che ti piace.
E continua, anzi sempre megiio apparisce,
nella canzone seconda:
Amor, che nella mente mi ragiona;
il che è naturale, considerando il Convito come
una esplicazione della parte terza della Vita
Nuova. ^ In questa invece si deve compiere la
storia del pensiero di Dante. All' amore della
scienza filosofica che cosa venne in lui ad accom-
pagnarsi? L'amore della scienza divina, e per
essa risorse la morta Beatrice, non più donna,
non più angiolo, ma loda di Dio vera,- Splendor
di viva luce eterna.^ Già a questa divinizzazione
di Beatrice si prepara il poeta nella Vita Nuova,
non solo quando la fa volare al cielo in grembo
ad Amore, quando la fa chiedere dagli angeli a
Dio, quando la canta salita d^ alto cielo, ma
quando la veste, fanciulla, di colore sanguigno,"^
1 Ci troviamo pienamente d'accordo col professor D'Ancona che
alcune delle rime filosofiche del Convito, come la canzone: Voi che
intendendo il terzo del movete, « spettino ai tempi in che Dante della
perdita di Beatrice consolavasi negli studi ». {La Beatrice, pag. xnv).
Ciò conferma pienamente che le rime del Convito sono uno sviluppo
della parte che nella Vita Nuova riguarda la Donna pietosa. Cfr.
LuBiN, op. cit. ; e Witte, proleg. alla Vita Nuova.
2 Inferno, II.
3 Purgatorio, xxxi.
* Gap. 2.
230 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
e giovanetta, di colore bianchissimo.^ In ciò è il
lontano annunzio della Beatrice, vestita dei colori
delle tre virtù teologali, che alla fede e alla ca-
rità aggiunge ora la effettuata speranza del suo
compiuto indiamente :
Sovra candido vel, cinta d'oliva,
Donna m'apparve, sotto verde manto,
Vestita del color di fiamma viva. -
Ma un passaggio dalla Donna pietosa alla
Beatrice celeste non si poteva fare istantanea-
mente. Come c'era stata la battaglia prima, cosi
doveva esserci dopo. Risospinto verso la cara im-
magine della sua fantasia, Dante vede ancora Bea-
trice fanciulla, la piange morta un' ultima volta, ^
e vorrebbe che con lui la piangessero anche coloro
che non ne sentirono mai parlare.^ Poi spunta
finalmente l'estrema fase del pensiero del poeta:
la terza Beatrice, la Beatrice celeste entra in
iscena; e, si badi bene, la visione della donna
divina precede la visione dei tre regni, è essa
qui la scala per salire alla misteriosa e grande
visione, com' è poi lei quella che muove Virgilio
a soccorrere lo smarrito nella selva. Dante « la
1 Gap. 3.
2 Purgatorio, xxx.
3 Gap. 40, e son. Lasso per forza de' molli sospiri. Non mi
pare che sia troppo difficile intendere gli alquanti dì per alquanto
tempo. Gfr. Wegele, op. cit., 202; Witte, op. cit., xii.
* Gap. 41, e son. Deh peregrini, che pensosi andate.
E LA DONNA PIETOSA 231
vede tale, cioè in tale qualità, ch'io non la posso
intendere » ; ^ e più chiaramente nei versi :
Oltre la spera che più larga gira,
Passa il sospiro eh' esce del mio core :
Intelligenza nuova, che l'Amore
Piangendo mette in lui, pur su lo tira.
Quand'egli è giunto là, dov'il desira,
Vede una donna che riceve onore,
E luce sì, che per lo suo splendore
Lo peregrino spirito la mira.
Vedela tal, che, quando il mi ridice.
Io non lo intendo, si parla sottile
Al cor dolente che lo fa parlare.
So io che '1 parla di quella gentile,
Perocché spesso ricorda Beatrice,
Sì eh' io lo intendo ben , donne mie care.
L' ultimo capitolo della Vita Nuova, nella sua
rigida brevità, contiene una immensa promessa:
la promessa dei tre mondi, che canteranno la
gloria di Beatrice, per la quale sarà detto « quello
che mai non fu detto d'alcuna».
Noi vediamo cosi largamente delineati nella
Vita Nuova la genesi e l' esplicamento graduale
del pensiero poetico dell' Ahghieri, cominciando
dalle rime che tengono ancora della maniera dei
predecessori, salendo a quelle che costituiscono
la parte più bella e più originale del nuovo stile;
volgendo alle rime allegorico-morali, e toccando
in fine al poema che lo farà per piii anni macro.
1 Gap. 42.
232 GAP. X — ORGANISMO DELLA VITA NUOVA
E la Beatrice celeste, di cui, come abbiamo ve-
duto, c'è r aifermazione nella parte che intercede
tra la visione finale e la storia della Donna pie-
tosa, la Beatrice celeste fa naturalmenle chiamare
avversario della ragione quello studio filosofico
significato nei capitoli precedenti.^ Sicuro. Lo af-
ferma lo stesso D'Ancona, che nelle elucubrazioni
filosofiche il suo pensiero si sviava." « La musa
ispiratrice della sua mente » ^ era Beatrice. Chi
poteva sentirlo più di Dante stesso? E Beatrice,
divenuta nel suo pensiero Y Idea Divina, aveva
ben diritto di far parere avversaria della ragione
ogni contemplazione diversa del suo intelletto.
Del resto, che meraviglia può fare il sentire
chiamare la Filosofia avversaria della ragione, se
altrove il poeta dice che in lei errò ? Né davvero
il sonetto Parole mie, che per lo mondo siete
si presta a sofisticarci sopra: è chiaro e lampante:
poi eh' io cominciai
A dir per quella donna, in cui errai:
Voi che, intendendo, il terzo del movete.
La donna dunque, in cui errò, è quella, per la
quale scrisse la prima canzone del Convito. Che
sarebbe questa, per caso, una seconda menzogna
di Dante? Tutta una menzogna anche la canzone
e il Trattato, dov'è commentata?
• Ved. le buone osservazioni che fa in proposito il Renier, op. ciL
pag. 186 segg.
- Op. cit., pag. Lii.
3 Ivi.
233
CAPITOLO XI
RIME CHE SI RICOLLEGANO ALLA VITA NUOVA
Se anche Dante non ci avesse eletto eh' egli
non inserì nella Viia Nuova tutte le rime che in
qualche modo si ricollegano ad essa, ^ basterebbe
a farci accorti di ciò Tesarne del suo Canzoniere.
Ivi infatti noi troviamo sparsamente varie poesie,
che ci si fanno subito riconoscere come attinenti
a quel periodo poetico, del quale l'Alighieri volle
tesser la storia nelle due prime parti della Viia
Nuova.
Di tal numero è il sonetto: Guido, vorrei che
iu e Lapo ed io. Se il Lapo che vi si nomina
è, come pare probabile, il Gianni,^ noi avremmo
in questo verso una preziosa testimonianza della
fratellanza artistica tra esso. Dante e il Caval-
1 Ved. in fine del cap. 5.
2 n Witte {Anmerkungen zv. den ubrigen Gedichten, II, 177)
crede che si tratti di Lapo degli liberti; ma la ragione ch'egli porta,
fondandosi sul Nannucci, che Lapo Gianni fiori nel 1250, è destituita
d'ogni prova. Noi crediamo che anche il Lapo ricordato da Dante
nel Volg. El. (I, 13) con Guido, con Gino, e con sé stesso, sia il
Gianni e non l' liberti.
234 GAP. XI — RIME CHE SI RICOLLEGANO
canti, la quale affermerebbe sempre meglio l'in-
tima unione che esiste tra i poeti del nuovo stile,
e quindi la necessità d' interpetrare tutte in un
dato senso le loro rime d'amore. Né a questa
interpetrazione fa ostacolo il sonetto, del quale
ora ci occupiamo. In esso il poeta si abbandona
ad un sogno, al divino sogno di trovarsi nell'im-
menso oceano con due degli amici più vicini al suo
cuore e colle donne loro: soli, divisi dal mondo,
a ragionar sempre d' amore! Ma come questo è
un sogno, come è un desiderio non realizzabile
r esser messi per incantamento
.... in un vascel eh' ad ogni vento
Per mare andasse a voler vostro e mio,
COSÌ è pure un sogno della fantasia che le tre
donne ideali si accompagnassero ai tre innamorati
poeti. È la visione d'un momento, è l'anelare dello
spirito di Dante all' oggettivazione di quella realtà
interiore che lo esalta e lo affatica, che gli fa
desiderare il saluto, dal qual poi resta inebriato. ^
Che se Dante ricorda anche le donne di Lapo e
di Guido, ciò conferma appunto ch'esse erano
della stessa natura di Beatrice. Ma, scrive il Car-
ducci ^ « il nominare che qui fa Dante la donna
amata così famigliarmente col suo diminutivo e
vezzeggiativo e col titolo di conversazione Monna,
1 Gap. 3 della Vita Nuova.
2 Vita Nuova, ediz. D'Ancona, pag. 105.
ALLA VITA NUOVA 235
come del resto fece anche nel Farad, vii, 14,
parmi una fra le tante prove, e non delle meno
efficaci, per chi prende le cose nella loro realtà
e pel loro verso, contro quelli che negano la
personalità della Beatrice, contro quelli che so-
stengono la sua pura e sola essenza di mito o di
allegoria ». A me invece non pare, prima, perchè-
io credo Beatrice una profonda realtà, ma sola-
mente interiore, e quindi non vedo come egli,
quasi ad accarezzarla, a idoleggiarla, a tentare
di tradursela per un istante in realtà esteriore,
non potesse chiamarla anche Monna Bice. Poi,
perchè appunto, se Dante chiama Bice la Bea-
trice del Paradiso, che è la scienza divina, può
chiamar Bice anche la donna della sua mente,
la fanciulla umana, non indiata, non posta ancora
nel cielo, dove
si facea corona
Riflettendo da sé gli eterni rai. '
Un'obiezione del Dionisi- merita pure rispo-
sta. Citate le parole della Vita Nuova relative
al serventese,^ ei soggiunge: «Or dovrassi egli
credere che fra tante vere femmine fiorentine la
sola Bice fosse una larva immaginaria, sotto di
cui si stasse alcuna scienza nascosta, e che Dante
' Farad., xxxiii, 71-72.
2 Preparazione {storica e critica alla nuova ediz. di Dante Ali-
ghieri, II, 45. — Ved. anche Anedd., II, 43.
3 Gap. 6.
236 CAP. XI — RIME CHE SI RICOLLEGANO
pur volesse condurla seco a diporto, come nel
sonetto egli dice? Imperciocché se tale è da giu-
dicarsi costei, ci converrà dire, che cose fanta-
stiche d' arti e scienze pur fossero le amanti di
Guido e di Lapo, e tutto pur quel catalogo di
belle donne ». Io invidio davvero il canonico
Gian-Jacopo Dionisi s' egli riusciva a decifrare
quello che Dante racconta a proposito delle ses-
santa donne fiorentine. Di una cosa specialmente
mi sarebbe stato carissimo essere da lui chiarito,
cioè del perchè Dante dica che componendo il ser-
ventese, maravigliosamente addivenne che Bea-
trice non sofferse di stare che sul numero nove.
Chiaro parrebbe che, se in quel catalogo Bea-
trice era la nona, ciò volesse dire che il poeta
aveva voluto metterla lì e non in altro luogo.
Or come dunque entra qui il miracolo? Non lo
sappiamo. Ma dalle parole dell' Alighieri dobbiamo
però arguire che questo racconto non va preso
proprio proprio alla lettera. Tutta la storia del
nove nella Vita Nuova è oscurissima; noi non
riusciamo a penetrarne le recondite ragioni; e
rientra in quella storia anche ciò che è detto
del serventese: « e non n'avrei fatto menzione,
se non per dire ecc. ». Di fronte a tale difficoltà,
è quasi puerile il domandarsi se « la sola Bice
fosse una larva immaginaria ». 0 non potrebbero
essere state « larve immaginarie » tutte le ses-
santa donne? 0 l'aver mescolato una larva, due
larve, tre larve a donne reali, non potrebbe
ALLA VITA NUOVA 237
rientrare in qnelF altro misterioso racconto delle
donne della difesaì Chi lo sa? Certo io stimo fe-
lici coloro che prendono la Vita Nuova per una
ingenua storia de' giovanili amori di Dante. ^ Ma
però dubito fortemente che molto più ingenuo sia
il loro cervello, se non travede nemmeno le im-
mani difficoltà di quel terribile libro.
Dunque il sonetto a Guido e Lapo ha stret-
tissimi legami colle rime della Vita Nuova, e
pili particolarmente con quella parte che tratta
della donna del saluto; e non contraddice mini-
mamente a quel concetto della Beatrice ideale
che noi crediamo di trovare nel libro di Dante.
Qualche dubbio è stato sollevato sulF au-
tenticità del sonetto : Se 'l hello aspetto non
mi fosse tolto. ^ Se appartenesse con certezza a
1 Fraticelli, Dissert. sulla Vita Nuova.
2 E questo il luogo di dichiarare che noi non intendiamo per ora
di entrare nell'ardua questione delle rime dubbie e apocrife, attri-
buite a Dante. I nostri lettori sanno già che per noi gli argomenti
estetici non possono avere che poco o punto valore. Il dire: questa
non è frase dantesca, o: Dante non avrebbe usato questa frase, que-
sta parola, è, secondo il parere nostro, una puerilità. Anche fra le
rime di Dante ci sono le mediocri e le brutte; anche Dante ha qual-
che volta sonnecchiato. Certe frasi sulla necessità che in Dante sia
tutto , perfetto, provengono o da un eccesso di sentimento o da un
difetto di giudizio. Per noi unica autorità, suprema e indiscutibile
autorità, sono i codici. Ma una, se non compiuta, almeno molto larga
esplorazione dei codici contenenti rime col nome di Dante, è diffici-
lissima e lunghissima. Né quello (che pur non è poco) visto lino ad
oggi da noi ci consente di fare per Dante neppur quel tanto che
abbiamo tentato di fare per Gino. E pur troppo doloroso a dirsi che,
dopo tanti inutili volumi sul massimo scrittore della nostra lettera-
tura, manchi ancora una edizione, rigorosamente critica, sia della
238 CAP. XI — RIME CHE SI RICOLLEGANO
Dante/ dovrebbe esso pure riconnettersi colla
Vita Nuova, nella prima sua parte. -
Crediamo che abbia perfettamente ragione il
D'Ancona,^ quando sospetta chela canzone: La
dispietata morte ^ che pur mira, sia scritta per
una delle donne della difesa, e scritta precisa-
mente in occasione di ciò che- è narrato nel
cap. IX della Vita Nuova. Forse potrebbe essere
conferma di questa opinione il verso, dove ap-
punto ricorre la parola difesa:
Né dentro a lui sent'io tanto valore
Che possa lungamente far difesa,
Gentil madonna, se da voi non vene.
Conferma meno dubbia n' è il linguaggio , che
male s' addirebbe alla Beatrice ideale, come quello
Divina Commedia , sia delle Rime. E dire che ogni anno, e più volte
in un anno, quella e queste si ristampano, inutilissimamente!
1 Fu pubbl. dal Witte, che lo tolse da un codice Ambrosiano.
Ved. Vngedruckte Gedichte Bantes, in Dante-Forschungen, I, 459.
2 Se qualche codice venisse in sostegno della nostra opinione,
noi saremmo inclinati a credere questo sonetto di Gino da Pistoia.
La forma, onde esso comincia (Se il hello aspetto ecc.), che non si
trova mai in Dante (salvo che nel sonetto: Se vedi gli occhi miei
di pianger vaghi, il quale è molto dubbio che sia di Dante), si trova
invece molto spesso in Gino, come può vedersi in questo volume,
cap. m, numeri 4, 28, 29, 60, m, 75, 77, 114, 122, 205, 209, 211, 253.
Inoltre il pensiero delia seconda terzina:
tutte cose, eh' altrui piacer danno
Mi son moleste, e '1 contrario mi fanno,
riscontra mirabilmente con quello che scrive Gino:
Tutto eh' altrui aggrada a me disgrada.
Ma, in mancanza di ogni autorità di manoscritti, noi dobbiamo so-
spendere il nostro giudizio.
3 Ediz. Vita Nuova, pag. 90.
ALLA VITA NUOVA 239
che rasenta la sensualità, « appena velato dal
consueto frasario dell' uso poetico » :
Se dir voleste, dolce mia speranza,
Di dare indugio a quel ch'io vi domando,
Sacciate che l'attender più non posso;
Ch' io sono al fine della mia possanza
E ciò conoscer voi dovete, quando
L' ultima speme a cercar mi son mosso :
Che tutti i carchi sostenere addosso
De' l'uomo infin al peso eh' è mortale,
Prima che '1 suo maggiore amico provi,
Che non sa qual sei trovi:
E s'egli avvien che gli risponda male,
Cosa non è che costi tanto cara;
Che morte n' ha più tosta e più amara.
E voi pur sete quella ch'io più amo,
E che far mi potete maggior dono,
E 'n cui la mia speranza più riposa;
Che sol per voi servir la vita bramo;
E quelle cose eh' a voi onor sono
Dimando e voglio, ogni altra m'è noiosa.
Dar mi potete ciò eh' altri non osa ;
Che '1 si e '1 no tututto in vostra mano
Ha posto Amore, ond'io grande mi tegno.
La fede ch'io v'assegno
Muove dal vostro portamento umano :
Che ciascun che vi mira, in ventate
Di fuor conosce che dentro è pietate.
Dubbia è pure l'autenticità della ballata: In
abito di saggia messaggera^ ^ che parrebbe avere
qualche attinenza colle rime della Vita Nuova.
1 Ved. la nota del Carducci, Vita Nuova, ediz. D'Ancona, pag. 122;
240 GAP. X[ — RIME CHE SI RICOLLEGANO
Come attinente al ciclo poetico della donna
ideale, merita molta attenzione la canzone: E'
ra' incresce di me sì malamente. Essa mi pare
che possa considerarsi come un commento alle
parole della Vita Nuova: « quando alli occhi
miei apparve la gloriosa donna della mia mente ».
Qui infatti si ripete:
Che per forza di lei
M'era la mente già ben tutta tolta.
Ed ancora che
L'immagine di questa donna siede
Su nella mente ancora,
Ove la pose Amor, ch'era sua guida.
Alla mente si allude, dicendo:
Quando m'apparve poi la gran beliate
Che si mi fa dolere
Quella virtù che ha più nobilitate
Mirando nel piacere,
S' accorse ben che '1 suo male era nato.
Ci è poi un passo di speciale importanza. I
nove anni della Beatrice della Vita Nuova qui
pare che spariscano: la passione del poeta nacque
al nascere di Beatrice:
cfr. ivi, pag. 88. Cfr. ancora Witte, Lirische Gedichte, II, 175;
Rime in testi antichi attrib. a Dante, ia Dante-Forsch., II, 559-60.
ALLA VITA NUOVA 241
Lo giorno che costei nel mondo venne,
Secondo che si trova
Nel libro della mente che yien meno,
La mia persona parvola sostenne
Una passìon nuova,
Tal ch'io rimasi di paura pieno:
Ch'a tutte mie virtii fu posto un freno
Subitamente sì, ch'io caddi in terra
Per una voce che nel cor percosse.
E, se U libro non erra,
Lo spirito maggior tremò sì forte,
Che parve ben che morte
Per lui in questo mondo giunta fosse. . . .
E bene sta. La rappresentazione deìl" idealità
che travaglia il poeta, è qui evidente, e stu-
pendamente ritratta è quella che chiama il Car-
ducci la « querela elegiaca » : ^ il fiero dissidio
tra l'ideale e il reale, l'antitesi tra l'immagine,
che sempre più s'innalza, si abbellisce, si cir-
conda di luce, e l'anima del poeta che muore
dell'ambascia di non poterla afferrare che nella
sua vaporosa impalpabilità:
E non le pesa del mal ch'ella vede,
Anzi è vie più beli' ora
Che mai, e vie più lieta par che rida;
Ed alza gli occhi micidiali, e grida
Sopra colei che piange il suo partire:
Vatten", misera, fuor, vattene omai
1 Rime di Dante, pag. 175.
Bartoli. — Stor. della Lettera!. Ital. — Voi. IV. 16
242 GAP. XI — RIME CHE SI RICOLLEGANO
Si potrebbe domandare: perchè Dante non ha
dato posto a questa bellissima canzone nella Vita
Nuovaì Crede il Carducci che la ragione sia
«e perchè in quella prevaleva il sentimento sog-
gettivo, e il poeta si era proposto ornai di dire
in questa solo ciò che fosse lode dì quella gen-
tilissima ».^ Ma, veramente, se la canzone se-
guisse i due sonetti: Ciò che m'incontra nella
mente muore, e: Spesse fiate venemi alla mente,
non parrebbe al suo proprio luogo ? Non sarebbe
la naturai conclusione della prima parte del li-
bro ? - Io crederei piuttosto che da altra ragione
' Op. cit., pag. 177.
2 Non mi pare in nessun modo accettabile ropinione dell' Oeynhau-
sen (ved. Witte, Lirische Gedichte, II, 92esegg.) che questa can-
zone sia quasi una transizione dalla Vita Nìiova al Convito. Ma allo
stesso Witte, che pur rigetta l'opinione dell'Oeynhausen, non sembra che
in essa canzone si alluda alla Beatrice della Vita Nuova. Ci permetta
però il dottissimo scrittore di osservargli, che una almeno delle ra-
gioni ch'ei porta, non ci pare rigorosamente esatta. Egli dice che la
Vita Nuova non conosce lamenti ispirati dallo sdegno {zurnenden
Kìagen) come si trovano in questa ed altre poesie dello stesso ciclo.
Ma lo sdegno ch'ei trova in questa canzone non è forse lo stesso
sdegno che apparisce nei due sonetti: Coli' altre donne mia vista
gabbate, e: Ciò che ni' incontra nella ìnente, more! Non rappresenta
lo stesso stato psicologico? Come poi non tener conto di quel verso:
Donne gentili, a cui io ho parlato,
il quale sembra così chiaramente riferirsi ai versi:
Donne eh' avete intelletto d' amore,
Io vo' con voi della mia donna dire ?
Come non avvertire il riscontro tra i versi della canzone:
Lo spirito maggior tremò si forte,
Che parve ben che morte
Per lui in questo mondo giunta fosse,
ALLA VITA NUOVA 243
possa dipendere la esclusione ; ma accenno a ciò
come ad una mera ipotesi.
In questa canzone mi pare che quasi scoper-
tamente si parli di una donna ideale. Quelle pa-
role :
Lo giorno che costei nel mondo venne,
come potrebbero riferirsi ad una donna vera, in
carne ed ossa ? Capisco che interpetrandole come
fa il Fraticelli : « lo giorno che Beatrice apparve
alli miei occhi », tutto s'accomoda agevolmente. ^
Ma è una interpetrazione arbitraria. Dante dice
quello che vuol dire, sempre con precisione e
con sovrana proprietà. Riferiamo pure il princi-
pio della quarta stanza della canzone al capi-
tolo 2° della Vita Nuova. Ma non accomodiamo
quello, secondo il senso apparente di questo;
conciliamoli piuttosto tra loro, se è possibile;
conciliamoli, ricordandoci che Dante ha voluto
nella Vita Nuova parlare della donna della mente
come di persona reale, e che quindi ha forse dato
di essa l' età che gli parve avere nella prima vi-
e le parole della Vita Nuova {cdi^. 2) «In quel punto lo spirito ani-
male » ecc., ed i versi:
Che fiere tra' miei spiriti paurosi
E quale ancide e qual caccia di fuori ?
^ Mi concederà colla sua nota cortesia anche l' egregio prof. Giu-
liani di non accettare il suo commento: «soggiugni, a me; lo di
ch'ella mi apparve» {La Vita Nuova e il Canzoniere, Firenze, 1868,
pag. 257). Queir a me nel testo non c'è. Il volerlo sottintendere mi
pare che provenga da un preconcetto.
244 GAP. XI — RIME CHE SI RICOLLEGANO
sioiie, quando Amore del cuore del giovinetto
poeta
Lei paventosa umilmente pascea.
E quello fu il giorno nel quale la Beatrice nel
mondo venne. Sta benissimo. Beatrice nacque,
quando Dante la vide. Ma nella Vita Nuova non
si poteva dire la cosa cosi scopertamente. Non
sarebbe dunque possibile che V averla detta qui
trattenesse il poeta dall' inserire questa canzone
nel libro eh' ei voleva -palese solo a chi ha intel-
letto d'Amore'? Anche gli ultimi versi della can-
zone accennerebbero, secondo il mio modo di ve-
dere, chiaramente alla donna ideale. Essi dicono:
'j
E innanzi a voi perdono
La morte mia a quella bella cosa
Che men'ha colpa, e non fu mai pietosa.
Accettando la lezione dell'ultimo verso, osservo
che avrei anche potuto preferire l'altra, scelta
dal Giuliani:
Che men n' ha colpa e non fu mai pietosa. ^
Ora, che cosa può voler dire eh' egli perdona la
propria morte a quella bella cosa, che ne ha
meno colpa ^ e che non fu mai pietosa^ Sicuro,
che colpa aveva la Beatrice ideale del dolore di
' Su altre lezioni ved. Witte, op. cit., II, pag. 97. Il Fraticelli,
colla sua solita disinvoltura, stampa: Che men'ha colpa, e interpe-
tra: che n' i.a colpa verso di me.ìsìd, allora avrebbe dovuto scrivere
che me n'ha colpa.
ALLA VITA NUOVA 245
morte del suo poeta? Sicuro, ella non poteva
essersi mai mostrata pietosa verso di lui.^ Questo
è parlare scoperto, ma forse, lo ripetiamo, troppo
scoperto per la Vita Nuova.
I due sonetti : Voi donne, che pietoso atto
mostrate, e Onde venite voi così pensose? trat-
tano dell'argomento stesso dei due sonetti della
VitaNitova: Voi, che portate la sembianza umile,
e: Se' tu colui, e' ha trattato sovente.
II sonetto bellissimo : Di donne io vidi una
gentile schiera, appartiene a quella parte della
Vita Nuova, dove già Beatrice è angelicata, e
dove si dicono le lodi di lei. Esso si riconnette
più specialmente coi sonetti : Tanto gentile e
tanto onesta pare, e Vede perfettamente ogni
salute.
Sembra invece legarsi alla prima parte della
Vita Nuova la ballata: Deh nuvoletta ^ che in om-
1 Quando uella Vita Nuova ( cap. 13) il poeta ha narrato del
combattimento dei suoi smolli e diversi pensamenti», dopo aver detto
ohe essi
.... sol s' accordano in chieder pietate,
conclude che, per volerli accordare, bisognerebbe ch'egli invocasse
la sua nemica, la pietà:
E se con tutti vo' fare accordauza
Convenemi chiamar la mia nimica,
Madonna la pietà, che mi difenda.
«Non s'intende troppo bene, dice il Witte {Vita Nuova, pag. 30,
nota), perchè l'autore chiami sua nemica la pietà». Appunto, cre-
diamo noi, perchè egli non poteva ottenere mai la pietà che invo-
cava, perchè la donna non gli fu mai pietosa. É quindi naturale che
egli dica essergli nemica la pietà. Così il sonetto verrebbe a dire ;
mille contrarli pensieri d'amore lottano in noe ; si accorderebbero su-
bito tutti, se io potessi trovare pietà nella donna che amo.
246 CAP. XI — RIME CHE SI RICOLLEGANO
hra d'Amore. Già Beatrice in forma di nuvoletta
si ha nella canzone : Donna pietosa e di novella
etate. Ivi però essa è morta:
Levava gli occhi miei bagnati in pianti,
E vedea, che parean pioggia di manna,
Gli angeli che tornavan suso in cielo.
Ed una nuvoletta avean davanti
Ora altri veda se non si possa trarre qualche
utile conseguenza dal fatto che Dante rappre-
senta sotto la stessa forma anche Beatrice viva. '
E si ponga attenzione ai due versi:
Tu, nuvoletta, in forma più che umana
Foco mettesti dentro alla mia mente;
dove si ha una nuova illustrazione della donna
della mente della Vita Nuova.
Il contenuto della canzone: Mot^te, perch'io
non iruovo a cui mi doglia, vorrebbe che essa
fosse posta accanto a quella della Vita Nuova:
Donna pietosa e di novella etate. Alcuni passi
1 La spiegazione data dal Witte (op. cit., II, 170) può star bene
per la canzone della Vita Nuova. Ma non per questa ballata, perchè
appunto qui Beatrice è viva. Io invece intendo benissimo che nelle
forme indeterminate, aeree, d'una nuvoletta il poeta si rappresen-
tasse la donna ideale. E mi confermano in questo concetto i due versi :
Laddove tu mi ride,
Deh non guardare perchè a lei mi fide,
riferendo, ben inteso, queir a lei, alia speme ricordata sopra, non
alla mente, come assurdamente fa il Fraticelli.
ALLA VITA NUOVA 247
della prima riscontrano mirabilmente con altri
della seconda, come, ad esempio, questi:
Levava gli occhi miei bagnati in pianto,
E vedea, che parean pioggia di manna,
Gli angeli che tornavan suso in cielo,
Ed una nuvoletta avean davanti,
Dopo la qual gridavan tutti: osanna.
Che mi par già veder lo cielo aprire,
E gli angeli di Dio quaggiù venire,
Per volerne portar l'anima santa
Di questa, in cui onor lassù si canta. ^
1 II Carducci solleva qualche dubbio sull'autenticità della can-
zone, non senza, egli dice, appoggio ai codici (op. cìt., pag. 188).
Ma sui codici che attribuiscono ad altri rimatori questa canzone,
ved. WiTTE, Lirische Gedichte, I, xlv.
249
CAPITOLO XII
RIME ALLEGORICHE E RIME DOTTRINALI
Come nell'Alighieri accadesse il- passaggio
dalle rime dell'amore ideale a quelle dell'amore
allegorico, è da lui stesso spiegato nel Convito, ^
specialmente dicendo eli' egli cominciò « ad an-
dare là ov'ella [Filosofìa, Donna gentile) si di-
mostrava veracemente, cioè nelle scuole de' Re-
ligiosi e alle disputazioni de' Filosofanti ; sicché
in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciai
tanto a sentire della sua dolcezza, che '1 suo
amore cacciava e distruggeva ogni altro pen-
siero ». Questi trenta mesi, che corrispondono
agli alquanti dì della Vita Nuova,'^ costituiscono
il periodo degli studii filosofici, propriamenti detti,
di Dante, e quindi sono dentro quel tempo da
1 Tratt. II, cap. xiir.
2 Cap. 40. Questo prova che nel periodo della Yita Nuova ante-
riore alla Donna pietosa non si può vedere allegorizzato, sotto il
nome di Beatrice, un concetto filosofico.
250 CAPITOLO XII
porre le sue rime allegoriche, cioè, approssima-
tivamente, dal 12941 al 1297.2
Queste rime allegoriche fanno parte del nuovo
siile ? Noi crediamo di si. È noto a tutti il passo
della Divina Commedia,^ dove Buonagiunta da
Lucca rivolge a Dante la domanda:
Ma di' s'io veggio qui colui che fuore
Trasse le nuox^e rime, cominciando:
Donne, ch'avete intelletto d'amore,
E Dante risponde:
.... i' mi son un che, quando
Amore spira, noto, ed a quel modo
Che detta dentro, vo significando.
1 Noi siamo disposti ad accettare la data approssimativa del 1294
per la canzone: Voi che intendendo il terzo del movete, dietro le
prove recatene dal Witte {Lirische Gedichte, II, 63 e segg. ) e dal
Lubin {Intorno all'epoca della Vita Nuova). Ma avvertiamo pero
essere nostra ferma opinione, confortata dall'autorità dello Scartaz-
zini, che sia impossibile assegnare un ordine cronologico a tutte le
liriche di Dante. Ved. Dante Alighieri, seine Zeit, sein Leben und
seine Werke, pag. 282. Si sottintende che noi crediamo posteriore
alle poesie filosofiche il commento che costituisce il Convito. Non
siamo però d'accordo col AVegele (op. cit., pag. 195) che esso com-
mento sia nel Convito la cosa principale, e l'accessoria nella Vita
Nuova. Per noi, tanto nell'una, quanto nell'altra opera, il commento
e le rime stanno nella stessa relazione.
* Infatti anche la seconda canzone del Convito: Atnor die nella
mente mi ragiona, è anteriore al 1300, perchè il Casella, morto in
quell'anno, già la conosce {Purgai., 11). Ved. Wegele, op. cit.,
pag. 195. Però ci sono delle eccezioni, come vedremo. Non inten-
diamo perchè il Carducci (op. cit., pag. 196) dica in un luogo che
«l'applicar di Dante a studii di filosofia e il maturarsi dell'ingegno
di lui a una nuova manifestazione sono da riporre fra il giugno
del 1292 a tutto il 1294 »; e in un altro (pag. 198) che « il periodo
allegorico si contiene nella durata del nuovo amore episodico della
Vita Nt(ova e termina un po' innanzi al 1300 ».
3 Purg., XXIV.
RIME ALLEGORICHE E RIME DOTTRINALI 251
Al che il rimatore Lucchese, della scuola, come
fu detto, di transizione, ossia della maniera Guit-
tonesca, replica:
O frate, issa vegg' io .... il nodo
Che '1 Notaio e Guittone e me ritenne
Di qua dal dolce stU nuovo eh' i' odo.
In queste terzine noi abbiamo a grandi tratti la
storia della poesia italiana del secolo xiii, ossia
delle tre scuole principali, in cui essa si divide,
la vecchia Sicula (il Notare), la media (Guit-
tone), la nuova (Dante). Ma che significano pro-
priamente queste parole? In che consiste il dolce
sili nuovo ? Nello scrivere ciò che detta Amore.
Amore però va preso qui nel più largo signifi-
cato medievale della parola; va considerato, non
come sentimento erotico, ma come principio in-
formatore di nobiltà e di virtìi, come fonte di
ogni cosa buona e bella. ^ Amore, ha detto Dante
istesso « non è altro che unimento spirituale del-
l'anima e della cosa amata ».^ Se quindi la « cosa
amata » sia la scienza, Amore sarà lo studio. '•'
Ecco come al canone dello stil nuovo obbediscono
anche le rime filosofiche; quelle rime filosofiche
che furono proprie di tutti i rimatori della nuova
scuola. *
J V. Perez, Beatrice svelata, p. 64. Cfr. Renier, op. cit., p. lOfi.
2 Convito, Tratt. iii, cap. ii.
3 Ivi, III, cap. XV.
* Ved. in questo volume passim.
252 CAPITOLO XII
Fra le rime allegoriche vanno poste senza
alcun dubbio le due prime canzoni del Convito.
Nella prima è, in versi ammirabili, ritratto il
combattimento fra la Beatrice ideale e la Donna
pietosa, della quale qui è detto appunto :
Mira quant'ella è pietosa ed umile,
Saggia e cortese nella sua grandezza,
E pensa di chiamarla donna ornai.
Nella seconda si ha il canto della vittoria. La
Filosofìa ha vinto e domina sovrana V intelletto
del poeta, che canta di lei:
Cose appariscon nello suo aspetto,
Che mostt'àn de' piacer del paradiso;
Dico negli occhi e nel suo dolce riso,
Che le vi reca amor com'a suo loco.
Elle soverchian lo nostro intelletto.
Come raggio di sole un fragil viso;
E perch'io non le posso mirar fiso,
Mi convien contentar di dirne poco.
Sua beltà piove fiammelle di fuoco.
Animate d'un spirito gentile,
Ch'è creatore d'ogni pensier buono;
E rompon come tuono
Gl'innati vizi, che fanno altrui vile.
Però qual donna sente sua beltate
Biasmar per non parer queta ed umile.
Miri costei eh' è esemplo d' umiltate.
Quest'è colei ch'umilia ogni perverso:
Costei pensò chi mosse 1' universo.
Prima però di questa canzone, per la testi-
monianza stessa del poeta, egli aveva composta
RIME ALLEGORICHE E RIME DOTTRINALI 253
ima ballata pure allegorica. Nel commiato della
canzone si legge :
Canzone, e' par che tu parli contraro
Al dir d'una sorella che tu hai,
Che questa donna che tant' umil fai
Ella la chiama fera e disdegnosa.
E nel commento : ^ « prima che alla sua com-
posizione venissi (della canzone), parendo a me
questa donna fatta contro a me fiera e superba
alquanto, feci una ballatetta, nella quale chia-
mai questa donna orgogliosa e dispietata », Essa
ballatetta si crede generalmente essere quella
che comincia: Voi che sapete ragionar d'amore,
nella quale si dice eh' essa
.... parla d' una donna disdegnosa ;
e in fine:
Così è fera donna in sua beliate;
ritrovandovisi cosi i due epiteti datile nella can-
zone, di fera e disdegnosa.
All'Amore, come a simbolo di tutte le cose
pili alte e più nobili, è rivolta la canzone: Amor,
che muovi tua virili dal cielo. Essa ha una par-
ticolare importanza per mostrarci con che largo
concepimento parlasse Dante del suo culto per
la scienza. Altri già notò la quiete, la dignità,
il movimento solenne di questi versi. - Io ci
1 Tratt. IH, cap. ix.
2 Carducci, op. cit. , pag. 224.
254 CAPITOLO XII
sento ancora un vivo entusiasmo, non minore di
quello eh' egli ebbe già per la sua ideale Beatrice :
Amor, che muovi tua virtù dal cielo,
Come '1 Sol lo splendore,
Che là s'apprende più lo suo valore,
Dove più nobiltà suo raggio trova;
E come el fuga oscuritate e gelo,
Così, alto Signore,
Tu cacci la viltate altrui del core,
Né ira contra te fa lunga prova:
Da te convien che ciascun ben si muova,
Per lo qual si travaglia il mondo tutto:
Senza te è distrutto
Quanto avemo in potenza di ben fare;
Come pintura in tenebrosa parte,
Che non si può mostrare,
Né dar diletto di color, né d'arte.
Feremi il core sempre la tua luce.
Come '1 raggio la stella,
Poiché l'anima mia fu fatta ancella
Della tua potestà primieramente:
Onde ha vita un pensier, che mi conduce
Con sua dolce favella
A. rimirar ciascuna cosa bella
Con più diletto, quanto è più piacente.
Per questo mio guardar ra'è nella mente
Una giovine entrata, che m'ha preso;
Ed hammi in fuoco acceso,
Com' acqua per chiarezza foco accende :
Perchè nel suo venir li raggi tuoi.
Con li quai mi risplende,
Saliron tutti su negli occhi suoi.
Quanto é nell' esser suo bella, e gentile
Negli atti ed amorosa,
RIME ALLEGORICHE E RIME DOTTRINALI 255
Tanto lo immaginar, che non si posa,
L'adorna nella mente, ov'io la porto;
Non che da sé medesmo sia sottile
A cosi alta cosa.
Ma dalla tua virtù ha quel, ch'egli osa
Oltra il poter che natura ci ha pòrto.
È sua beltà del tuo valor conforto,
In quanto giudicar si puote effetto
Sovra degno suggetto,
In guisa eh' è al Sol segno di foco;
Lo qual non dà a lui, né to' virtute;
Ma fallo in altro loco
Nell'effetto parer di più salute.
Alla medesima donna allegorica sembra es-
sere rivolta la canzone: Io sento si d'Amor la
gran possanza.
Si cambia invece argomento nell'altra can-
zone : Tre donne intorno al cor mi son venute.
Questa è senza dubbio posteriore all' esilio, e il
grande sdegno dell' anima Dantesca vi si fa sen-
tire solennemente. Le tre donne, ^ dolenti e sbi-
gottite,
1 Molto discordi sono gli interpetri intorno al loro significato al-
legorico. Ved. WiTTE, Lirische Gedichte, II, pag. 138, 139. Cfr. Dio-
Nisi, Preparazione , I, 65. Il Carducci (op. cit., pag. 224) accetta
l'interpetrazione dell' Orelli, ch'esse rappresentino la Giustizia, la
Legge divina e. la Legge umana. Il Tommaseo (citato dal Giuliani,
Vita Nuova e Canz., pag. 207 e segg. ), con pretensione di novità,
ripete quello che già aveva detto il Ginguené, che le tre donne sieno
(riustizia. Liberalità, Temperanza.
256 CAPITOLO XII
Come persona discacciata e stanca,
Cui tutta gente manca,
E cui virtute e nobiltà non vale,
si sono rifugiate presso il poeta :
Venute son come a casa d'amico.
Mediocri le stanze 2, 3, 4 per una mal deci-
frabile allegoria , ^ all' apparire della stanza 5 noi
sentiamo per la prima volta un lontano prenun-
ziamento di quella terribile ira, onde s'immorta-
leranno tante pagine della Commedia. Il primo
accento dell'esule si fa sentire:
Ed io che ascolto nel parlar divino
Consolarsi e dolersi
Così alti dispersi,
L' esilio che m' è dato onor mi tegno :
E se giudizio o forza di destino.
Vuol pur che il mondo versi
I bianchi fiori in persi,
Cader tra' buoni è pur di lode degno.
E se non che degli occhi miei '1 bel segno
Per lontananza m' è tolto dal viso,
Che m' bave in fuoco miso.
Lieve mi conterei ciò che m'è grave.
Ma questo fuoco m'have
Già consumato sì l'ossa e la polpa,
Che morte al petto m'ha posto la chiave.
Onde s'io ebbi colpa,
Più lune ha volto il sol, poiché fu spenta,
Se colpa muore perchè 1' uom si penta.
1 Curiosi i giudizii dei critici. Il De Sanctis (op. cit, 55) chiama
questa canzone « la più accessibile e popolare », mentre in verità ella
RIME ALLEGORICHE E RIME DOTTRINALI 257
Non saprei decidere se tra le rime allegori-
che si abbia da porre la ballata Io mi son par-
goletta hella e nuova ^ e il sonetto Chi guarderà
giammai senza paura. Propenderei però a cre-
dere di sì. E vero che tanto l'uno, quanto l'altro
componimento si adatterebbero mirabilmente alla
Beatrice; ma dal vedere essa rappresentata nella
pargoletta mi trattiene questa osservazione. Fra
le parole di rimprovero che Beatrice rivolge a
Dante nel xxxi del Purgatorio^ ci sono, com'è
ben noto, anche queste:
Non ti dovea gravar le penne in giuso,
Ad aspettar più colpi, o 'pargoletta
0 altra vanità con sì breve uso.
La pargoletta fu dunque una delle vanità^ dietro
alle quali traviò l'Alighieri; fu una delle cose,
che, com'egli dice:
Col falso lor piacer volser miei passi
Tosto che '1 vostro viso si nascose.
Può dunque essere che la pargoletta, a cui
accenna Beatrice, sia stata Beatrice istessa? Io
credo di no. Ma credo ancora affatto insussistente
il fare della pargoletta, come vorrebbe il Boc-
caccio, una donna vera,^ almeno nella ballata e
é pochissimo accessibile e popolare punto. Il Fraticelli {Canz. di D. A.
207) la sentenzia «la migliore di quante fin ad oggi siano state det-
tate ». - Ved. per più giusto apprezzamento il Witte e il Carducci.
1 Ved. DioNisi, Prepar., ii, 34 segg.
Bàbtoli. — St. della Letterat. Ital. — Voi, IV. 17
258 CAPITOLO XII
nel sonetto sopra citati. D'altra parte \b, pargoletta
della canzone Io son venuto al punto della rota,
pare confondersi colla pietra, e quindi parrebbe
difficile di poterla identificare colla pargoletta
della ballata. Da tutto ciò sono indotto a sup-
porre clie quei due componimenti sieno allegorici.
Crede il Carducci ^ che il sonetto Parole mie,
che per lo mondo siete, chiuda il periodo delle
rime allegoriche. E già aveva detto il Dionisi-
che esso serve di prologo e di dedica alle poesie
composte nel suo amore alla Filosofia. Tutto ciò
sarà vero; ma a me pare evidente di scorgere
in quel proposito di non volere più oltre scriver
rime di quel genere:
dunque ornai
Più che noi semo, non ci vederete;
e nel dire:
Con lei non state, che non v'è Amore,
Ma gite attorno in abito dolente
a me, dicevo, pare evidente di scorgere come un
pentimento, come un rammarico.^ A quali rime
questo pentimento potrebbe riferirsi? Forse alle
dottrinali ?
C è un fatto che me ne darebbe qualche so-
spetto. Scrive l'Alighieri : Con lei non state , cM
» Op. cit., pag. 197-98.
- Prepar., ii, pag. 59.
3 Cfr. "WiTTE, Lirische Gedichte^ II, ISl.
RIME ALLEGORICHE E RIME DOTTRINALI 259
non ve Amore ^ alludendo alla Filosofia. Ma
delle rime propriamente allegoriche questo non
poteva esser detto, perchè esse sono tutte ispi-
rate da Amore; perchè anzi è l'Amore l'im-
magine, il simbolo, sotto il quale nascondesi la
scienza. Invece nella canzone della Nobiltà egli
comincia :
Le dolci rime à' Amor, ch'io solia
Cercar ne' miei pensieri,
Convien eh' io lasci
Nella canzone della Leggiadria:
Poscia eh' Amor del tutto m' ha lasciato
Qui dunque veramente non v' è Amore. Né a me
farebbe meraviglia che il sommo artista avesse
un giorno sentita quasi repugnanza per le tre
canzoni dottrinali. ^ Scritte, probabilmente, dopo
le rime allegoriche, dal 129T al 1300,- quando
più vivo era in lui il fervore degli studii filoso-
fici, in esse (mi valgo delle parole di un giudice
molto competente)^ « sotto il peso delle formole,
delle distinzioni e delle argomentazioni scolasti-
che la poesia cade faticosa e accasciata, e si
strascica a fatica e col respiro grosso per i lun-
1 Non si opponga il noto passo del Volg. Eloq., ii, 12; poiché
esso non è altro che un discorso di metrica.
2 Cfr. Carducci, op. cit., pag. 200-1.
3 Carducci, op. cit., pag. 219.
260 CAPITOLO XII
ghi andirivieni di quelle stanze » . È proprio vero :
Dante ha deposto il suo soave stile, lo stile della
donna ideale e della donna pietosa; e la sua
rima è diventata aspra e sottile. Non c'è più
nulla di Dantesco in questi versi, che si direb-
bero quasi un ritorno alle canzoni morali del
povero Guittone. Leggiamo una stanza della can-
zone sulla Nobiltà:
Chi difSnisce: uom è legno animato,
Prima dice non vero,
E dopo '1 falso parla non intero.
Ma forse più non vede.
Similemente fu chi tenne impero
In diffinire errato,
Che prima pone '1 falso, e d'altro lato
Con difetto procede;
Che le divizie, siccome si crede.
Non posson gentilezza dar né tórre,
Perocché vili son di lor natura.
Poi chi pinge figura.
Se non può esser lei, non la può porre;
Né la diritta torre
Fa piegar rivo che di lunge corre.
Che sieno vili appare ed imperfette,'
Chò, quantunque collette,
Non posson quietar, ma dan più cura;
Onde r animo eh' è dritto e verace
Per lor discorrimento non si sface.
Dante ci dice che in questa canzone « non
era buono sotto alcuna figura parlare » ; ^ ma
1 Convito, IV, 1.
RIME ALLEGORICHE E RIME DOTTRINALI 261
senza figura non esiste poesia; ed egli quindi
non fa altro che darci certi insegnamenti morali,
divisi in versi ed in stanze. Cercar 1' arte in que-
sti duri e contorti periodi rimati sarebbe impos-
sibile.
Agli altri difetti si aggiunge nella canzone
sulla Leggiadria anche quello del metro. Noi ve-
diamo ricomparire la rima al mezzo; vediamo
intrecciarsi all'endecasillabo il quinario; inutile
sforzo fatto dall'Alighieri affine di dare al com-
ponimento una veste poetica, che gli era per il
suo contenuto inesorabilmente negata. Venuta
meno l'ispirazione, affogata la poesia nel sillo-
gismo, sostituito alla viva immagine il ragiona-
mento, non restava che attaccarsi alle forme
esteriori, e tentare con esse di dare al componi-
mento qualche cosa di attraente. Ma il tentativo
riusciva al rovescio :
Poscia ch'Amor del tutto m'ha lasciato,
Non per mio grato,
Che stato — non avea tanto gioioso,
Ma perocché pietoso
Fu tanto del mio core
Che non sofferse d'ascoltar suo pianto,
Io canterò così disamorato
Contr' al peccato
Ch' è nato — in noi di chiamare a ritroso
Tal eh' è vile e noioso,
Per nome di valore,
Cioè di leggiadria, eh' è bella tanto,
Che fa degno di manto
262 CAPITOLO XII
Imperiai colui dov'ella regna.
Ella è verace insegna,
La qual dimostra u' la virtù dimora :
Per che son certo, sebben la difendo
Nel dir, com'io la 'ntendo,
Ch' Amor di sé mi farà grazia ancora.
No, Amore non gli fa grazia. Amore fugge
inorridito di qui. Ma prenderà tra poco la sua
rivincita. Egli aspetta T esule, per dettargli le tre
cantiche, che saranno una tra le piiì grandi poe-
sie umane. E se l'ingegno di Dante andava in-
torbidandosi nel dottrinarismo scolastico, se in
lui si esauriva quella ricca vena poetica che gli
aveva ispirate le rime della Vita Nuova e le rime
allegoriche, sia benedetto pure anche l'esilio, che,
ritemprando il suo genio, gli aperse di nuovo,
e più larga, piiì abbondante, più bella, la fulgida
sorgente dell'arte.
263
CAPITOLO XIII
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE
Ci restano ancora da esaminare due catego-
rie delle rime di Dante.
Sogliono i sostenitori della Beatrice storica
meravigliarsi che una cosi naturai cosa, com' è
l'amore ne' giovani, si voglia negare nell'Ali-
ghieri. E su questo facile tema ricamano abil-
mente le loro riflessioni ed argomentazioni. Ma
essi partono da un presupposto, invero assai
strano, cioè quello, che se Dante non avesse
amata la loro Beatrice Portinari, non potrebbe
avere amata nessun' altra donna. Altre donne
invece, noi ammettiamo facilmente, e crediamo,
che sieno state amate da lui. E solamente nel
novero di esse reputiamo non potersi porre la
figliuola di messer Folco.
Degli amori umani di Dante ci avanzano varie
testimonianze, porteci da lui stesso.
264 CAPITOLO XIII
Per metter piede nel Paradiso terrestre, ^ a
Dante è necessario traversare la fiamma purg-a-
trice. L' angelo ammonisce :
.... più non si va , se pria non morde ,
Anime sante, il fuoco ;
ed al poeta titubante e pam^oso dice Virgilio :
Ricordati, ricordati
Ma di che doveva egli ricordarsi? Ma perchè
questa sospensione? Quale era la colpa, onde do-
veva ancora purificarsi il cuore dell'Alighieri?
Ciò è detto dalle parole cantate dall' angelo :
beati mundo corde; ed è ripetuto da Virgilio:
Tra Beatrice e te è questo muro.
La -Beatrice infatti che noi troveremo tra poco,
ritorna per un momento la fanciulla ideale del
poeta, la quale si ricorda del suo amore per lei, la
quale si compiace della propria bellezza terrena.
Per giungere ad essa bisogna che il cuore sia
senza macchia, come fu il cuore di Dante nella
sua fanciullezza. Alle anime pure si rivelano gli
alti ideali che beatificano. E sta quindi benissimo
il Ricordati, ricordati di Virgilio : ricordati
delle colpe, onde il tuo cuore si contaminò, ri-
cordati che tu non fosti fedele alla donna della
tua mente; per rivederla ancora una volta, oc-
1 Purg., XXVII.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 265
corre purificarsi in quel fuoco. Né al fiero me-
mento di Virgilio si potrebbero desiderare parole
più consone di quelle che pronunzia Beatrice, al
suo primo incontro con Dante: Beatrice, si ponga
bene attenzione, che qui il poeta riconferma
donna della unente, chiamandola
h' alta virtù, che già m'avea trafitto
Prima eh' io fuor di puerizia fosse, i
Essa dice infatti:
Alcun tempo '1 sostenni col mio volto:
Mostrando gli occhi giovinetti a lui
Meco '1 menava in dritta parte vòlto.
Sì tosto come in su la soglia fui
Di mia seconda etade, e mutai vita,
Questi si tolse a me, e diessi altrui.
Poiché colei che parla é qui la fanciulla della
Vita Nuova, che mostrò a lui gli occhi giovinetti,
chiaro é che ciiieW altrui non può che riferirsi
ad altra donna; e dentro al pronome, usato così
in forma indeterminativa, c'è tutto il disprezzo
che l'immacolata Beatrice doveva sentire per le
donne terrene, alle quali si diede il suo poeta.
Ma essa non si arresta ancora. Dopo avere fug-
gevolmente accennato ( femmineo ricordo ! ) a co-
loro che le tolsero il cuore di Dante, prosegue
in altre accuse, in altri rammarichi. Abbiamo
1 Purg., XXX.
266 CAPITOLO XIII
però due momenti da distinguere. Il primo è
quello, del quale ella dice:
Sì tosto come in su la soglia fui
Di mia seconda etade e mutai vita,
che io credo corrisponda ai capitoli xvm-xxix
della Vita Nuova, cioè dal principio dell' india-
mento di Beatrice alla morte di lei. Quivi infatti
può dirsi che ella 'inuti vita, poiché comincia il
suo trasumanarsi. Ma è in questo periodo che il
padre di Beatrice muore. Nel concetto che io ho
della Vita Nuova, padre della donna ideale altri
non può essere che il pensiero amoroso che le
avea dato vita. Ed appunto il morire di questo
pensiero amoroso mi è chiosato dal verso :
Questi si tolse a me e diessi altrui;
come mi è confermato, nella Vita Nuova, dallo
smarrimento, nel quale si trova il poeta. ^ Io non
so che sia stato mai notato e spiegato il legame
che c'è tra la morte del padre e la previsione
della morte di Beatrice ; previsione accompagnata
da così spaventosi segni della natura.
Ben converrà che la mia donna mora, 2
se morto è quel pensiero d'amore che l'aveva
creata. Ma il sentire venir meno, affievolirsi, di-
' Cap. 23. «E però mi giunse uno si forte smarrimento, ch'io
chiusi gli occhi e cominciai a travagliare come farnetica persona ».
2 Canz. Donna pietosa e di novella etate.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 267
struggersi un tale pensiero, l'assistere quasi al-
l'agonia di esso, che fu pure tanta parte della
vita giovanile del poeta, è dolore inenarrabile.
Prevedere che quell'immagine adorata e sacra
possa cancellarsi dallo spirito, è cosa terribile,
che agguaglia per lo spavento la previsione della
morte propria. Anzi, non egli stesso solo, ma
l'universa natura pare che debba annientarsi, in
quel primo momento. Tutto il dolore è qui, nel
cap. XXIII. Dopo, quando Beatrice è morta, ei
la vede
gloriosa in loco degno , ^
e cerca ritrarne la figura « disegnando un an-
gelo ».^ E sopravviene ben tosto la donna pie-
tosa.^ Ora, ecco appunto il secondo momento da
notare nelle parole del xxx del Purgatorio. Dopo
il rimprovero di essersi dato altrui, non può
Beatrice ripetere il concetto stesso. La fanciulla
dagli occhi giovinetti si tramuta nella Beatrice
celeste, sale da carne a spirito, da concepimento
umano a concepimento oltreumano :
Quando di carne a spirto era salita,
E bellezza e virtù cresciuta m' era ,
Fu' io a lui men cara e men gradita,
E volse i passi suoi per via non vera,
Immagini di ben seguendo false,
Che nulla promission rendono intera.
^ Canz. Gli occhi dolenti per pietà del core.
2 Cap. 35.
3 Cap. 36.
268 CAPITOLO XIII
Nella via non vera, nelle fahe immagini di
bene, che non mantengono intera la loro pro-
messa, sono designati gli stuelli filosofici (la donna
pietosa); e quella stessa connessione che abbiamo
nella Vita Nuova tra i capitoli 38-39 e 40-43,
si ripete qui nelle parole di Beatrice : la visione
celeste, là annunziata, è ora nelle sue ragioni
narrata :
Tanto giù cadde, che tutti argomenti
Alla salute sua eran già corti,
Fuor che mostrargli le perdute genti;
Per questo visitai l'uscio de' morti;
Ed a colui che V ha quassù condotto
Li preghi miei piangendo furon pòrti.
Non sono sole le parole di Virgilio e di Bea-
trice a testificarci che Dante fu facile agli amori
mondani. Egli stesso, il divino poeta, a chi vo-
glia intenderlo, lo ha confessato. Leggiamo que-
sto sonetto: ^
Io sono stato con Amore insieme
Dalla circolazion del sol mia nona,
E so com'egli affrena e come sprona,
E come sotto a lui si ride e geme.
Chi ragione o virtù contro gli spreme,
Fa come quei che 'n la tempesta suona,
Credendo far colà, dove si tuona.
Esser le guerre de' vapori sceme.
^ In risposta a quello di Gino; Dante, quando per caso s' ab-
bandona.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 269
Però nel cerchio della sua palestra,
Liber arbitrio giammai non fu franco,
Sì che consiglio invan vi si balestra.
Ben può con nuovi spron punger lo fianco,
E qual che sia '1 piacer ch'ora n'addestra.
Seguitar si convien se l'altro è stanco.
Che cosa ci dice Dante in questi versi? Egli co-
mincia dal ricordare che fu sog-g-etto alla signoria
di Amore fino dal suo nono anno; ed aggiunge
che sa bene come Amore affreni e sproni, dia
gioie e dolori. Fin qui può ammettersi che si
parli dell'amore per Beatrice, sebbene quel si
ride £ geme potesse far dubitare che già la mente
del poeta corresse ad altre memorie, poiché nella
storia del suo amore ideale egli non rise mai, e
quella stessa « dolcezza » da lui provata al primo
saluto della fanciulla fece sì che egli « come
inebriato si partì dalle genti ».^ Ma ammettiamo
che tutta la prima quartina del nonetto tocchi
dell' amore per Beatrice. Potremo noi dire lo
stesso della seconda? Qui davvero noi rispon-
diamo ricisamente di no. Inutile è, dice il poeta,
opporre alla forza d'Amore la ragione o la virtiì.
E può essere dunque che Dante abbia pensato
a fare argine della propria virtìi e della ragione
all'amor di Beatrice? Ma non ci dice forse egli
stesso che l'immagine di Beatrice «era di sì nobile
virtù che nulla volta sofferse che Amore mi reg-
1 Gap. 3.
270 CAPITOLO XIII
gesse senza il fedel consiglio della ragione » ? ^
Possono di un amore mondano, d'un amore che
paia 0 sia colpevole, scriversi quelle parole; ma
di un amore ideale, no. Ad un amore quale è
quello che ci dipinge tutta la Vita Nuova non
si può alludere dicendo : chi tenta di vincerlo
colla ragione o colla virtù fa come chi suona le
campane per mettere in fuga il temporale; troppa
profanazione sarebbe parsa a Dante fare anche
lontanamente intravedere una qualsiasi antitetisi
tra Beatrice e la virtù, quando anzi Beatrice è la
personificazione di ogni cosa più bella, più vir-
tuosa, più alta. Quelle parole dunque debbono ne-
cessariamente essere riferite ad altri amori, contro
i quali è stato vano il combattere. Ed il concetto
è rinforzato nella prima terzina: dove Amore si-
gnoreggia, non esiste più libertà, il libero arbi-
trio non fu mai franco, non fu mai sicuro, onde
invano vi si caccia, vi si balestra il consiglio.
L' onnipotenza dell' amore è ritratta in questi
versi con tocchi danteschi. Il cieco e fatale ina-
bissarsi di tutte le potenze umane nel vortice che
affascina e inebria, è affermato con parole che
mostrano colui che scrive conscio della forza
esercitata dalla più tirannica delle passioni. Ma
quando Dante scrive così, la Beatrice ideale è
ben lontana dal suo spirito : lontana tanto, eh' egli
può pensare anche agli amori che sono ormai
1 Gap. 2.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 271
stanchi, ed ai quali nuovi amori succedono, se
pwigono con nuovi sproni il fianco. Non si scrive
in tal guisa, se non si sono provate molte bat-
taglie d'amore. ^ Ed alle parole proprie di Dante
è commento eloquente quello che di lui dice il
Boccaccio : « tra cotanta scienza .... trovò am-
plissimo luogo la lussuria »;- e, forse, è pure
non meno eloquente commento il sonetto che gli
dirige il primo de' suoi amici, Guido Cavalcanti:
r vegno '1 giorno a te 'nfinite volte,
E trovoti pensar troppo vilmente,
' Esiste una epistola di Dante che si crede diretta a Gino {Exu-
lanti Pistoriensi), dalia quale pare che questi domandasse: « utrum
de passione in passionem possit anima transformari ». E Dante per
risposta gli dice: « Redditur, ecce, senno Calliopeus inferius, quo
sententialiter canitur, quamquam transsumptive more poetico signe-
tur, intentum amorem hujus posse torpescere atque denique interire,
nec non quod corruptio uaìus generatio sit alterius in anima refor-
mati ». Il sermo Calliopeus crede il Witte {Dantis Alligherii Epi-
stolae quae extant, Patavii, 1827) possa essere la canzone Voi che
intendendo il terso del movete. Il prof. Giuliani invece afferma essere
il sonetto Io sono stato con amore insietne {La Vita Nuova e il
Canz., pag. 251). Noi non abbiamo la sicurezza del Giuliani, ma non
ci pare ammissibile in nessuna guisa l'opinione del Witte. Che qui
si parli di passaggio da una ad altra passione sensuale, ci sembra
essere chiaro dalle parole che seguono nell'epistola: « Omnis enim
potentia, quae post corruptionem unius actus non deperit, naturaliter
reservatur in alium; ergo potentiae sensitivae, manente organo, per
corruptionem ejus actus non depereunt, et naturaliter reservantur in
alium. Quum igitur potentia concupiscibilis, quae sedes amoris est, sit
potentia sensitiva, mauifestum est, quod post corruptionem unius pas-
sionis, qua in actum reducitur , in alium reservatur». Cfr. anche le
Osservazioni del Ciampi {Delle Prose e Poesie liriche di Dante Al-
lighieri, Livorno, 1843, V, 23), le cui conclusioni però rigettiamo
affatto.
~ Vita di Dante, 12.
272 CAPITOLO XIII
Allor mi dol della gentil tua mente,
E d' assai tue virtù che ti son tolte ....
Ora intenderemo anche come osasse Gino da Pi-
stoia chiedere a lui consiglio intorno ad un nuovo
amore che lo pungeva; ^ e nella irata risposta
di Dante noteremo quei versi:
Che si conviene ornai altro cammino
Alla mia nave, già lunge dal lito,
dai quali potrebbe trarsi che quel cammino sia
stato in altri tempi corso dalla sua nave.
Non difettano dunque le prove estrinseche di
molteplici amori nel nostro grande poeta. Ed ora
è naturale che ci domandiamo se avanzino rime
dì lui che cantino di quegli amori.
Il Carducci è stato il primo a portare la sua
attenzione sopra un gruppo di poesie, le quali
gli sembrano « composte per un soggetto solo e
di seguito in non lungo spazio di tempo, durante
il quale le idee e le facoltà del poeta furono
come avvolte e trascinate dalla . rapina di una
passione profonda, se non vogliasi d'un ardor
sensuale ».^
Queste rime sarebbero le tre canzoni: Così
nel mio parlar voglio esser aspro - Amor, tu
vedi ben che questa donna - Io son venuto al
punto della rota; la sestina: Al ])oco giorno ed
1 Ved. indietro, pagg. 93-94.
- Op. cit., pag. 203-4.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 273
al gran cerchio d' ombra, « con le due, se fos-
sero autentiche, die la seguitano»; il sonetto:
£" non è legno di sì forti nocchi : e gli altri tre :
Io son sì vago della hella luce - Nulla tni parrà
mai pili crudel cosa - Io maledico il dì eh"" io
vidi prima-, che, soggiunge il Carducci, «desi-
dererei autentici, tanto son belli ». ^
Il dubbio del dotto critico è ragionevole. Ab-
biamo già detto altrove - che non si può né at-
tribuire né negare con sicurezza all'Alighieri il
sonetto: Io soìi si vago della bella luce, stando
al criterio dei manoscritti. Però se ci facciamo
ad esaminare questo componimento nel suo con-
tenuto, confessiamo di propendere a crederlo di
Dante. Certo ci muove ad inestinguibile riso sen-
tire tra le ragioni addotte dal Fraticelli per pro-
varne l'autenticità,^ che esso « non differisce
punto dallo stile delle altre poesie di Dante, no-
tandovisi la solita concisione ed energia ed una
maschia e peregrina bellezza ». Quasi che Dante
abbia avuto uno stile solo, quasi che non ci sia
differenza tra lo stile de' primi componimenti della
Vita Nuova e quelli che seguono, quasi che esso,
il signor Fraticelli, sappia a puntino quello che
Dante poteva scrivere e quello che no. Una tale
arrogante sicurezza non prova che la superficia-
lità, con cui si sono studiati certi argomenti. Il
1 Ivi, pag. 204, n.
- Ved. indietro pag. 47 e 70-71.
3 Canz. di Dante Alighieri, pag. 114.
Bartoli. — St. della Letterat. Ital. — Voi. IV. 18
274 CAPITOLO XIII
dire: questo non può essere di Dante, perchè
Dante non poteva scriver così, non è un argo-
mento, ma una. fatuità, la quale prova la più
piena mancanza di senso critico. Ma qualche ra-
gione per credere di Dante il sonetto c'è pro-
priamente. Chi lo paragoni all'altro sonetto, del
quale ci siamo occupati in questo stesso capitolo :
Io sono stato con Amore insieme, vedrà che esso
fa quasi seguito a quello. Là infatti, come sap-
piamo, si parla della forza irresistibile di Amore,
Sì che consiglio invan vi si balestra.
Qui parrebbe che Dante dal caso generale pas-
sasse al suo particolare, dicendo: io, per esem-
pio, sono COSI vago della bella luce di quegli
occhi traditori, che pur m'hanno ucciso, che
sono per forza ricondotto a contemplarli. Là il
poeta insegna che
Chi ragione o virtù contro gli spreme ,
Fa come quei che 'n la tempesta suona.
Qui soggiunge di se: ed io pure
.... da ragione a da virtù diviso
Seguo solo il disio come mio duce.
Se questa connessione che io scorgo fra questi
due componimenti non è una mia illusione, essa
sarebbe un argomento di autenticità. Come lo
sarebbero, forse, del pari, nell'ultima terzina, il
gabbato affanno e la pietà tradita da mercede,
i quali mi ricordano duo versi della Vita Nuova:
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 275
Coir altre donne mia vista gabbate;
Per la pietà che 'l vostro gabbo uccide.
E se autentico, il sonetto esprimerebbe una pas-
sione alfatto umana e non immune da sensualità.
Più ancora del verso bellissimo :
Seguo solo il disio come mio duce,
ce lo direbbero i versi:
E quel che pare e quel che mi traluce
M' abbaglia tanto 1' uno e l' altro viso ....
i quali esprimerebbero meravigliosamente ciò che
Dante vedeva cogli" occhi corporei, e ciò che in-
travedeva (ciò che gli /ra^wc^wa) cogli occhi del
desiderio: cose, le une e le altre, che lo allon-
tanavano da ragione e da virtiÀ.
L' autenticità del sonetto : Nulla mi jparrà
mai più crudel cosa, sembra indiscutibile al Fra-
ticelli, che lo chiama infallibilmente dantesco. ^
Noi non possiamo avere una tale sicurezza, che
compete solamente ai dantisti della forza del Fra-
ticelli. Anzi dal trovarlo in un solo manoscritto -
siamo posti in grande perplessità. Confessiamo
però che le ragioni interne ce lo farebbero cre-
dere di Dante. Ci pare di sentire in questi versi
come un'aura dantesca. Ma l'impressione, affatto
i Op. cit., pag. 216.
2 In un cod. Ambrosiano lo rinvenne il Witte, che fu primo a
pubblicarlo. 'TJeher die ungedìmckten Gedichte des Dante Allighieri ^
in Dante-Forschungen, I, 458. Yed. anche Lirische Gedichte, II, 200-1.
276 CAPITOLO XIII
soggettiva, può esser falsa. Contentiamoci dunque
anche noi di esprimere, col Carducci, il deside-
rio che possa in seguito esser provata V auten-
ticità del sonetto. E, se autentico, poniamolo,
addirittura, tra le rime dell'amore reale. Ogni
dubbio intorno a ciò ne parrebbe meno che ra-
gionevole. Se anche non si volesse tener conto
della forza della prima quartina:
Nulla mi parrà naai più crudel cosa,
Che lei, per cui servir la vita smago,
Che '1 suo desire in congelato Iago,
Ed in fuoco d'amore il mio si posa;
se anche non ci fosse quel verso, esprimente
uno stato così proprio delle vere e profonde pas-
sioni :
.... tanto son del mio tormento vago;
avremmo quella reminiscenza della Clizia Ovi-
diana {Vertùur ad Solem, muiataque servai atno-
rem, Metam. iv, 270):
Né quella, eh' a veder lo sol si gira,
E '1 non mutato amor mutata serba.
Ebbe quant'io giammai fortuna acerba;
la quale, applicata alla Filosofia o ad altro es-
sere allegorico, stuonerebbe; mentre sta benis-
simo in un vero amore.
Del sonetto : Io maledico il dì cW io vidi in
prima abbiamo già detto indietro ^ che non lo
crediamo di Dante, ma di Cino da Pistoia.
1 PaR. 72.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 277
Passiamo ora alla canzone Amor da che con-
vien pur di' io mi dolga. E prima di tutto sen-
tiamo che cosa ci racconta il Boccaccio: ^ « tro-
viamo lui (Dante) sovente avere sospirato, e
massimamente dopo il suo esilio .... Et oltre a
ciò, vicino allo estremo della sua vita, nell'Alpi
di Casentino per una Alpigiana, la quale, se
mentito non m'è, quantunque bel viso avesse,
era gozzuta. E per qualunque fu Tuna di queste,
compose piiì e più lodevoli cose in rima ». A que-
sto amore per la donna Casentinese si è voluto
che alludesse la canzone sopra citata;- e si è
creduto di trovare una conferma di ciò nella
lettera di Dante a Moroello Malaspina. ^ Strana
lettera invero! Dante esule, condannato, tutto
involto nelle sventure sue e del suo partito, dopo
i falliti tentativi del 1304, dopo la caduta di Pi-
stoia in mano ai Neri (1306),'* poteva dunque
ancora occuparsi di cose amorose, e scriverne
con sì acceso entusiasmo? E scriverne poi a chi?
1 Vita di Dante, 12.
2 Veci. DiONisi, Prep., ii, 40; Anedcl., ii, 22.
3 Fu trovata nel cod. Vaticano Palat. 1729 dal Witte, il quale
'ne parlò la prima volta nelle Blàtter fur literarische Unterhaltung
del 1838, n. 149-51. L'articolo è riprodotto in Dante-Forschungen,
l , 473: Xeu anfgefundene Briefe des Dante Allighieri.
* La lettera si congettura scritta nel 1309 (ved. il cit. art. del
Witte); ma questo perchè prima del nove si reputa impossibile che
Dante si dirigesse al Malaspina, Guelfo Nero. Il Todeschini crede che
l'amore per l'Alpigiana sia da porsi tra il 1311 ed il 1314, ma senza
dirne le ragioni (Scritti su Dante, postille al Convito, II, 111 ).
278 CAPITOLO XIII
A Moroello, al nemico d'ieri,' ad uno dei capi
della parte avversaria? Ben qui davvero altri
avrebbe ragione di meravigliarsi che « il consi-
gliere di guerra e di politica », l'uomo che aveva
« nutrito il petto del cibo della scienza », - V esule
che non doveva pensare che alla patria, sfogasse
r animo in lamenti d' amore , e scegliesse per
questi sfoghi, più propri dei venti che dei qua-
rantaquattro anni, quel Nero, che
spezzerà la nebbia
Sì eh' ogni Bianco ne sarà feruto. '^
Sia pure, come vuole il Witte,'* che dopo il 1307
potessero cambiare le relazioni tra Dante e il
Malaspina;^ resterà sempre inesplicabile il fatto
che di una debolezza di cuore, di un acceca-
mento della ragione, e sia pur momentaneo, l'Ali-
ghieri desse parte proprio ad uno che era stato
della fazione a lui nemica, che aveva dovuto
sentire dai suoi avversarli tutte le accuse che gli
si muovevano, che aveva potuto crederlo un cit-
tadino corrotto, disonesto, degno di quelle pene,
a cui era stato condannato. Altro che temere
l'infamia per le canzoni del Convito! Altro che
di due donne farne destramente una sola, per
1 Ved. il cit. art. del Witte.
2 D'Ancona, La Beatrice di Dante, pag. 50.
3 Inferno, xxiv, 149-50.
4 L. e, pag. 480.
^ Cfr. Wegele, op. cit., pag. 189.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 279
poter « chiamare nobilissimo queir amore che già
vilissimo aveva denominato ! » ^ Noi non osiamo
alfacciare il sospetto deirapocrifità della lettera
al Malaspina;- ma restiamo intorno ad essa pieni
di dubbio, e non partecipiamo punto all' entu-
siasmo ed alla sicurezza dell' Heyse, il quale,
scrivendo al Witte,^ diceva esser questa «una
sincera confessione fatta ad un amico fedele » ,
e reputava « cosa assurda supporre anche qui
un' alleg-oria ». Leggiamo questa lettera, secondo
il testo datone dal Witte:'*
Bantes Domino Maroello Marchìoni Malaspinae
« Ne lateant dominum vincula servi sui , quem
affectus gratuitae generositatis dominantis servum
reddiderat, ^ et ne alia relata prò aliis, quae fal-
sarum opinionum seminaria frequentius esse so-
^ent, negligentem praedicent carceratum, ad con-
spectum Magniti e enti ae vestrae presentis oraculi ^
seriem placuit de-stinare. Igitur mihi a limine,
suspiratae"^ postea, curiae separato (in qua, velut
sub admiratione vidistis, fas fuit sequi libertatis
1 D'Ancona, op. cit., pag. 51.
2 II cod. Vaticano 1729 fu scritto nel 1394 da Francesco da Mon-
tepulciano. Esso contiene anche le Egloghe del Petrarca. Ved. art.
■cit., pag. 474.
3 Lirische Gedichte, voi. II, pag. 237.
* Ivi, pag. 235-6.
5 Nel ms. affeclxis gratuitatis dominantis. ^^^.
^ Forse oratiunculael W.
' Nel ms. suspirare. W.
280 CAPITOLO XIII
officia) quum primum pedes juxta Sarni fluenta
securus et incautus defigerem, subito, heu! mii-
lier, ceu fulgur descendens, apparuit, nescio quo-
modo, meis aiispiciis, undique moribiis et forma
confo rmis. Oh quantum in ejus apparitione obstu-
pui! Sed stupor subsequentis tonitrui terrore ces-
savit. Nam sicut diurnis corruscationibus illieo
succedunt tonitrua, sic inspecta fiamma pulchri-
tudinis hujus, Amor terribilis et imperiosus me
tenuit. Atque hic ferox , tanquam dominus pulsus
a patria, post longum exilium sola in sua repa-
trians, quidquid ei ' contrarium fuerat intra me,
vel occidit, vel expulit, vel ligavit. Occidit ergo
propositum illud laudabile,- quo a mulieribus
suisque- cantibus abstinebam , ac meditationes
assiduas , quibus tam coelestia quam terrestria
intuebar, quasi suspectas, impie relegavit; et de-
niquo, ne centra se amplius anima rebellaret,
liberum meum ligavit arbitrium, ut non quo ego,
sed quo ille vult, me verti oporteat. Regnat ita-
que Amor in me; qualiterque me regat, inferius ,
extra sinum praesentium, requiratis ».
E sarebbe appunto la canzone Amor, da che
convien pur ch'io mi doglia, quella che avrebbe
accompagnata la lettera, e che doveva far noto
al Malaspina come Amore dominasse il cuore
• Nel ms. enini. W.
2 Nel ms. suis. Si potrebbe anche leggere : meis in cantibus, o:
a mulieribus cantibus. W.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 281
deir Alighieri. - Chi minutamente confronti F epi-
stola e la canzone trova infatti parecchi luoghi
conformi; e alcune di quelle conformità furono
già notate dal Witte e da altri.
Ma quello che nella canzone sopra a tutto il
resto ferma l'attenzione nostra, è la stanza ultima
che dice così:
O montanina mia canzon, tu vai;
Forse vedrai Fiorenza la mia terra,
Che fuor di sé mi serra,
1 II prof. Giuliani, sempre cosi cauto, scrive a questo proposito
( Vita Nuova e Cam., pag. 33-1): «Questa canzone porta cosi espressi
e visibili i caratteri di Dante, che non potrebbe recarsi ad altro au-
tore. Bensì l'amore, di che vi si ragiona, è assai diverso da quello,
ond'egli fu acceso per Beatrice o per la Filosofia. Ed a viemeglio
accertarlo si ponga mente che l'Allighieri, non appena esulando giunse
alle sorgenti dell'Arno, senti risvegliarsi amore verso una bella donna
del Casentino. Il che ei ne rafferma nella sua lettera a Moroello Ma-
laspina. Ora, insieme col Witte, il Torri e il Fraticelli s'avvisarono
che la poesia, accompagnata ad essa lettera, ben debba ravvisarsi
nella canzone presente; né da siffatto parere si discosterà chi voglia
paragonare e pregiar le parole del veridico Poeta». Mi consenta il
mio venerando collega alcune osservazioni. Dire con tanta sicurezza
che Dante, appena giunto alle sorgenti dell'Arno, s'innamorò di una
bella Casentinese, non si può. Il racconto del Boccaccio è troppo arruf-
fato, perchè gli si abbia da prestare così cieca fede. Egli confonde la
Pargoletta colla giovane amata in Lucca; e pone l'amore perla Ca-
sentinese « vicino allo estremo della sua vita », il che, ad ogni modo,
sarebbe falso. La lettera al Malaspina ha «juxta Sarni fluenta», e il
cambiare Sarni \n Arni non è che una (sebbene felicissima) conget-
tura. Confesso poi che non capisco quello che voglia dire il « para-
gonare e pregiare le parole del veridico Poeta». Qui non si tratta,
mi pare, che il Poeta sia veridico o no, né si tratta di pregiare le
sue parole. Si tratta d' interpetrare una canzone e una lettera. Se io,
per esempio, non credessi che esse si riferissero alla gozzuta Casen-
tinese, 0 che; forse pregerei Dante meno d'un altro?
282 CAPITOLO XIII
Tòta d'amore e nuda di pietate.
Se deatro v'entri, va dicendo: ornai
Non vi può fare il mio signor più guerra ;
Là, ond'io vegno, una catena il serra
Tal, che se piega vostra crudeltate,
Non ha di ritornar più liberiate.
Questa licenza della canzone fece già dire al
Dionisi:^ «se qui si trattasse di lascivo amore,
troppo imprudente sarebbe stato V autore a mo-
strarsi impedito in faccia de' suoi cittadini; e privo
affatto di senno e' si sarebbe scoperto in dirsi
tanto preso d' un' alpigiana gozzuta , cbe se anche
egli fosse richiamato alla patria, non potesse
rompersi le catene a tornarvi ». E il canonico
veronese questa volta ci pare cbe abbia proprio,
ragione. Non bastava avere scelto il Malaspina
a confidente de' propri amori; si doveva anche
dedicare a Firenze la poesia che celebrava quegli
amori; alla nemica Firenze che lo serrava fuori
del bello Ovile, egli
Nemico ai lupi che gli danno guerra;
egli, che avrebbe paragonata l'impudica città
alla Barbagia di Sardigna, e che avrebbe così
fieramente gridato contro le sfacciate donne fio-
rentine; egli che avrebbe poi espressa la spe-
ranza di ritornare con altra voce,^ non più, cioè,
cantore di femminili amori, ma di cose alte e
1 Prepar., ii, 41.
2 Parad.. xxiv.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 283
divine; ^ avrebbe ora mandata la canzone che
conteneva i suoi spasimi erotici per una villana
delle Alpi; e glie l'avrebbe mandata, dicendole:
se anche tu mi richiamassi nel tuo seno, io non
verrei, perchè mi lega qui l'amor d'una donna. -
Non si trascuri poi un' altra osservazione. Se fosse
vero, come vogliono esimii scrittori, che la com-
posizione del Convito cada tra il 1306 e il 1308, ^
e ch'egli abbia scritto una parte almeno di quel
libro stando presso Moroello Malaspina di Mu-
lazzo,'* bisognerebbe supporre che appena uscito
dalle più eccelse meditazioni, alle quali c'è nel-
l'epistola appunto una allusione (ac m^(izVa^/o?^^s
assiduas, quihus iam coelestìa quam terrestra in-
iuehar), si abbandonasse con impeto al nuovo
amore; e, non che cercare di nasconderlo, quasi
ne menasse vanto, mandandone il racconto ad
un altro Malaspina,^ e dedicando a Firenze la
• Ved. ToDEscHiNT, Svila retta interiìetrazione dal terzo e quarto
ternario del cant. XXIV del Piirg., negli Scritti su Dante, II, 315.
- Cfr. colle parole del Convito : « . . . dolcissimo seno . . . nel quale
... desidero con tutto il cuore di riposare Tanimo stanco, e termi-
nare il tempo che mi è dato». Tratt. i, cap. iii.
3 Ved. le ragioni concludentissime che ne reca il Wegele , op.
cit., pag. 195-6-7.
4 Ivi; a pag. 189.
^ 0 allo stesso Malaspina di Mulazzo, come vorrebbe il "SVegei.e
(op. cit., pag. 186), ma senza recarne prova alcuna. Moroello di Mu-
lazzo mori nel 1284 (ved. Litta, Faìn. Malaspina, Tav. VI). Non so
su quali dati si fondi il Wegele. Cfr. una nota del Torri I^Prose e
poesie liriche di Dante, Livorno, 1843, V, 15), dove si cita un lungo
brano del Gerini {^Memorie storiche della Lunigiana), ma senza
venire a nessuna conclusione certa.
284 CAPITOLO XIII
canzone. Ora, nessuna meraviglia farebbe a me
l'amore di Dante, ancbe per una donna col
gozzo. Ma meraviglia mi fa eh' egli abbia voluto
così divulgarlo; meraviglia indicibile, che abbia
propriamente scritta quella lettera ad un Mala-
spina,^ e a Firenze indirizzata quella poesia. Se
noi esajniniamo il testo dell' epistola, certo non
potremo trattenerci da. un senso di meraviglia da-
vanti ad alcune espressioni. Quel ceu fulgur cle-
scendens] quel sed siupor subsequentis tonitrui ter-
rore cessavtt, quell'amor terì'ihilis ed imperiosus ,
dovrebbero far credere ad un' apparizione che
avesse dello straordinario, ad una passione che
s'impadronisse veementemente, terribilmente del
cuore di Dante. Ma tutto finisce poi lì. Il dramma
che si apre con questa spaventosa grandiosità, non
ha seguito. Dice l' Heyse : questa è una confes-
sione, scritta nello stil<5 di Dante. ^ E sia pure,
sebbene io creda col Del Lungo ^ che troppo siasi
abusato del criterio che si fonda sul cosiddetto co-
lorito dantesco. Ma supponete che Dante, memore
d'uno scrittore latino a lui noto, abbia fìnto che
sulle rive dell'Arno gii sia apparso il fantasma
1 In conclusione, i tre Moroelli, di Giovagallo, di Mulazzo e di
Villafranca, tutti offrono difficoltà gravi. Quello di Villafranca potrebbe
sembrare da preferirsi. Ma non può essere che una vaga ipotesi. Se
esso era un personaggio tanto ragguardevole, da meritare che Ar-
rigo VII nel 1311 lo nominasse Vicario Imperiale a Brescia, chi potrà
credere che Dante lo scegliesse a confidente dei suoi trasporti amorosi?
2 Lettera citata {ehi GesUindniss im Styl des Dante).
3 Dino Coìnpagni, II, 588.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 285
di Firenze, come il fantasma di Roma fece ap-
parire Lucano a Cesare sulle rive del Rubicone. ^
Io non intendo qui di fare che una mera suppo-
sizione; non intendo che di mettere avanti una
ipotesi, la quale può essere a piacere accolta e
rigettata. Però con questa ipotesi, dico, ed epi-
stola e canzone acquistano un nuovo significato ,
e non hanno più in sé nessuna repugnanza. Nel-
r epistola tutto conviene benissimo alla figura
della città personificata. E prima quella seriem
praesentis or acuii', che altrimenti è molto strana,
e che ha obbligato il Witte, come già sappiamo,
a supporre che invece di oraculi s'abbia da leg-
gere oratiunculae. Poi, intendiamo perfettamente
che la visione accadesse dopo che Dante fu ban-
dito dalla sua città: a limine poste a Curiae sepa-
rato, di quella Curia, nella quale certamente si
allude a Firenze, ed a cui si conviene quindi
l'epiteto di siispiratae.'^ Isle^Wo ancora ci ren-
diamo conto del perchè dica lo scrittore che gli
apparve come folgore una donna, mulier, nescio
quomodo, meis auspiciis undique moribus et forma
conformis. Assai, veramente, ci piacerebbe di sa-
pere come potesse Dante Alighieri trovare con-
forme ai suoi desiderii, di bellezza^ e di costumi,
' Ved. Pharsalia, lib. I, versi 185 sgg.
2 Riferire ciò alla corte dei Malaspina non ci pare ragionevole.
3 II testo Torri legge: «moribus et fortunae ». Tanto meglio!
Come la donna Casentinese potesse essere somigliante all'Alighieri
di costumi e di fortuna, non tocca a noi di spiegarlo."
286 CAPITOLO XIII
l'Alpigiana col gozzo! E perchè poi egli dica
nescio quomodo. Se noi invece tenessimo in essa
donna raffigurata la città che gli aveva dato i
natali, se potessimo figurarci ch'egli la vedesse
nell'accesa fantasia, non quale era, nemica e cru-
dele, ma benevola a lui, partecipe alle sue idee
politiche, tale insomma come poteva desiderarla
in cuor suo, quelle parole rifulgerebbero di luce
vivissima. E il nescio quomodo esprimerebbe la
meraviglia del trovarla cosi diversa da quello che
era realmente. Né potrebbe aversi a questo con-
cetto più desiderabile corrispondenza di quella
che resulta dalle cose che seguono : inspecta
fiamma pulchrtiudim's ejus, amor terrihilis et
imperiosus me ienuit. Può Dante avere scritte
tali parole di una qualunque femmina volgare?
Aiqite Ilio feroXj tamquam dominus puhus a pa-
tria, post longum exilium sola in sua repatrians ,
quidquid eidem contrarium fuerat intra me, vel
occidit, vel expulit , vel ligavit. 0 noi non co-
nosciamo affatto il carattere di Dante, o tali alte
parole su questa invasione dell' amore nelF animo
suo non possono che ad alta cosa riferirsi ; a
tanto alta cosa che sia lecito al grande poeta il
dire che questo amore meditationes assiduas,
quihus tam coelesiia qitam terrestria intuehar,
impie relegava. Queste parole possono benissimo
riferirsi alla Divina Commedia. Ma chi crederà
che la donna del Casentino esercitasse tanto im-
pero sulla ferrea natura di Dante da bandire il
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 287
pensiero del poema sacro, al quale aveva posto
mano e cielo e terrai E non si dica che nelle
parole proposiium illucl laudabile quo a raulie-
hrihus suis canlibus ahstinebam, si ha la confes-
sione di un amore vero per ima donna. No. Tali
parole possono agevolmente intendersi nel senso
del proposito fatto di non scrivere piiì poesie
della maniera di quelle della Vila Nuova e del
Convito, che sono appunto canti feTnniinili , cioè
indirizzati a una donna. Una confessione nella
epistola esiste, ma ben diversa da quella che altri
crede di trovarci; ed io la scorgo nelle parole,
colle quali comincia la lettera. Perchè scrive
Dante? scrive ne alia retata jpro aliis, quae fai-
sarum opinionum seminaria frequentius esse so-
letit, negligentem praedicent carceratum. Quali
sono le voci che Dante teme, passando di bocca
in bocca, generino fallace opinione e lui praedi-
cent negligentem caì^ceratum'i. Quelle, io intendo,
di un nuovo amore; le quali voci forse eran nate
dalla falsa interpetrazione della canzone: Amor,
da che convien pur di io mi doglia. Per questo il
poeta la manda al Malaspina, con una lettera
che, a senso suo, non poteva che chiaramente
esprimere la natura del nuovo amore da lui can-
tato, e diceva al tempo stesso non aver egli po-
tuto resistere alla forza prepotente che lo trascinò
a scrivere quei versi. E si ponga ben mente a ciò.
Quanto assurdo sarebbe il supporre che lo sban-
deggiato AHghieri raccontasse una sua debolezza
288 CAPITOLO xni
d' amore al Malaspina che vinse i Bianchi a Ser-
ravalle e sottomise Pistoja; altrettanto naturale
riesce che alni egli si giustificasse: giustificazione
concepita alla maniera Dantesca, ma sempre giu-
stificazione.
Ed ora poco ci resta da dire sulla canzone.
Che essa non parli di un amore reale, per noi è
chiaro dal commiato. Che sotto la figura della
donna si nasconda Firenze non ci pare improba-
bile. Di Firenze può ben dire il poeta, rivolto ad
Amore:
Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contento.
Ma chi mi scuserà, s'io non so dire
Ciò che mi fai sentire?
Chi crederà ch'io sia ornai sì còlto?
Ma se mi dai parlar quanto tormento.
Fa, signor mio, che innanzi al mio morire
Questa rea per me noi possa udire;
Che, se intendesse ciò ch'io dentro ascolto.
Pietà faria men bello il suo bel volto.
E tanto più può dire :
Io non posso fuggir, ch'ella non vegna
Nell'immagine mia,
Se non come il pensier che la vi mena;
e può lamentarsi d'essere costretto ad andare
sempre col desiderio là dov' ella è vera, sebbene
questo desiderio gli sia cagione di dolore mortale:
La nemica figura, che rimane
Vittoriosa e fera,
E signoreggia la virtù che vuole,
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 289
. Vaga di sé medesraa andar mi fané
Colà dov'ella è vera,
Come simile a simil correr suole.
Ben conosch'io che va la neve al sole;
Ma più non posso: fo come colui,
Che nel podere altrui
Ya co' suoi pie colà dov' egli è morto.
Bellissimo è eh' egli chiami Firenze questa
sbandeggiata di tua corte, la quale
Fatto ha d'orgoglio al petto schermo tale,
Ch'ogni saetta lì spunta suo corso,
Per che l' armato cuor da nulla è morso.
E nel Commiato della canzone forse è da ri-
collegarsi (\\\qW andar mi fané della 3^ stanza,
col primo verso
0 montanina mia canzon, tu vai;
quasi a dire: io non posso andare che col pen-
siero, coir acceso desiderio; tu vai veramente;
tu vedrai Firenze :
Forse vedrai Fiorenza la mia terra.
Che fuor di sé mi serra,
Vuota d'amore e nuda di piotate.
Dille, 0 mia canzone, che se anche si piegasse
ora la crudeltà de' suoi cittadini, io non avrei piii
libertà, non avrei piii forza di ritornare, perchè
qui mi lega, mi serra, mi tiene l'immagine sua;
perchè, in altre parole, io sono qui innamorato-
di questo fantasma che mi è apparso
Bartoii. - St. della Letterat. Hai. — Vcl. IV. 19
290 CAPITOLO XIII
in mezzo l'Alpi
Nella valle del fiame,
Lungo il qual sempre sopra me sei forte,
o Amore; e tornando, dovrei distaccarmene, per
ritrovar]
bandito
ritrovarmi in mezzo agli scellerati che mi hanno
Se dentro v'entri, va dicendo: ornai
Non vi può fare il mio signor più guerra.
Là ond'io vegno, una catena il serra.
Tal, che se piega vostra crudeltate,
Non ha di ritornar più libertate.
Si ricordino i lettori che la nostra interpetra-
zione non è che una supposizione. A noi basta
di aver dimostrato che questa canzone, colla let-
tera annessa, non possono riferirsi ad un amo-
ruccio, quale sarebbe quello della Casentinese.
Altri violenti amori nella vita di Dante posteriore
all'esilio non si conoscono. Si tragga dunque da
ciò quella conseguenza che sembra migliore; ma
nel trarla si tenga bene nella memoria quanto
fosse facile la mente di Dante alle più ardite per-
sonificazioni, e quanto proclive a servirsi della
visione, come di mezzo poetico.
Abbiamo bensì altre rime di Dante, che, se-
condo alcuni, si riferiscono ad un amore vero, e
sono quelle, dove trovasi il nome di 'pietra, ripe-
tuto molte volte. Diamone prima di tutto l'elenco.
Le tre canzoni:
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 291
Così nel mio parlar voglio esser aspro;
Amor tu vedi ben che questa donna;
Io son venuto al punto della rota.
Le tre sestine
Al poco giorno ed al gran cerchio d' ombra ;
Amor mi mena tal fiata all'ombra;
Gran nobiltà mi par vedere all'ombra.
I due sonetti:
E"" non è legno di sì forti nocchi ;
Deh piangi meco, tu dogliosa pietra.
Di queste rime, indubbiamente apocrife sono
le due sestine: Amor mi mena, e Gran nobiltà.
Se anche non fosse concorde su ciò il giudizio
di reputati dantisti,^ basterebbe l'esame di quei
due componimenti, per capir subito che essi fu-
rono posteriormente rifatti sulla sestina Al poco
giorno.^
Nel sonetto E' non è legno, la parola 'pietra
trovasi una volta sola, e posta come incidental-
mente. Non parrebbe che il poeta avesse voluto
qui fare allusione ad una donna. Certo molto de-
boli sono gli argomenti, mercè i quali il Dionisio
vuol provare che in quei versi si allude alla Fi-
losofìa, colla citazione di un passo del Convito.
Ma la fine del sonetto :
1 WiTTE, Lirische Gedichte, Bibliograpliiscli-kritische Einleì-
tung., II, pag. 76-7, Giuliani, Vita Nuova e Cam., pag. 383-4-5.
2 Cfr. WiTTE, 1. e.
3 Preparazione y ii, 63 segg. e Anedd. ii, cap. xvii, pag. 47 sgg.
292 CAPITOLO XIII
Ed è contro a pietà tanto superba,
Che s'altri muor per lei, noi mira piue,
Anzi gli asconde le bellezze sue,
fa credere anche a noi che si tratti di un' alle-
goria.
L'altro sonetto Deh piangi meco, ^ non si può
negare che non abbia qualche cosa che ricordi
qua e là il vigore dantesco ; - ma è questo un
criterio troppo fallace per giudicare autentica la
poesia. Come a giudicarla assolutamente apocrifa
non bastano le cose brutte, i giuochi di parole,
le oscurità che ognuno vi nota. Noi dunque so-
spendiamo ogni giudizio, ed aspettando la rispo-
sta che potranno in seguito dare i manoscritti,
poniamo intanto il sonetto , con una leggera cor-
rezione,^ sotto gli occhi dei lettori:
Deh piangi meco, tu, dogliosa pietra,
Perchè sei pietra, e a sì crudele porta
Entrata, che d'angoscia il cor m'impietra.
Deh piangi meco, che tu la tien morta.
Ch'eri già bianca, ed or sei nera e tetra.
Dello colore suo tutta discorta,
E quanto più ti prego, più s'arretra
Pietà d'aprirmi, ch'io la veggia scorta.
Aprimi, pietra, si ch'io petra veggia,
Come nel mezzo di te, crudel, giace,
Che '1 cor mi dice , eh' ancor viva seggia.
1 Fu pubblicato la prima volta frammentariamente dal Trucchi
( Poesie ital. di dugento autori, i, 298 ); e poi per intero dal Witte,
nelle Rime in testi ant. attrib. a Dante, in Dante- Forschungen , II, 562.
2 Cfr. Carducci, op. cit. , pag. 210, nota.
3 La segniamo in corsivo.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 293
Che, se la vista mia non è fallace,
II sudore e 1' angoscia già ti scheggia.
Pietra è di fuor che dentro pietra face.
Restano le tre canzoni e la sestina. Nessun
dubbio mi pare che possa aversi sul significato
della canzone:
Così nel mio parlar voglio esser aspro.
E qui espresso un forte sentimento d' amore per
una donna, che non è più davvero l'aerea Bea-
trice, né, tanto meno, la Filosofìa. Tutto in questi
versi ci prova il fiero agitarsi di una passione
non soddisfatta. Tutto ci fa sentire il passaggio
del turbine nel cuore sconvolto del poeta. Udi-
telo con che vigore di parola ei si lamenta: Amore,
esto perverso
.... disteso e riverso
Mi tiene in terra d' ogni guizzo stanco.
E che ira contro di lei, che scrosci d'ira, che
saettar di parole iraconde:
Così vedess'io lui fender per mezzo
Lo core alla crudele, che '1 mio squatra;
Poi non mi sarebb'atra
La morte, ov'io per sua bellezza corro.
Che tanto dà nel sol, quanto nel rezzo ^
Questa scherana micidiale e latra.
1 Si ammiri, di grazia, l'interpetrazione di questo verso, bello
e chiaro, data dal signor Fraticelli: «probabilmente con questa me-
tafora ha voluto significare ch'ella si conteneva in egual modo si
nell'estate che nell'inverno ». Peccato che Dante non ci abbia fatto
saper qualche cosa anche delia primavera e dell'autunno.
294 CAPITOLO XIII
Oh! se ella, questa scherana micidiale, sen-
tisse il fuoco che brucia il poeta; se corrispon-
desse al suo amore, se lasciasse saziare il desi-
derio che lo arde di lei : il lungo desiderio fatto
più acre ogni giorno dalla vista della sua bel-
lezza voluttuosa:
Oimè! perchè non latra
Per me, com'io per lei nel caldo borro?
Che tosto griderei : Io vi soccorro ,
E farei volentier, siccome quegli
Che ne' biondi capegli,
Ch'amor per consumarmi increspa e dora,
Metterei mano e saziereirai allora.
E il pensiero di tuffare la mano febbricitante in
quelle chiome, di tenersele avvinghiate, di pa-
scersi di voluttà coi propri occhi vicini e fissi
negli occhi di lei; il pensiero, il sogno, l'ebrezza
■del trionfo lo fa prorompere cosi:
S' io avessi le bionde treccie prese ,
Che fatte son per me scudiscio e forza,
Pigliandole anzi terza,
Con esse passerei vespro e le squille,
E non sarei pietoso né cortese ,
Anzi farei com'orso, quando scherza.
E se amor me ne sferza.
Io mi vendicherei di più di mille;
E i suoi begli occhi , ond' escon le faville ,
Che m'infiammano il cor ch'io porto anciso,
Guarderei presso e fiso ,
Per vendicar lo fuggir che mi face. . . .
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 295
Non c'è dubbio: questo è amore, terribile
amore, di quello che devasta l'anima, traverso a
cui passa; ed a noi, ripeterò col Carducci, « a
noi, tanta ardenza di sentimenti, tale sfogo della
propria natura dell'uomo, dopo il ritegno della
mistica contemplazione di Beatrice, a noi piace ».^
La canzone: Amo7% tu vedi ben, è quella che
fece dire all' Amadi - scrittore padovano del se-
colo XVI, essere sotto il nome di Pietra desi-
gnata Madonna Pietra, della nobile famiglia degli
1 Op cit., pag. 208. — È noto che il prot. Witte ha tentato una
ricostituzione congetturale delle quattordici canzoni che dovevano,
secondo il concetto di Dante, far parte del Convito. Tra esse egli
pone anche la canz. Così nel mio parlar , per la seguente ragione (op.
cit., pag. 37). Nel Convito (Tratt. iv, cap. 26) è detto: «E quanto
raffrenare fu quello, quando essendo (Enea) ricevuto da Dido con
tanto di piacere, quanto di sotto nel settimo Trattato si dirà, e stando
con essa in tanta dilettazione, egli si parti» ecc. Ora nella cit. can-
zone si trovano ì due versi :
El (.-Vinore) m' ha percosso in terra , e starami sopra
Con quella spada, ond'egli ancise Dido.
Ravvicinati questi versi al passo del Convito., dice il Witte che ri-
conosciamo con certezza in questa la canzone che doveva essere com-
mentata nel settimo Trattato. Ci permetta il dotto uomo di dirgli che
non sappiamo assentire a ciò. Bido è nominata nei versi affatto per
incidenza, anzi per figura retorica. Chi può indovinare quello che
di lei e di Enea avrebbe scritto Dante se avesse terminato il Convito ì .
Chi può assicurarci che sia stata da lui scritta la canzone che do-
veva essere commentata nel Trattato settimo ? Vero è che anche il
Todeschiui crede che la canzone Cosi nel mio parlar dovesse far
parte del Convito, ma non ce ne dice le ragioni (Postille al Convito,
negli Scritti su Dante, II, 111). Invece essa tjon trovasi segnata nel
cod. Riccad. 1044, che pretende darci l'elenco delle quattordici canzoni
che Dante si proponeva di commentare. Il sesto componimento ivi
sarebbe la sestina: Al poco giorno ed al gran cerchio d' ombra. Cfr.
Giuliani, Appendice al Convito, pag. 740-41.
2 Annotationi sopra una Canzone morale, Padova, 1565.
296 CAPITOLO XIII
Sere vigni, di Padova.^ DelF asserzione sua l'Amadi
non reca alcuna prova, e noi teniamo che di que-
sta Scrovigni sia accaduto quello che già accadde
della Portinari. Dante canta di una donna che
ebbe nome Pietra. A Padova visse nel secolo xiv
una Pietra Scro vigni. Dunque la Scro vigni fu la
Pietra di Dante. Così press' a poco deve essersi
ragionato, o, diciamo piuttosto, sragionato; e la
Scrovigni entrò nella leggenda dantesca, accolta
a festa da molti scrittori di facile contentatura.
Noi però non crediamo quello di Pietra il nome
vero della donna amata; ma bensì un nome
esprimente al solito la qualità, che diremo pre-
dominante in lei; un nome fabbricato dal poeta,
come già quello di Selvaggia e di Beatrice, e
come forse, dopo, anche quello di Laura. Troppo
strana cosa sarebbe che tutte queste donne aves-
sero per r appunto un nome che si prestasse ad
un altro senso! Di Selvaggia e di Beatrice ab-
biamo già parlato. Ed ora per la Pietra notiamo
questi versi, che si leggono nella canzone: Cosi
nel mio parlar:
Ahi! angosciosa e dispietata lima,
Che sordamente la mia vita scemi,
1 Leggo ora nel Propitgnatore , anno xiv, disp. 2, 3, il princi-
pio di una importante memoria del signor Vittorio Imbriani, intito-
lata Le Canzoni Pietrose di Dante. Mi dispiace di non potermi va-
lere delle conclusioni, a cui l'esimio critico giungerà. Ma il Propu-
gnatore esce a lunghi intervalli, ed io ho già fatto aspettar troppo
questo volume.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 297
Perchè non ti ritemi
Rodermi così il core scorza a scorza ,
Com'io di dire altrui chi ten dà forza?
Il senso loro mi pare ovvio: ahi! spietata lima
d'amore, che mi consumi la vita, perchè non
temi tu di rodermi il core, come io temo di far
sapere chi è colei che te ne dà la forza ? È adun-
que chiaro che il poeta non vuole che altri co-
nosca chi sia la donna eh' egli ama. E come se
questo non fosse già detto con sufficente evidenza,
seguita poi nel concetto medesimo :
Che più mi trema il cor, qualora io penso
Di lei in parte, ov' altri gli occhi induca,
Per tema non traluca
Lo mio pensier di fuor si che si scopra.
Ch'io non fo della morte, che ogni senso
Colli denti d'amor già mi manduca.
Ma se il poeta non vuole che il suo pensiero tra-
luca, se non vuole che il suo pensiero si scopra,
non è supponibile ch'egli abbia gittate là, aperto
a tutti, il nome vero della donna. Chi può non
ricordarsi qui del sonetto di Gino, che dice di
celare colei che nella mente ha pinta ? ^ Tanto è
vero che in tutto si rassomigliano questi rima-
tori del nuovo stile, e che nessuno di essi, sia
reale o ideale la donna, vuol palesarne il nome.
Nomi poetici tutti, non esprimono altro che un
modo soggettivo di provare l'amore. Alle dolo-
1 Ved. indietro pag. 91.
298 CAPITOLO XIII
rose rime del Pistojese conviene il fiero nome di
Selvaggia) alle dolci rime del poeta della Vita
Nuova risponde perfettamente il nome di Bea-
trice; dXV aspro parlare della canzone, dove ri-
bolle tanto furore di sensualità, non si poteva
adattare nome più acconcio che quello di Pietra.
Ma della Scro vigni cosi, come già della Vergio-
lesi, come della Portinari che resta? Non altro,
ci pare, che una leggenda.
La canzone: Amor, tu vedi ben che questa
donna, è citata da Dante nel Volgare Eloquio.
Ivi,^ trattando de relatione riihimorum, et quo
ordine ponendi suni in stantia, egli insegna che
« tria ergo sunt, quae circa rithimorum positio-
nem reperiri dedecet aulico poetantem: nimia
scilicet ejusdem rithimi repercussio, nisi forte
novum aliquid atque intentatum artis hoc sibi
praeroget; .... hoc etenim nos facere visi sumus
ibi: Amor, tu vedi ben die questa donna ». A
Dante dunque pareva di aver fatto qualche cosa
di novum ed intentatum. E ritmicamente aveva
ragione. La canzone componesi di 5 stanze di
12 versi ciascuna, e di un commiato di 6 versi.
Sono dunque in tutto 66 versi; e le parole, con
cui terminano questi 66 versi, sono cinque sole,
cioè: donna, pietra, freddo, luce, tempo. Cosi si
ha ripetuta la parola donna 13 volte, pietra 13
volte, freddo 14 volte, luce 13 volte, tempo 13
1 Lib. II, cap. 13.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 299
volte. Chiamando a donna, h pietra, e freddo,
d luce, e tempo, abbiamo lo schema seguente:
I. St. a e a a d a a e e a b b
IL St. b a b b e b b d d a e e
III. St. cbccacceecdd
IV. St. dcddbddaadee
V. St. edeeceebbeaa
Com. a b e e d e
Questo intreccio di parole, ripetute continua-
mente in fine ad ogni verso, dovè sembrare al-
l'Alighieri cosa difficile, lavoro per la sua novità
ammirabile. A noi però sia permesso di giudicare
diversamente 1' opera sua. Noi non possiamo in
ninna guisa trovarci d' accordo coli' illustre Giu-
liani, quando egli ci dice che « nel faticoso la-
voro dobbiam pure ammirare la mano del grande
Artefice».^ No, noi non ammiriamo, ma deplo-
riamo che il sommo artefice sia disceso a questi
bisticci, a queste misere cose, che ci allontanano
tanto dalla sua larga e solenne maniera, per ri-
condurci alle pili artificiose stravaganze della
ritmica provenzale. Se ci si dica che Dante ha
saputo vincere un'enorme difficoltà, concederemo;
se in questa difficoltà superata si vorrà vedere
qualche cosa di bello, negheremo ricisamente.
' Vita Nuova e Canz., pag. 305. Ben diversamente giudica il
Witte, op. cit., II, 107.
300 CAPITOLO XIII
Riverenti al grande, al potente, all'eccelso arti-
sta, noi ci sentiamo repugnanti ad ogni adora-
zione. Questa canzone ci par brutta, e lo diciamo;
tanto più franchi lo diciamo, quanto più ci sem-
bra necessario che la critica si spogli di ogni
passione e di ogni preconcetto, e giudichi con
criterii affatto oggettivi. Nessuno più di noi am-
mira le immortali pagine dell' Alighieri. Ma ac-
canto all' ammirazione noi ci riserbiamo il diritto
di biasimare quello che ci par biasimevole. Sen-
tano i lettori una di queste stanze, la prima che
ci capita sotto gli occhi:
Ed io che son costante più che pietra
In ubbidirti per beltà di donna,
Porto nascoso il corpo della pietra,
Con la qual rai feristi come pietra,
Che t' avesse uoiato lungo tempo :
Talché mi giunse al core, ov'io son pietra.
E mai non si scoperse alcuna pietra
0 da virtù di sole o da sua luce
Che tanta avesse né virtù né luce,
Che mi potesse atar da questa pietra,
Sì eh' ella non mi meni col suo freddo
Colà dov'io sarò di morte freddo.
Quando si pensa che si seguita in questa
maniera per sessantasei versi ! Dove sono andati
il vigore dei concetti, la sovrana efficacia del-
l'espressione dantesca? Tutto qui sembra soffo-
cato sotto il giuoco continuo delle parole. Ed è
per ciò che noi restiamo indecisi davanti al signi-
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 301
fìcato di questa canzone. Canta essa lo stesso
amore dell'altra: Così nel mio parlar; o è una
pura allegoria? Confessiamo di non saperlo. La
parola, tante volte ripetuta, dii pietra, ci farebbe
credere che fosse sorella di quella. Ma per certo
qui non si muove più nessuna forte passione; e
noi non arriviamo a comprendere come un qua-
lunque affetto veemente possa parlare un simil
linguaggio, possa andare in cerca di difficoltà per
darsi il gusto di vincerle. In questa canzone,
dice il Witte,^ si hanno quasi gli stessi amari
lamenti che nell'altra. A noi non pare. Qui i
lamenti ci richiamano subito alla memoria il fra-
sario dei trovatori e degli altri che gì' imitarono :
sono lamenti a freddo, sono frasi messe insieme
per servire alla inesorabile necessità della rima,
e non sgorgano mai dal cuore. Oltre a ciò il
poeta dice nel commiato :
Canzone, io porto nella mente donna
Tal, che, con tutto ch'ella mi sia pietra,
Mi dà baldanza, ov'ogni uom mi par freddo:
Sì eh' io ardisco a far per questo freddo
La novità che per tua formai luce,
Che non fu giammai fatta in alcun tempo.
Pare adunque che torni in campo una donna
della mente. Può essere che egli chiami così la
scherana micidiale e latrai Noi saremmo incli-
1 Op. cit., II, 108.
2 Ci uniamo al prof. Giuliani nel credere che debba leggersi
forma e non ferma.
302 CAPITOLO XIII
nati a credere di no. Ma è un no pieno di ti-
tubanze.
E le titubanze istesse proviamo per la can-
zone: Io son venuto al punto della rota. Qui
pure è ricordata la pietra :
E però non disgombra
Un sol pensier d'amore, ond'io son carco,
La mente mia, eh' è più dura che pietra
In tener forte immagine di pietra.
Ma che pietra è essa? La ragione addotta dal
Fraticelli, per provare che non può trattarvisi
di amore reale, è puerile ed assurda.^ A noi in-
vece tutto r insieme del componimento farebbe
credere che non vi si parli di un amore simbo-
lico. È vero che in questi versi nulla rassomiglia
alle strida della canzone Così nel mio 'parlar. Il
poeta non lattea nel caldo horì^o, ma guarda ma-
linconicamente intorno a se tutta la natura quasi
morta nella fredda stagione, per dire che egli
solo arde sempre d'amore, e per concludere poi
or che sarà di me nell' altro
Dolce tempo novello, quando piove
Amore in terra da tutti li cieli.
Quando per questi geli
Amore è solo in me, e non altrove?
Questa trista contemplazione del mondo esteriore
messa in relazione col sentimento che domina nel
suo cuore, è cosa caratteristica :-
1 Op. cit., pag. 169-70.
2 Cfr. WiTTE, op. cit., II, pag. IH.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 303
Levasi dalla rena d'Etiopia
Un vento pellegrin che l'aer turba,
Per la spera del sol , eh' or la riscalda ;
E passa il mare , onde n' adduce copia
Di nebbia tal , che s' altro non la sturba ,
Questo emispero chiude tutto e salda :
E poi si solve e cade in bianca falda
Di fredda neve ed in noiosa pioggia,
Onde r aere Y attrista tutto e piagne
e pure 1" amore non mi abbandona.
Fuggito è ogni augel, che '1 caldo segue,
E gli altri han posto alle lor voci tregue
E tutti gli animali , che son gai
Di lor natura, són d'amor disciolti
e me l'amore non abbandona.
Morta è l' erba ,
Ed ogni ramo verde a noi s' asconde ,
E tanto è la stagion forte ed acerba
Ch'ammorta gli fioretti per le piagge
e pure l' amore non mi trae dal cuore V amorosa
spina.
La terra fa un suol che par di smalto,
E l'acqua morta si converte in vetro,
Per la freddura che di fuor la serra.
Ed io della mia guerra
Non son però tornato un passo arretro,
Né ve' tornar
304 CAPITOLO XIII
A noi, ripetiamo, non sembra improbabile che
questa bella canzone esprima, in un diverso mo-
mento, il sentimento medesimo che si ha ritratto
nell'altra: Così nel mio i:)arlar. La passione che
là si scatena furiosa come uragano, qui si ri-
piega sopra sé stessa, dolorosamente pensierosa.
Sono due condizioni di spirito, due stati sog-
gettivi che possono benissimo succedersi, che
anzi si succedono sempre nelle nature elevate.
Ma questo però non porta seco che noi possiamo
esser certi che la canzone non sia simbolica.
Propendiamo a creder di no : ecco il più che ci
è lecito dire. Ed anche nel dir questo siamo as-
saliti dal dubbio, se guardiamo alla parentela
che essa canzone ha con quella Amor, tu vedi
ben, nel sostituire alla rima la parola uguale, in
fine di ogni stanza; e, per le prime tre stanze,
nel ripetere le tre parole: pietra^ donna e tempo. ^
Che significa ciò?
Arriviamo finalmente alla sestina: Al i^oco
giorno. Ed in essa pure un legame ritmico colla
canzone Amor tu vedi ben - è evidente ; come
non è da mettersi in dubbio che Dante abbia
voluto, scrivendola, imitare i Provenzali, poiché
egli medesimo ce lo dice nel Volgare Elcquio:
« Et hujusmodi stantiae usus est fere in mni-
bus cantionibus suis Arnaldus Danielis; e" nos
1 L'osservazione era già stata fatta dal Witte, op. cit., pag. 111.
2 Da alcuni è chiamata Sestina doppia.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 305
eum secati sumiis cum diximus: Al poco giorno
ed al gran cerchio cC ombra ».^ Però T imitazione
tutta esteriore del metro non significa niente
quanto al contenuto della poesia. Intorno al quale
siamo alla solita domanda : di che natura è l' a-
more? E con meno incertezza che nella prece-
dente pare che ora si possa rispondere. Noto
prima di tutto che nel principio della sestina si ri-
prende il concetto della canzone Io son venuto
al 'punto della, rota, quasi, direi, epilogandolo
in questi quattro versi:
Al poco giorno ed al gran cerchio d'ombra
Son giunto, lasso! ed al bianchir de' colli,
Quando si perde lo color nell'erba,
E '1 mio desio però non cangia il verde.
Ma poi l'ardore di un amore reale si palesa,
s'io non m'inganno, assai chiaro. I sostenitori
dell' interpetrazione allegorica si sono dimenticati
di dirci, perchè la Filosofìa abbia in capo una
ghirlanda d'erba, perchè i suoi capelli sieno
gialli, come abbia fatto a serrar Dante tra
piccioli colli, e come ancora riesca a fare spa-
rire i colli che fanno più nera ombra sotto il
bel verde. I sostenitori dell' interpetrazione alle-
gorica sorvolano a queste piccole difficoltà! Ma
noi che non amiamo siffatti sorvolamenti, siamo
costretti a tutt' altra interpetrazione. Per noi esi-
stono in questi versi delle allusioni alle forme
1 Lib. II, cap. 10. - Ved. anche il cap. 13.
Baktou. - St. della Letterat. Ital. - Vcl. IV. 20
306 CAPITOLO XIII
corporee della donna, della donna che il poeta
ha chiesta, innamorata com' anco fu donna, in-
namorata, cioè, come, quanto fu, quanto potè
essere fin qui donna, in un bel prato d'erba,
chiuso intorno cP altissimi colli. 0 non sarebbe
curioso chiedere in siffatto luogo la Filosofia ? ^
chiederla in un prato chiuso dalle colline, affinchè
nessuno veda i due innamorati? Tali allusioni
noi le troviamo specialmente in due luoghi; cioè
dove il poeta dice che Amore lo ha
serrato tra' piccoli colli
Più forte assai che la calcina pietra;
e dove, detto prima che la donna era vestita di
verde, aggiunge:
Quandunque i colli fanno più nera ombra,
Sotto il bel verde la giovane donna
Gli fa sparir, come pietra sott'erba.
E se il nostro modo d'intendere è giusto, facile
è di capire che la sensualità dell' amore non po-
trebbe essere più chiaramente espressa.
Dopo le rime dell'amore reale, o per tali
giudicate da alcuno, resta che accenniamo in
ultimo ad un' altra non larga serie di poesie, che
ci presentano l'Alighieri sotto un aspetto molto
interessante. Si ricorderanno i lettori che par-
lando di Guido Cavalcanti, trovammo certe sue
1 Ved. Carducci, op. cit., pag. 162,163,236,237. — Del Lungo,
op. cit., II, pag. 610 sgg. Il Dei Lungo aggiunge ai due già noti un
terzo sonetto di Dante, inedito, tolto dai codice Chigiano L, iv, 131.
RIME AMATORIE E RIME SATIRICHE 307
rime che hanno del burlesco e del satirico. Ora
non è di poca importanza il vedere che anche
in questo genere T Alighieri si ricongiunge a quel
primo dei suoi amici. La moderna critica^ ha
rivendicata l' autenticità dei sonetti a Forese Do-
nati. Di lui e delle sue relazioni con Dante non
occorre che noi parhamo. Dei sonetti, dopo il
bello studio del Del Lungo, poco ci resta a dire.
Noteremo solo che anche in essi si sente la
zampa del leone, e specialmente in quei due ter-
ribili versi :
Bicci Novel , figliuol di non so cui ,
S'i'non ne domandasse monna Tessa;
monna Tessa che era, s'intende, la madre di
Forese. Del tempo in cui questi versi possono
collocarsi, è stato già osservato non potere essere
che anteriore al 1296, poiché in questo anno il
Donati morì.- « Dispiace forse al lettore, dice il
Carducci,^ di vedere il gran padre Alighieri in
queste proporzioni d'uomo del tempo suo, in
queste poco lìriche attinenze con gli uomini del
tempo suo? A me no; e credo che se, dati giii
gli entusiasmi officiali e dismesso il vezzo di
crearci a nostra posta un cotal Dante che repu-
tiamo il solo vero e il solo grande, cercheremo.
1 Ved. WiTTE , La Gemma di Dante, nelle Dante-Forschungen , II,
^3 sgg.
2 Del Lungo, 1. e
3 Op. cit., pag. 164.
(A
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PQ Bartoli, Adolfo
4.037 Storia iella letteratura
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